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Leadership italiana: gli ultimi (della classe) saranno i primi

Nel 2007, in un articolo intitolato “Siamo gli ultimi della classe” apparso su La Stampa, l’autore si lamentava del fatto che il rapporto OCSE sulla scuola bocciava l’Italia, e che dopo lingua (2000) e matematica (2003), l’indagine PISA (2006) avrebbe sancito “anche” il fallimento nelle scienze.

Stando alle ultime valutazioni comparative delle competenze (PISA 2015), l’Italia ottiene risultati medi in matematica, mentre lettura e scienze sono significativamente al di sotto della media. In confronto agli anni precedenti vi sono stati alcuni progressi, ma non si può certamente dire che gli allievi quindicenni italiani si distinguano nei test standardizzati internazionali.

Neanche gli americani sono brillanti, ma se in Italia la cosa non suscita molto scalpore, negli Stati Uniti è suonato il campanello d’allarme; e questo già nel 2009, quando i ragazzi cinesi hanno fatto il loro debutto nelle competizioni internazionali. Al tempo, gli studenti di Shanghai hanno infatti sorpreso gli esperti, letteralmente stracciando il resto del mondo e vantando la più grande percentuale di partecipanti al test che si sono esibiti ai livelli più alti. Stuart Kerachsky, capo del National Center for Education Statistics degli USA, ha perfino definito Shanghai “una mecca educativa”.

In America, il Segretario all’Educazione Arne Duncan ha parlato di Wake up call! Intervistato da NBC News, ha detto: “Viviamo in un’economia basata sulla conoscenza competitiva a livello globale, e i nostri figli oggi sono in svantaggio competitivo con i bambini di altri Paesi. Questo è assolutamente ingiusto verso i nostri figli e mette a rischio la prosperità del nostro paese a lungo termine.” Sulla stessa linea di pensiero, l’allora Presidente Barack Obama ha paragonato questa situazione al lancio dello Sputnik nel 1957, che ha spinto gli USA a fare dei grossi investimenti e vincere la corsa allo spazio. Obama ha inoltre dichiarato che con miliardi di persone in Cina, India, e altri paesi emergenti “improvvisamente collegate all’economia globale”, le nazioni con i lavoratori più istruiti prevarranno e “allo stato attuale, l’America rischia di restare indietro”.

Con il timore di essere meno competitivi sul palcoscenico economico globale, la risposta a stelle e strisce è dunque stata: “più scuola!” e più standardizzazione nel curriculum e nei metodi, con l’obiettivo di emulare il sistema educativo cinese.

Contrariamente a quanto si possa pensare, i leader cinesi non sono per niente soddisfatti della performance dei loro giovani nelle competizioni internazionali. Si sono infatti resi conto che il loro sistema è perfetto per ottenere degli alti punteggi nei test, ma per altri aspetti decisamente controindicato. In un suo articolo sul Wall Street Journal, il Direttore della International Division of Peking University High School, Jiang Xuaqin ha addirittura dichiarato che i risultati ottenuti dai loro studenti sono in realtà un segno di debolezza. Le scuole cinesi sono molto brave a preparare i loro allievi per i test standardizzati, ma i difetti dei loro metodi educativi sono ben noti; e fra i danni collaterali vi è il soffocamento di qualità come creatività e imprenditorialità, basilari per avere successo nella nuova economia. Ha inoltre aggiunto che l’apprendimento meccanico ha un’influenza negativa su competenze sociali, autodisciplina, immaginazione e contribuisce a smorzare curiosità e passione. Per i cinesi è dunque fondamentale cambiare rotta. Stando a quanto afferma Xuaqin, un modo in cui scopriranno di essersi finalmente incamminati sulla giusta via è quando i punteggi ottenuti al PISA scenderanno…

Ironia della sorte, mentre gli americani suonano la sveglia per rincorrere il sistema cinese, i cinesi fanno l’esatto opposto!

A tal riguardo, prima di trarre delle conclusioni affrettate, se andiamo a vedere un po’ più da vicino come funziona il sistema educativo cinese, scopriamo che i ragazzi studiano davvero moltissimo. In Cina, le famiglie scommettono tutto sull’educazione dei figli, sperando che una buona formazione scolastica permetta loro di ottenere un buon posto di lavoro. I ritmi di studio sono incalzanti e variano dalle 10 alle 12.5 ore al giorno. L’obiettivo è quello di ottenere un alto punteggio al Goakao, il temuto esame che determinerà il loro accesso al college.

Nella Repubblica Popolare Cinese vi è molta enfasi sulla performance e molta intolleranza nei riguardi del fallimento. La competizione è aspra, anche fra genitori e docenti che fanno di tutto per spremere i migliori punteggi dai loro figli e alunni, che vengono puniti, anche picchiati, se falliscono (per la cronaca: ogni risultato che non si avvicina alla vetta… è considerato un fallimento!). Stando a una ricerca condotta su larga scala (Stress and psychosomatic symptoms in Chinese school children: cross- sectional survey, BMJ articles), tutto ciò porta ad alti livelli di stress e una varietà di problemi di natura psicosomatica. Come ha evidenziato il Professor Peter Grey in un suo articolo su Psychology Today, se gli americani riusciranno nel loro intento a emulare il sistema cinese, e i cinesi a copiare il sistema americano che c’era prima delle riforme scolastiche per raggiungere gli obiettivi summenzionati, fra qualche anno potrebbe anche darsi che tutte le invenzioni nasceranno in Cina, mentre negli USA gli specialisti avranno il loro bel da fare con disturbi e malattie infantili indotte dallo stress…

In realtà, questa situazione non è poi così diversa da ciò che accade nel resto del mondo, dove ancora oggi vi è la fortissima tendenza a credere che aver frequentato una prestigiosa università garantisca la sicurezza economica per tutta la vita, oltre che conferire un certo prestigio. Questa realtà la troviamo perfettamente riflessa nella serie televisiva Suits, “legal drama” dove il titolo di studio è intimamente relazionato alla carriera, allo status, al successo, ai soldi. In generale oggi, però, non funziona più così.

Diplomi, Lauree, Master, Ph.D — pur mantenendo la loro importanza e rimanendo un prerequisito formativo in certi ambiti — non offrono più alcuna certezza per quanto concerne la vita professionale.

Stessa cosa in Cina, dove gli alti punteggi nel Gaokao sono considerati importantissimi e anche celebrati dai media, ma non garantiscono il successo nella vita e nel lavoro. Al contrario, con riferimento all’organizzazione scolastica standardizzata, è comune sentire il termine Gaofen Dineng, che tradotto significa essere molto preparati per i test ma in nient’altro. Questo perché gli allievi passano tutto il tempo a studiare e non rimane loro alcuno spazio per essere creativi, per scoprire/inseguire le loro passioni, né per sviluppare abilità fisiche e competenze sociali.

In relazione a ciò, nella nuova economia il primato negli standard è diventato una pecca. Nel prossimo futuro, sempre più tempo sarà dedicato ad attività che le macchine non possono replicare, richiedendo più abilità sociali/emotive, creatività e capacità cognitive più avanzate: la rivoluzione post-industriale è qui e sono le “abilità umane” a essere importanti, non ciò che la robotica e l’intelligenza artificiale potranno fare molto meglio di una persona. Per questo, come ha ricordato il miliardario cinese Jack Ma, non dobbiamo perseverare nel competere con i robot, cercando di diventare come loro… ma rivedere completamente il modo in cui educhiamo i nostri ragazzi.

In qualità di esseri umani abbiamo una mente molto creativa, e questo è il nostro punto di forza. Questo i vertici aziendali lo sanno. Un recente studio condotto da IBM, che ha visto coinvolti oltre 1 500 CEO e leader del settore pubblico in 60 nazioni, dimostra in modo inequivocabile che la creatività è considerata la più importante qualità di leadership per il successo nel business. Come spiega Yong Zhao, Professore alla School of Education presso l’Università del Kansas, per avere successo nell’economia di oggi (e di domani) gli studenti devono funzionare come degli imprenditori. Il sistema educativo che conosciamo non è però strutturato per favorire l’imprenditorialità, bensì per trasformare i bambini in lavoratori compiacenti e produttivi: per ridurli a degli ingranaggi che possono essere rimpiazzati al bisogno, esattamente come succede in un processo industriale. L’obiettivo della scuola è sempre quello di trasformare i bambini in operai e impiegati a basso costo, che eseguano gli ordini; e questo indipendentemente dalla loro storia, dai loro interessi e dalle diversità che li contraddistinguono, quando sono proprio questi tratti dell’essere umano a essere importanti.

Nel corso del tempo siamo arrivati a credere che educazione e scolarizzazione siano sinonimi, e che insegnare significhi spremere tonnellate di dati nelle teste dei ragazzi (che sono considerate come dei recipienti vuoti) da imparare a memoria. Come si sa, questo apprendimento superficiale viene però presto dimenticato, generalmente dopo i test. In più, è ormai risaputo che questo metodo di insegnamento non è molto efficace.

Grazie alle ricerche sul cervello e le nuove scoperte nel campo della psicologia, oggi siamo a conoscenza del fatto che siamo partiti da premesse errate: i bambini non sono un notebook pieno di pagine bianche. Volendo scrivere noi la loro storia, pretendendo che tutto sia governabile, misurabile, prevedibile, e cercando di ridurre ogni cosa a uno standard predefinito, li stiamo letteralmente rovinando.

Nella prima metà del secolo scorso il sistema è stato messo davanti all’Uomo e, se studiamo il passato con attenzione, comprendiamo che ciò che rendeva la forza lavoro molto produttiva era appunto il sistema. Che si trattasse di Total Quality Management (TQM), Taylorismo o Fordismo, fu il sistema a fare da perno ed essere il pilastro fondamentale dell’economia del XX secolo, consentendo al lavoratore di operare in modo efficace e produttivo, senza particolari specializzazioni o qualifiche; e questo era anche l’obiettivo dell’educazione su larga scala che, come ha sottolineato l’autore statunitense Seth Godin, “non è stata sviluppata per motivare i ragazzi o per creare degli studenti. È stata inventata per sfornare adulti che avrebbero lavorato bene nel sistema”.

Il lavoratore della conoscenza è però qualitativamente diverso dalla forza lavoro di un tempo, meno specializzata e meno qualificata. Oggi – nel XXI secolo, in quest’era post-Fordismo, post-Taylorismo, post-industriale definita come Economia della Conoscenza – l’organizzazione della produzione è stata completamente rivoluzionata dalla tecnologia. L’automazione tradizionale è stata rimpiazzata dalla robotica e da un’intelligenza artificiale in continua evoluzione. Non si tratta più, dunque, di fare un lavoro molto ripetitivo che aveva progressivamente perso qualifiche e specializzazioni, ma di un lavoro che pone l’enfasi su flessibilità, creatività, qualificazione, specializzazione e leadership dove è il Lavoratore della Conoscenza a portare un notevole contributo al sistema, e non più il contrario come accadeva in passato.

La rivoluzione post-industriale è qui. Perché, è lecito chiederci, continuiamo a preparare i nostri ragazzi per l’economia industrializzata? L’economia è cambiata, mentre la scuola è rimasta la stessa di sempre e continua a perseguire i suoi vecchi obiettivi e a focalizzarsi eccessivamente sulla standardizzazione, quasi il suo scopo fosse quello di preparare gli allievi per le competizioni internazionali e non per il mondo reale.

L’educazione, va detto, è un tema importantissimo che dovrebbe interessare tutti, non solo i genitori. Il nostro compito è quello di preparare le nuove generazioni per il mondo di domani, ma il modo in cui lo facciamo è totalmente da rivedere. Tutto sta cambiando davvero molto in fretta, a livello sociale, politico, economico e non ci è dato sapere come sarà il mondo fra uno, due, cinque, dieci anni. Eppure, anche se negli ultimi venti/trent’anni molto è cambiato, e ci troviamo a vivere e lavorare in una società decisamente diversa da quella in cui siamo cresciuti, ci siamo letteralmente arenati sui vecchi metodi educativi, e continuiamo a porci gli stessi interrogativi di Herbert Spencer, quando nel 1859 — mentre la società di allora era nel bel mezzo di una precedente e grandiosa trasformazione tecnologica e industriale — egli si poneva la fatidica domanda: “Quale conoscenza vale di più?”

Da un lato cerchiamo in tutti i modi di prevedere quali saranno le competenze richieste nel futuro, e dall’altro utilizziamo lo strumento dell’istruzione scolastica per produrre le risorse umane necessarie attraverso metodologie che derivano dal comportamentismo, che in perfetto stile pavloviano/skinneriano vede l’Uomo esattamente come un ratto, un piccione, una scimmia da ammaestrare.

A tutt’oggi, nel ventunesimo secolo, è davvero pazzesco che consideriamo ancora i bambini come una specie di contenitore, e che l’educazione consista nel riversare al suo interno un certo set di competenze/skills che qualcuno ha deciso saranno in qualche modo utili nel futuro, da imparare attraverso il vecchi sistema delle punizioni e ricompense. Siamo stati condizionati a pensare che scuola e ammaestramento siano sinonimi di educazione, e che sia l’adulto a dover insegnare qualcosa al bambino; ma in realtà ogni bimbo viene al mondo con il suo bagaglio di doni e talenti, biologicamente programmato per educare/realizzare se stesso, e questo è sempre più dimostrato anche dalle nuove scoperte scientifiche.

In questa nuova economia, ciò che è davvero importante è mantenere viva la curiosità infantile. È innamorarsi dell’apprendimento, e imparare ad apprendere così bene da essere in grado di utilizzare questa dote per imparare tutto ciò che è necessario, senza difficoltà. I bambini sono naturalmente degli studenti auto-diretti e per loro apprendere è una cosa perfettamente normale, come vivere. Perché dunque limitare il naturale processo di apprendimento con quella che chiamiamo “educazione”, ma che fondamentalmente non è altro che la ripetizione meccanica di risposte prestabilite da imparare a memoria? Vogliamo davvero continuare a sfornare degli operai e impiegati che aspettano che qualcuno li scelga e dica loro cosa fare?

L’organizzazione scolastica standardizzata che tutti conosciamo non ha futuro. È certamente nostro compito supportare i nostri ragazzi a trovare un posto nel mondo alla loro specifica vocazione, ma questo è decisamente impossibile attraverso una formazione che ne ostacola il potenziale. E poi, siamo sinceri, in questa nuova economia non servono biblioteche ambulanti molto colte, che sanno tante teorie ma sono totalmente incapaci di pensiero critico e indipendente. Serve porsi le giuste domande, invece che imparare a memoria delle risposte preconfezionate. E abbiamo anche una forte necessità di liberarci dall’idea della competizione sfrenata, in quanto fondamentalmente siamo dei creatori e, come disse qualcuno, siamo al mondo per creare, non per competere per ciò che è già stato creato.

Continuando a privilegiare un concetto meccanicistico dell’educazione, abbiamo perso di vista le cose importanti e, soprattutto, continuiamo ad alienare i bambini da se stessi, trasformandoli in adulti frustrati e depressi (secondo l’OMS, entro il 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa al mondo) che non trovano un senso in ciò che fanno (vedi State of the Global Workplace report, 2013 e 2017).

Intervistato da Larry King, l’imprenditore statunitense Gary Vaynerchuck ha detto senza mezzi termini che la scuola è decisamente un “fallimento” nei confronti dell’imprenditorialità: “È per operai e impiegati, non per imprenditori.” E ha perfettamente ragione. La scuola insegna ai bambini a fare ciò che viene loro detto e aspettare il loro turno. Insegna loro ad aspettare di essere scelti, non a scegliere se stessi; a sviluppare la tipica mentalità da dipendente, del “posto fisso” e non l’autonomia e indipendenza che serve per lavorare in un’economia e in un mondo sempre più smart.

Diciamo di mandare i nostri figli a scuola per educarli, per imparare a pensare meglio e avere successo nella vita, ma quel che in realtà stiamo facendo è deprivarli della loro volontà personale, della loro creatività, della loro immaginazione… e del loro futuro! Abbiamo fatto un grosso errore: ci siamo fidati più degli esperti e di un’ideologia psico-pedagogica ormai vecchiotta che dei nostri figli, ed è ora di rimediare. I bambini non sonouna tabula rasa ed è fondamentale che possano apprendere in modo naturale, in base ai loro interessi e secondo i loro tempi e modi, senza interferenze, e senza che nessuno dica loro cosa devono o non devono fare, imponendo metodi e modelli educativi ormai obsoleti. In questo modo i bambini non solo sono più felici, ma si sentono realizzati e hanno anche un ottimo successo a livello accademico e professionale. Questo oggi è ampiamente dimostrato dalle esperienze di tutti gli studenti che hanno frequentato scuole democratiche fondate sul modello della Sudbury Valley School (dove gli allievi sono responsabili della loro educazione) e degli unschoolers.

Insomma, non è forse quel che noi tutti vogliamo per i nostri figli? Che abbiano l’opportunità di realizzare ciò che veramente vogliono, siano felici e si sentano realizzati? Non è forse questa la società che veramente vogliamo?

In generale, come ha dichiarato il Prof. Zhao, invece che fidarci ciecamente di coloro che pretendono di imporre il pensiero comune prescrivendo un curriculum che riduce individualità e diversità in qualche skill da sfruttare nell’industria, dovremmo piuttosto cambiare totalmente la nostra visione delle cose, e renderci finalmente conto che la vera educazione deve iniziare dal bambino.

È il modo di educare che va cambiato.

Il bambino non deve più essere visto come un vaso vuoto da riempire, semmai come un fuoco da accendere, come diceva lo scrittore e umanista François Rabelais (o forse sarebbe più appropriato dire: un fuoco che ha la straordinaria capacità di auto-accendersi, se gliene concediamo l’opportunità!). Non deve più essere guardato come se fosse un essere incompleto che deve chinare il capo e seguire l’adulto, ma come un leader.

Il concetto è molto semplice: ogni bambino è un leader e questo implica seguire il bambino, consapevoli del fatto che egli ha una sua volontà personale e sappia cosa è meglio per lui, piuttosto che dirigerlo e indirizzarlo dove e come vogliamo noi.

È vero, da un lato tutto ciò non è esattamente semplice perché si tratta di un cambio di paradigma non indifferente, che stravolge i parametri a cui siamo stati abituati attraverso la nostra formazione, istruzione, cultura. Da alcune generazioni siamo stati abituati a pensarla in un certo modo, e noi stessi siamo cresciuti attraverso delle scuole pubbliche/private basate su una vecchia concezione del mondo e dell’educazione e facciamo davvero molta fatica a vedere le cose in modo diverso e cambiare mentalità.

Dobbiamo però fare uno sforzo.

I metodi educativi tradizionali soffocano le creatività, e producendo standardizzazione e conformismo ostacolano il progresso. Proprio come diceva JFK: “Il conformismo è il carceriere della libertà e il nemico dello sviluppo.” Quel che noi dobbiamo invece fare è permettere ai bambini di esistere, di essere e divenire liberamente ciò che sono.

I bambini sono degli artisti e dei leader nati. Sono molto curiosi, sanno cosa è meglio per loro e vogliono dare un senso al mondo, e alla loro vita. Vogliono viverla la vita, ed è proprio così che apprendono: dalle loro esperienze di vita nel mondo reale, e non da un ambiente artificiale com’è la scuola di oggi, dove sono segregati per classi di età, devono stare seduti per lunghe ore, seguire noiose lezioni in modo passivo e passare tutto il loro tempo libero a studiare per… i test standardizzati!

Inoltre, non dobbiamo dimenticare una cosa molto importante. Ovvero, che ognuno di noi (nessuno escluso) viene al mondo per un’intenzione — per necessità di vocazione, e i nostri figli non sono un’eccezione. Insomma, li vogliamo trasformare in adulti sottomessi, infelici e depressi a tutti i costi? Vogliamo veramente prendere la loro straordinarietà e omologarla in quell’ordinaria mediocrità che sembra avvolgere gran parte della società moderna?

Io non credo proprio.

A titolo personale, quel che io voglio per i miei figli è che siano liberi. Credo che la libertà, l’indipendenza e l’opportunità di vivere in una società veramente democratica siano il dono più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi. Non devono guadagnarsi la nostra approvazione e il nostro amore. Noi li dobbiamo rispettare e amare, senza condizioni e in ogni occasione, a prescindere da quale sia il loro comportamento. È fondamentale che mantengano la loro integrità (e se non siamo noi a spezzarla attraverso metodi educativi decisamente antiquati, la mantengono!), possano sviluppare la loro individualità e trasformare in realtà il loro potenziale. Ritengo molto importante che possano sviluppare un pensiero critico e indipendente, e seguire quella che è la loro vera volontà, senza essere obbligati a genuflettersi alle aspettative di terzi; che possano crescere senza paure né condizionamenti, verso la loro autonomia e indipendenza; e che, come dei piccoli imprenditori, possano sviluppare tutti i tratti, le competenze, abilità e qualità che necessitano per vivere una vita appagante e realizzare se stessi.

Tutto questo non è però misurabile, e non è qualcosa che si impara a lezione, in un’aula scolastica. Sono tutte cose che un bambino apprende in modo naturale, quando gli si permette di essere libero di esplorare il mondo e gli si concede tutto il tempo per giocare, scoprire, vivere/apprendere. Molti questo lo hanno capito, ed è anche per questo motivo che sempre più persone scelgono dei percorsi educativi alternativi per i loro figli. Infatti, solo destandoci dall’incubo della standardizzazione e educando diversamente i nostri figli essi potranno sviluppare tutte le doti necessarie che servono loro per avere successo, nella nuova economia e nella vita.

E poi, mettendo la metaforica ciliegina sulla torta, dobbiamo ricordare una cosa fondamentale: ovvero, che l’Italia è la patria del genio e della creatività!

Taluni sostengono che questo bisogna dirlo a bassa voce, perché stando a quanto afferma il Global Creativity Index 2015 siamo 21esimi… io dico invece che bisogna ribadirlo forte e chiaro, con i fatti. Come abbiamo avuto modo di vedere, essere in cima alle classifiche non sempre è un bene… e, in termini di leadership, sulla distanza vincerà la creatività di chi non partecipa a questa folle corsa alla standardizzazione.

Contrariamente a ciò che ha affermato l’autore dell’articolo apparso su La Stampa dodici anni fa, io penso che il vero fallimento è insito in una vecchia mentalità che continua a riproporre i soliti vecchi schemi e standard… Franco Modigliani affermò in modo lapidario che “Le capacità imprenditoriali degli italiani sono uniche al mondo” e che “Se avesse un sistema politico, amministrativo, sociale serio l’Italia sarebbe al primo posto al mondo. Davanti a tutti. Anche agli Stati Uniti”. L’economista italiano non ha menzionato il sistema educativo, ma io credo fermamente che è proprio da lì che bisogna ripartire.

Siamo sinceri, l’Italia non è un Paese standard, e neppure i nostri ragazzi lo sono. È proprio il caso di dirlo: gli ultimi (della classe)… saranno i primi!

“La creatività è senza dubbio la risorsa umana più importante. Senza creatività non ci sarebbe progresso e ripeteremmo sempre gli stessi schemi.”
Edward De Bono

Referenze:

Siamo sempre gli ultimi della classe, https://web.archive.org/web/20080918051500/http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scuola/grubrica.asp?ID_blog=60&ID_articolo=457&ID_sezione=255&sezione=News.

School is failing entrepreneurs every day, https://www.youtube.com/watch?v=Pel0G3Ji1xk.

Teach children to invent jobs, https://www.youtube.com/watch?v=NOXAJzqm2Rw.

The most important leadership quality for CEOs? Creativity, https://www.fastcompany.com/1648943/most-important-leadership-quality-ceos-creativity.

The test Chinese schools still fail, https://www.wsj.com/articles/SB10001424052748703766704576008692493038646.

Top test scores from Shanghai stun educators, https://www.nytimes.com/2010/12/07/education/07education.html.

 

Articolo a cura di Francesco Ferzini 

Francesco Ferzini è uno scrittore, ricercatore e formatore che si occupa di leadership e sviluppo del potenziale umano.

La sua missione è quella di promuovere una nuova educazione, aiutare le persone a sviluppare il talento della leadership e riscoprire chi sono, con l’obiettivo che ognuno possa allinearsi alla propria vocazione, realizzandosi nella propria vita professionale e privata.

Pluriennale esperienza nel business internazionale, ha conseguito il Master of Business Administration (MBA) presso Curtin University of Technology CGSB in Australia, è specialista in marketing e vendita con attestato federale presso Swiss Marketing Club SMC, Svizzera.

Autore di diversi libri sullo sviluppo personale, vive a Lugano, in Svizzera, con la moglie Natascha, i due figli, un gatto e un cane.

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