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Per innovare, basta essere ALIEN (seconda parte)

Riprendiamo l’analisi, iniziata nel nostro precedente articolo, di un interessante libro realizzato da tre professori della IMD Business School di Losanna che hanno svolto degli studi per comprendere quali siano le caratteristiche delle persone che sono in grado di dare vita a idee nuove e veramente rivoluzionarie. I tre autori sono Cyril Bouquet, Mike Wade e Jean-Louis Barsoux.

Al termine della ricerca, risulta che sono cinque i pilastri dell’innovazione che vanno a comporre l’acrostico ALIEN e cioè: Attention, Levitation, Imagination, Experimentation and Navigation. Dell’attenzione abbiamo già trattato, ora vediamo cosa si intende per levitazione.

Levitazione: impariamo ad alzarci in volo

La seconda lettera dell’acrostico “ALIEN” è costituita dalla L, iniziale del termine “levitazione”. La parola è piuttosto insolita, significa diventare leggeri, tanto da potersi sollevare da terra. Insomma, è un altro modo per cercare di guadagnare delle nuove prospettive e permette di riconsiderare la realtà che abbiamo intorno, i problemi che dobbiamo affrontare, per arrivare a soluzioni alternative, fuori dall’ordinario.

In un’epoca in cui si enfatizza la rapidità, la tempestività, fermarsi per riflettere, per ripensare a se stessi e al proprio ruolo può essere difficile, eppure è l’unico sistema per non farsi “stritolare” dal contingente o dallo schiacciasassi cinico della “routine”.

La levitazione ha questo significato principalmente: consentire alla persona che riesce ad attivarla di attingere alle capacità inconsce della “mente a riposo”, lasciandola libera di vagare e di dare un senso a ciò che va sperimentando. Paradossalmente, la mente diventa più attiva quando volontariamente “stacca” l’attenzione dal compito prevalente su cui è concentrata.

In questo caso, la levitazione si può manifestare secondo gli Autori sotto due forme, una più breve, l’altra più lunga:

  • time out”, espressione in uso nel gergo sportivo che significa chiedere una sospensione temporanea del gioco. Cioè, “tirare il fiato”, prendersi una breve pausa, per dare un senso a ciò che è stato fatto fino a quel momento e vedere cosa è possibile fare nell’immediato per migliorare.
  • tempo libero”, cioè l’abbandono dell’attività prevalente per un periodo medio-lungo allo scopo di ricaricarsi ma anche per alimentare la mente e permetterle di fare connessioni inaspettate, di attendersi l’arrivo di idee nuove.

In una società basata sulla rapidità, che tra i suoi “must” prevede i concetti, altrettanto infidi, di accelerazione e simultaneità, le pause “riparative” di cui sopra – che dovrebbero favorire anche una disconnessione dalla tecnologia più invadente – sono momenti fondamentali per la creatività e per la produttività.

Non incidono sulla performance, come si potrebbe pensare. Al contrario, sono elementi in grado di potenziarla. Ma spesso questo aspetto non viene compreso.

Immaginazione: attenti al “loop”!

Tutti siamo dotati di immaginazione, chi più, chi meno. Ma come fare per sviluppare questa dote e alimentare la capacità di formulare dei pensieri, oltre ogni elaborazione logica, avvalendosi di esperienze di tipo sensoriale e sfruttando gli input di uno stato emotivo particolare?

Platone definiva l’immaginazione eikasia e riteneva che consistesse nella scoperta di verità che si trovano al di sotto del mondo sensibile e nell’uscire da quella specie di “loop” mentale, che si crea a causa di un pensiero statico, ripetitivo. Edward De Bono lo definiva pensiero laterale, un’alternativa al pensiero verticale, consequenziale che, in certi casi, ci condiziona, ci ingabbia, ci limita.

Allora, come alimentare la nostra immaginazione? Ci sono molte tecniche per farlo con successo. Nel libro, Mike Wade segnala, ad esempio, un’idea, nata nel 1975, per merito di Peter Schmidt e del musicista e produttore Brian Eno. Si tratta di un mazzo di carte definite “strategie oblique” per aiutare band e artisti come David Bowie e David Byrne a uscire dai loro solchi creativi.

In sostanza, sono 100 carte ognuna delle quali contiene il suggerimento di una linea di condotta o di un pensiero che possono favorire una visione più creativa della realtà. Le carte vanno estratte dal mazzo a caso e bisogna seguire le indicazioni (anche piuttosto arcane) che di volta in volta suggeriscono. Qualche esempio: Bilancia il principio di coerenza con il principio di incoerenza- Non sottolineare una cosa più di un’altra- Solo una parte, non il tutto- Rimuovi le ambiguità e converti in dettagli – Enfatizza i difetti- Sii stravagante.

Naturalmente, le carte rispondono a principi ben noti. Cioè, mettere di fronte una persona a interrogativi, dubbi, che scaturiscono da domande come: “perché no?”, “e se invece…”, e che aiutano a ribaltare il modo in cui vediamo le cose e a lasciar perdere soluzioni standard e ripetitive, pensando, piuttosto, a soluzioni diverse e inusuali.

Sperimentazione

Che fare davanti a un’idea nuova, promettente, che siamo riusciti in qualche modo ad evocare? Come trasformarla in una soluzione che sia davvero praticabile e concretizzabile? Insomma, in che modo passare dalla fantasia alla realtà? L’unico modo è quello della sperimentazione, sostiene Jean-Louis Barsoux. Ma bisogna stare attenti a sottoporre tale idea a test efficaci che possano determinare con buona approssimazione il suo valore.

Il rischio a cui ci si espone quando si sottopongono a test le preziose idee innovative che si sono avute è che tali test non mettano realmente alla prova la tenuta dell’idea, non la sottopongano a prove e verifiche severe, obiettive, per certi aspetti implacabili, ma siano più che altro accertamenti superficiali o, peggio, creati ad hoc per supportare l’idea non per metterla in discussione.

Un esempio che riportano gli Autori del libro è quello del Segway, un monopattino elettrico inventato da Dean Kamen e lanciato sul mercato nel 2001. Gli inventori ritenevano di trovarsi di fronte a una innovazione che avrebbe radicalmente cambiato il mondo della micro mobilità ecosostenibile. Era facile da usare, richiedeva poca manutenzione, era capace di sfruttare la tecnologia auto-bilanciante (poi ripresa da altri monopattini elettrici e hoverboard).

Insomma, sembrava possedere tutti i requisiti giusti per essere una idea di successo. Eppure è fallita clamorosamente. Uno dei limiti più importanti (a parte il fatto che aveva un costo decisamente troppo elevato, un design non accattivante, ed erano stati sottovalutati certi aspetti normativi) era il fatto che il prodotto era stato sviluppato utilizzando solo risorse interne all’azienda. Il che lo esponeva a pregiudizi di conferma.

In cosa consiste un pregiudizio di conferma? Nel ricercare e selezionare esclusivamente quelle informazioni che servono ad attribuire maggiore credibilità al progetto che si vuole testare, e che confermano le proprie convinzioni ma, volutamente, ignorano quelle che potrebbero contraddirle.

Quando il Segway venne presentato al pubblico per la prima volta, l’accoglienza fu estremamente positiva, perché sembrava una soluzione rivoluzionaria per il traffico cittadino. Ma l’entusiasmo ben presto dovette confrontarsi con la cruda realtà. Senza dimenticare i numerosi incidenti che il monopattino causò, compreso quello che coinvolse un milionario americano e che colpì l’opinione pubblica.

Quando si sperimenta un’idea non bisogna solo dimostrare che essa funziona ma che risolve un problema reale, senza crearne altri. In questo senso, la sperimentazione deve essere realizzata, oltre che per testare l’idea, per migliorarla.

Navigazione. Dopo il “varo”, l’idea deve poter navigare da sola. Attenti al “sistema immunitario aziendale”

Una volta che l’idea ha superato i necessari test e trova la sua realizzazione sembra che l’aspetto creativo sia ormai alle spalle e che tutto consista nel gestire e “implementare” dal punto di vista pratico il progetto. Secondo Mike Wade non è proprio così. Infatti, preferisce adottare il termine “navigazione”, come quinto elemento dell’acrostico, perché rende meglio l’idea della necessità che anche in questi frangenti sia indispensabile dotarsi di flessibilità e ingegnosità per superare le forze ostili che ostacolano il percorso dell’idea verso il suo porto d’arrivo.

Uno degli aspetti più sorprendenti è il livello di resistenza che una nuova idea, o progetto, incontra all’interno delle stesse organizzazioni. L’Autore la definisce in modo appropriato come reazione da parte del “sistema immunitario aziendale” e si verifica ogni volta che lo status quo è minacciato. Si tratta di una autodifesa, per così dire, istintuale nei confronti di quelli che possono apparire come situazioni di pericolo o solo di destabilizzazione dell’ordine precostituito.

L’abilità di chi propone nuove idee deve essere perciò quella di evitare che si inneschi questo meccanismo di autodifesa, trovando il sistema per enfatizzare il senso di continuità con i valori e la mission aziendale piuttosto che i vantaggi insiti nell’innovazione. E’ un comportamento che richiede una certa diplomazia, sensibilità e che non riguarda solo l’interno dell’azienda ma l’intero mercato al quale ci si rivolge. Navigazione, significa quindi sapersi adattare alle turbolenze del mare aperto, tenendo conto di tutti i protagonisti coinvolti (stakeholder).

L’esempio che viene riportato a questo proposito è quello di Malcom McLean che ha inventato il concetto di containerizzazione, cioè la realizzazione di contenitori standard che potessero essere facilmente trasportati dai camion sulle navi e impilati uno sull’altro. Un’idea che nasce nel lontano 1937, quando McLean, alla guida del suo camion, era costretto ad attendere lunghe ore prima che il suo carico fosse trasferito sulla nave in partenza.

La sua idea trovò la realizzazione solo nel 1956 con l’azienda chiamata SeaLand e la costruzione di strutture adatte alla movimentazione dei container, tecnologia poi utilizzata anche dai governi negli Usa e in altri Paesi.

La vera sfida però prima di arrivare alla realizzazione del progetto è stata navigare tra i numerosi e opposti interessi in gioco: società di autotrasporti, autorità portuali, sindacati di lavoratori, lobby ferroviarie, compagnie di navigazione. Anche durante questa navigazione, è stato necessario avvalersi non solo di pazienza e capacità negoziativa, ma anche di un pensiero dinamico e innovativo. Insomma, la creatività non deve abbandonarci mai!

 

Articolo a cura di Ugo Perugini

Ugo Perugini. Giornalista , blogger, collaboratore di “Beesness” (www.beesness.it); Together HR, blog di Sky Lab (http://www.togetherhr.com/bloghr-blog-risorse-umane/), DM&C (www.dmcmagazine.it); HR on line (www.aidp.it/riviste/indice-hronline.php). Il blog che cura è https://capoversonewleader.wordpress.com/.

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