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Per innovare, basta essere ALIEN (prima parte)

Il titolo può essere ingannevole ma prende spunto da un recentissimo libro di tre professori della IMD Business School di Losanna che hanno svolto degli studi per comprendere quali siano le caratteristiche delle persone che sono in grado di dare vita a idee nuove e veramente rivoluzionarie. Si tratta di Cyril Bouquet, Mike Wade e Jean-Louis Barsoux. L’esito delle loro ricerche, le hanno raccolte nel libro, uscito nel marzo di quest’anno e intitolato appunto “Pensiero ALIEN” (Alien Thinking). Un testo in inglese, non ancora tradotto in Italia, ma non cattedratico e perciò facile da leggere, curioso, pieno di spunti interessanti e anche di consigli utili.

Il testosterone non c’entra nulla!

Cyril Bouquet, uno degli autori, racconta che all’inizio della sua ricerca, aveva pensato di orientarsi sulla misurazione del livello di testosterone per scoprire l’eventuale presenza di driver genetici dell’innovazione in certe persone, come ad esempio negli imprenditori di successo. Il risultato aveva confermato in questi individui l’ elevata presenza di testosterone tanto che in un primo tempo si credette che esistesse una propensione genetica a diventare imprenditore. Ma non era così. Studi successivi hanno rivelato che gli alti livelli di testosterone erano la conseguenza dell’impegno in attività stressanti e di innovazione, non un segnale rivelatore della loro presenza pregressa. La conclusione, interessante e che incoraggia tutti, è quindi che il potenziale di innovazione non dipende dal proprio DNA, non è un dono congenito, ma piuttosto una mentalità, un insieme di abilità che si possono imparare e migliorare.

Innovatori? Gente comune ma con qualcosa in più

Jean-Lois Barsoux, un altro degli autori del libro, ha spiegato cosa c’è dietro l’acronimo ALIEN del titolo. Cinque concetti che sono i pilastri dell’innovazione e cioè: Attention, Levitation, Imagination, Experimentation and Navigation. L’originalità di questo libro sta nel fatto che la ricerca non ha riguardato persone diventate famose per invenzioni eccezionali, ma individui comuni che, in genere, hanno escogitato soluzioni originali – anche se non proprio rivoluzionarie – in ambiti, spesso anche molto lontani dalle proprie attività prevalenti. Qualche esempio per capire la portata del lavoro svolto.

Un designer di autobus si è scoperto abile ad addestrare topi per scoprire mine antiuomo. Un dipendente di servizi finanziari ha utilizzato i dati aggregati in possesso della sua organizzazione per finalità filantropiche e favorire la raccolta di fondi per iniziative di beneficienza. Un ex meccanico di automobili ha inventato un dispositivo in grado di facilitare la nascita di un neonato nel caso di complicanze nella fase del travaglio e del parto. Uno psichiatra ha deciso di fare il giro del mondo senza avvalersi di alcun tipo di carburante. Tra queste persone, c’è anche un ex detenuto che ha sfruttato la sua esperienza in carcere per escogitare un modo efficace per meglio valutare i candidati a un lavoro o i richiedenti prestiti.

Insomma, i ricercatori hanno selezionato esempi diversi di innovazione che hanno riguardato le scienze, lo sport, l’innovazione sociale, ecc. per verificare se i paradigmi che stanno alla base del loro metodo ALIEN, vi si possano in qualche nodo adattare.

Pensatori non convenzionali

La scoperta principale è che tutte queste persone con spirito innovativo erano pensatori non convenzionali. Ma chi sono i pensatori non convenzionali? Quali caratteristiche hanno? Quando si parla di innovazione, si pensa subito che a perseguirla debbano essere necessariamente personaggi ribelli. Ricordiamo che Steve Jobs amava descriverli come “pazzi” e anticonformisti, capaci di cambiare le carte in tavola ignorando regole e convenzioni. Idea che ritroviamo anche nel pensiero di George Bernard Shaw che sosteneva : “L’uomo ragionevole si adatta al mondo: l’irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Quindi ogni progresso dipende dall’uomo irragionevole”.

Ma non è proprio così. Bisogna sfatare questo luogo comune, sostengono gli studiosi della IMD Business School di Losanna. Anche perché questo aspetto destabilizzante della innovazione, alla fine, può rivelarsi controproducente e pericoloso in ambito aziendale. Le persone studiate dai ricercatori svizzeri certamente non sono conformisti, sono naturalmente dotati di uno spirito ribelle, che però non significa essere irrazionali, o peggio contestatori, anarchici, sovversivi. Al contrario, denota la forte esigenza di sentirsi liberi di sfidare le ipotesi che gli altri danno per scontate, spinti soprattutto dalla passione e dalla curiosità.

Insomma, gli innovatori studiati dai ricercatori dell’IMD, non sono né pazzi né disadattati, né spinti dal guadagno personale o dal gusto per l’eccentricità, ma motivati dal desiderio di trovare soluzioni originali a problemi reali, anche cercandole al di fuori di ambiti convenzionali.

“Ribelli sì, ma diplomatici”

L’atteggiamento di “ribellione” di cui parlano gli studiosi non nasce perciò né da una reazione impulsiva ad una frustrazione subita, né da confuse velleità, nutrite da intuizioni senza costrutto e fini a sé stesse.

Essere ribelli significa avere un forte spirito critico, temperato però da un atteggiamento “diplomatico”, flessibile, capace di sfidare credenze e pratiche esistenti, consapevoli che ci si potrà trovare di fronte ad ostacoli e a persone che faranno il possibile per demolire le nostre idee, ma disposti ad affrontare questi prevedibili disagi “in punta di fioretto”.

In altri termini, il ribelle “diplomatico” vuole evitare scontri diretti, prese di posizione irremovibili, ma piuttosto cerca di comprendere i diversi punti di vista e adottare le argomentazioni giuste per farsi accettare, smussando gli angoli, evitando attriti, senza mai perdere di vista l’obiettivo primario (l’idea innovativa) che deve essere ben chiaro nella sua mente. Insomma, il vero ribelle è in grado di bilanciare due qualità a prima vista contraddittorie, e cioè determinazione e flessibilità.

Certi paraocchi ci impediscono di pensare in modo innovativo. Liberiamocene!

Michael Wade, un altro dei tre ricercatori, si è soffermato sugli ostacoli interiori che impediscono alle persone di generare idee innovative. Si tratta di pregiudizi cognitivi che in genere nascono dal nostro passato e rientrano tutti in quell’atteggiamento che si può definire “deformazione professionale”, cioè la tendenza a vedere il mondo attraverso la lente deformata (e deformante) delle rispettive esperienze di lavoro.

Questo porta a concentrarsi su problemi secondari o, peggio, sbagliati, a saltare a conclusioni prevedibili, o a coltivare idee preconcette per abitudine, senza poterle mettere in discussione, seguendo processi o prassi consolidate in modo ripetitivo e acritico. Per liberarsi di questi paraocchi l’antidoto è essere consapevoli di tali pregiudizi e riflettere su come questi influenzano il pensiero nelle varie fasi del processo innovativo.

Attenzione. Utilizzare tre ottiche diverse

Vedere le cose da prospettive differenti è utile per contrastare i pregiudizi innati o derivati da particolari esperienze. Esistono tre modi diversi, ma complementari, per vedere quello che abbiamo davanti a noi con “occhi nuovi”.

“Ingrandire” per osservare da vicino la situazione sulla quale vogliamo intervenire, come farebbe un antropologo.

Lego ha inviato dei ricercatori a trascorrere del tempo nelle famiglie per vedere dal ”vivo” come i bambini giocavano con i mattoncini. In questo modo sono emerse valutazioni nuove, che da un sondaggio precedente effettuato sui genitori erano sfuggite. Ad esempio, non era vero che le femmine erano poco interessate ai giochi di costruzione.

“Rimpicciolire”, cioè vedere da lontano e nel suo insieme ciò su cui vogliamo intervenire, per individuare tendenze emergenti che possono sfuggire nascoste dietro a dati aggregati, un po’ come farebbe un sociologo.

Esaminando i reclami dei clienti, il produttore cinese di elettrodomestici Haier ha notato che molti provenivano da zone rurali. Un ulteriore indagine ha permesso di rivelare che le lavatrici venivano usate per lavare le patate, il che finiva per ostruire il tubo di scarico. Haier ha quindi risolto il problema producendo un modello di lavatrice adatto anche a questo scopo. La società in tal modo ha potuto beneficiare di un “boom” di vendite.

“Cambiare il punto di osservazione”, cioè cercare di considerare la prospettiva delle comunità di utenti considerate marginali che possono diventare nuovi e fedeli clienti.

La società “Johnson”, che produce prodotti per la pulizia della casa, ha tratto spunti importanti per la qualità dei suoi prodotti, esaminando le esigenze insoddisfatte degli igienisti, cioè di coloro che soffrono di disturbi ossessivo-compulsivi dell’igiene (rupofobia). Ancora Lego ha scoperto l’uso creativo dei mattoncini da parte di fan adulti che hanno addirittura ispirato una linea architettonica.

Non va trascurato in questi casi il ruolo dei social network che hanno fatto da cassa di risonanza, coinvolgendo on line comunità e gruppi di nicchia, prima marginali.

(Non perdete il prossimo articolo che approfondirà gli altri aspetti dell’acronimo dell’innovazione ALIEN).

 

Articolo a cura di Ugo Perugini

Ugo Perugini. Giornalista , blogger, collaboratore di “Beesness” (www.beesness.it); Together HR, blog di Sky Lab (http://www.togetherhr.com/bloghr-blog-risorse-umane/), DM&C (www.dmcmagazine.it); HR on line (www.aidp.it/riviste/indice-hronline.php). Il blog che cura è https://capoversonewleader.wordpress.com/.

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