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La leadership nell’età dell’immaginazione

Il mondo sta cambiando molto rapidamente a livello sociale, politico e economico. Le forze del cambiamento e della globalizzazione stanno rimodellando tutto, compreso il modo di lavorare, il posto di lavoro, la forza lavoro e il lavoro stesso.

In questa nostra società post-industriale, stiamo oggi attraversando un altro periodo di grandi cambiamenti e transizione. Come ha evidenziato Michael Cox, capo economista della Federal Reserve Bank di Dallas, vi è un passaggio dall’occupazione nel settore dell’informazione — la cosiddetta economia della conoscenza, dove le informazioni sono utilizzate per generare valore economico — verso lavori più creativi, dove a generare valore è il potere creativo dell’immaginazione.

La tecnologia sta avanzando molto rapidamente e i lavori tradizionali stanno scomparendo a un ritmo impressionante. Automazione e intelligenza artificiale contribuiranno ad aumentare la produttività e favorire la crescita economica, ma moltissime persone saranno costrette a ambiare lavoro o comunque aggiornare le proprie competenze professionali. Entro il 2025 le macchine svolgeranno più compiti degli esseri umani, e nei prossimi due anni non meno di 54% degli impiegati necessiteranno di una riqualifica (McKinsey Global Institute). Si stima inoltre che il 65% dei bambini che iniziano oggi le scuole elementari faranno un lavoro che ancora non esiste, usando tecnologie che ancora non conosciamo (The Future of Jobs 2018, WEF). Secondo una recente ricerca condotta all’Università di Oxford, nei prossimi quindici anni circa il 50% dei posti di lavoro che conosciamo saranno a rischio, tuttavia la robotica creerà milioni di nuovi posti di lavoro (si stima che saranno 58 milioni entro il 2022: 133 milioni di posti di lavoro creati, contro i 75 milioni che spariranno).

Non vi è dunque da preoccuparsi. Un’era economica sta passando, un’altra sta emergendo; e, come sempre accaduto storicamente, questi cambiamenti portano con sé un po’ di turbolenza, ma anche preziose opportunità di crescita. Se guardiamo al passato, nell’età agraria, ad esempio, la forza muscolare che si rendeva necessaria per le attività legate alla lavorazione della terra (arare, seminare, raccogliere, et cetera), è stata soppiantata dalla diffusione di mezzi come trattori e altri macchinari agricoli. Nel XIX secolo, si è poi passati all’età industriale, che ha trasformato gli agricoltori in operai. In questo caso, la sola forza fisica non era più sufficiente. Serviva una certa destrezza manuale per far funzionare le attrezzature, e queste attività diventarono fondamentali da acquisire. Con l’arrivo dei computer, le macchine hanno iniziato a prendere il posto delle persone nelle fabbriche, e la destrezza manuale ha lasciato spazio all’automazione. Anche in questo caso, le attività umane si sono evolute di conseguenza. Il lavoratore della conoscenza è infatti da considerarsi qualitativamente diverso dalla forza lavoro di un tempo, meno specializzata e qualificata. Oggi siamo di fronte a un nuovo cambiamento, che porterà a un nuovo spostamento per quanto riguarda le attività umane. Il lavoro si evolverà nuovamente, e sempre meno tempo sarà dedicato ad attività che le macchine non possono replicare, richiedendo maggiori abilità sociali/emotive e capacità cognitive più avanzate… come l’immaginazione!

In passato, l’immaginazione è stata considerata come una funzione falsa, quasi mitica, e relegata ai poeti. Oggi però sappiamo che è la più potente facoltà della mente umana e che ricopre un ruolo fondamentale nella nostra vita, essendo la realtà di tutto ciò che esiste.

Viviamo infatti in un mondo di immaginazione e non esiste niente che non sia stato prima immaginato.

William Blake la considerava il genio divino dell’Umanità. Come diceva il noto poeta inglese, “Ciò che oggi è dimostrato fu un tempo solo immaginato”. Il progresso è frutto di un pensiero creativo, originale, indipendente e la realtà che viviamo oggi trova la sua origine nella straordinaria capacità immaginativa dell’essere umano.

La ruota, considerata una delle invenzioni più rivoluzionare della storia, è stata prima concepita della mente di qualcuno; e la stessa cosa vale per nanotecnologia, web semantico, internet, IoT (internet delle cose), big data, mobile/cloud computing, smart manufacturing, realtà virtuale e aumentata, stampa 3D, intelligenza artificiale, et cetera.

Pensandoci, solo vent’anni fa le possibilità che abbiamo oggi parevano inimmaginabili. Opportunità di accedere all’informazione, alla formazione, a video-corsi online; opportunità di comunicare quasi con chiunque a livello planetario, di connessione, di lavorare da remoto…

Abbiamo una mente molto creativa e la tecnologia che ci serve è oggi a nostra disposizione. Tutto si sta trasformando molto velocemente, incredibili e radicali innovazioni possono accadere in brevissimo tempo. Praticamente, ogni persona che possiede un computer e una connessione ha nelle mani gli stessi strumenti dei top della propria industria di riferimento. Ciascuna persona può sbizzarrirsi nel creare ciò che vuole e non ci sono limiti in tal senso (l’immaginazione umana non ha limiti. Come diceva Walt Disney, “Se puoi sognarlo, puoi farlo”).

Il business è in continua trasformazione, i vecchi modelli sono ormai obsoleti e il facile accesso alla tecnologia permette ad ognuno di inventare nuovi prodotti e servizi, velocemente e a buon mercato. È un periodo storico dove tutto sta cambiando e non vi sono mappe preconfezionate per delineare il futuro che ci aspetta. Come degli artisti, ci troviamo davanti ad una tela bianca ed abbiamo la meravigliosa opportunità di immaginare e creare quello che vogliamo. Le opportunità sono davvero molte, ma per saperle cogliere è fondamentale modificare il proprio atteggiamento mentale, abbracciando questo grande cambiamento e iniziando a pensare al business e alla formazione in modo nuovo.

Ci troviamo nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione, la più epocale dall’introduzione della stampa a caratteri mobili cinquecento anni fa. Non c’è il libretto di istruzioni, e quel che più serve è una mente dinamica e creativa. Oggigiorno, la creatività è infatti considerata la qualità di leadership più importante, seguita da integrità e pensiero globale (2010 Global Study, IBM).

A differenza di quanto accadeva nella vecchia economia, dove si privilegiava la replica della conoscenza piuttosto che la creatività, la persona che crea non sarà più quella che aspetta di essere scelta e che il capo le dica esattamente cosa fare. In molti casi, le persone seguiranno se stesse. Come emerge dal rapporto annuale 2017 della SMU Cox School of Business, molte saranno le persone che inseguiranno i loro sogni imprenditoriali e artistici, inventando il proprio futuro. Allo stesso tempo, i datori di lavoro cercheranno persone creative, che sanno usare la propria immaginazione per creare maggior beneficio agli altri e a se stessi.

Ma tutto questo cosa significa per le imprese? Anzitutto, per eccellere e prosperare è fondamentale che tutti abbiano l’opportunità di mostrare la miglior versione di sé e ciò vuol dire concedere fiducia ai propri collaboratori. Questa, potremmo affermare, è anche l’era delle responsabilità. La vera rivoluzione è su basi individuali e per creare una nuova realtà è essenziale che ogni singolo individuo deve dare prova di leadership e assumersi la responsabilità per il successo dell’azienda (il medesimo discorso è applicabile alla famiglia, alla nazione, al mondo).

Lo sviluppo delle potenzialità umane deve diventare una priorità aziendale, ed è indispensabile che ognuno possa avere l’opportunità di realizzare il suo potenziale creativo. In fondo, come disse Bill Bradley, “La leadership non è qualcosa che viene fatto alla gente, come sistemare un dente. La leadership significa sprigionare il potenziale delle persone perché diventino migliori”.

A tal riguardo, va anche evidenziato che qui non stiamo parlando solo di aziende come Google, Hubspot, o di qualche ditta della Silicon Valley. Originalità, curiosità, apertura mentale, iniziativa, indipendenza, imprenditorialità sono tutte qualità che fanno oggi parte di un atteggiamento creativo verso il lavoro, e la vita in generale.

Nella nuova economia, per eccellere e prosperare è fondamentale creare una cultura dove la leadership sia a tutti i livelli e dove le persone sono responsabili del loro operato e possano vivere in modo creativo, dando un profondo significato a ciò che fanno. Questa non è però una grossa novità: da sempre le persone vogliono che ciò che fanno sia apprezzato, rilevante e significativo, e non dato per scontato. Tutto ciò era già stato dimostrato in passato (anche se molte di queste conoscenze non sono mai state applicate concretamente). In una delle loro ricerche, Elmo Roper e George Gallup, pionieri della ricerca di mercato e del sondaggio moderno, avevano sottolineato che le persone vogliono: un senso di sicurezza, opportunità di avanzamento nella loro carriera, essere trattate come tali e non come numeri, quel senso di dignità che si percepisce quando si sente che il proprio operato è utile e significativo.

La questione è davvero molto semplice: noi tutti, nessuno escluso, vogliamo fare qualcosa che per noi è importante e questo ha ovviamente a che fare con la qualità di vita di ognuno, visto che al lavoro passiamo gran parte della nostra vita adulta (il 35% secondo Revise Sociology, 2016). Dalla ricerca State of the Global report (Gallup, 2013 e 2017), emerge però che sotto questo aspetto siamo confrontati con un problema enorme. Infatti, a livello planetario nove persone su dieci non trovano un senso in ciò che fanno e questo è un gigantesco spreco di potenziale umano, che incide in modo considerevole anche sui costi legati alla perdita di produttività.

Un enorme e immenso potere creativo scaturisce quando le persone sono allineate a uno scopo significativo e comune, credono nella loro missione e sognano un futuro condiviso. Il medesimo potere diventa però una forza altamente distruttiva quando vi è l’oppressione di una cultura di potere che ha bisogno di soffocare la libera espressione in quanto la teme, e per questo ha necessità di rendere la natura umana prevedibile, governabile e misurabile.

Prendendo in prestito le Teorie X e Y che il professor Douglas McGregor aveva elaborato settant’anni fa sull’organizzazione aziendale, possiamo dire che sino ad oggi la tendenza principale è sempre stata quella di volere avere il controllo su tutto, partendo dalla premessa che degli altri non ci si può fidare e da una visione pessimista dell’essere umano. La Teoria X la troviamo infatti nella maggior parte delle organizzazioni, dove regna un rigido sistema gerarchico di controllo e sfiducia (e, in generale, in una società ancora tipicamente patriarcale). A ciò, si contrappone la Teoria Y, che invece sottolinea come le persone vogliano impegnarsi e assumersi le loro responsabilità.

Come dice il proverbio, “Non si può servir a due signori”. Per permettere alle persone di esprimere se stesse bisogna allentare il controllo. Non più attraverso un ferreo modello di comando e controllo, ma piuttosto un sistema che esalti le potenzialità della singola persona.

Limitarsi a dare/seguire ordini e direttive non è più sufficiente. Questa nuova economia non premia più il conformismo, la miope remissività e la cieca obbedienza. E poi, “Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere un leader” (Wolf J. Rilke). Perciò, non si tratta più di fossilizzarsi nel vecchio paradigma strutturalista e posizionale della leadership tradizionale; oppure di irrigidirsi sull’ideologia che ruota attorno all’eroismo del leader solitario, ma di una nuova leadership, adatta al XXI secolo.

Nella nuova era, dove ognuno è una bomba di talento potenziale, cercare di aggrapparsi ai capisaldi del passato è un comportamento involutivo e controproducente. Anzitutto, un unico leader non può fare tutto da solo. I clienti sono sempre più informati, hanno una vasta scelta a disposizione e sono sempre online, 24/7. Ogni singola interazione con il mercato, anche la più banale e apparentemente insignificante, è di vitale importanza. Come detto, ognuno è chiamato a dare prova di leadership e assumersi la responsabilità per il successo dell’impresa.

In secondo luogo, il lavoro oggi comporta sempre più cooperazione e collaborazione, e sempre meno supervisione. Agilità, flessibilità, velocità di esecuzione implicano sempre più autonomia. L’autorità deve dunque essere decentralizzata. E proprio qui si assiste a una democratizzazione delle responsabilità all’interno di strutture che sono sempre più orientate ad un network di team che si auto-gestiscono. Come hanno scritto Michael Cox e Richard Alm, “Immaginazione e creatività sono esercizi di collaborazione, cori piuttosto che assoli”. Non più, dunque, il solitario programmatore chino sul suo computer, ma abilità umane e intelligenza emotiva che si fondono nell’originalità e autenticità del genio collaborativo.

Un’altra considerazione riguarda le aspettative. Rispetto al denaro, ad esempio, diventa sempre più importante dare un significato a ciò che si fa. Questa è la premessa da cui bisogna partire. Le persone vogliono realizzare se stesse. In modo particolare le nuove generazioni, come i Millennials o la Generazione Z, cercano un ambiente ricco di coinvolgimento e possibilità di apprendimento. Non è più semplicemente una questione di soldi e, forse, non lo è veramente mai stata. La questione riguarda lo scopo e il significato.

Tutti questi cambiamenti evidenziano inequivocabilmente che limitarsi a dare ordini e direttive non è più produttivo, né efficace, né funzionale. Il vecchio paradigma basato su status e potere deve dunque lasciare spazio ad approcci più creativi. La stessa cosa vale per le tradizionali leve della motivazione, che possiamo riassumere nel tipico approccio “bastone e carota”, per intenderci. Come sosteneva William Arthur Ward, “La leadership si basa sull’ispirazione, non sulla capacità di dominare gli altri; sulla collaborazione, non sull’intimidazione”.

Oggi vi è un vero e proprio business della motivazione, ma se diamo un’occhiata a tutti i grandi leader della storia – da Gesù a Nelson Mandela, a Martin Luther King,  fino ad arrivare a persone come Elon Musk e Richard Branson – scopriamo che nessuno di loro era, o è, motivato. Erano, o sono, tutti ispirati. Infatti, il nostro bisogno di essere motivati denota una mancanza di fede, principalmente in noi stessi, e da un punto di vista psicologico è in realtà un bisogno di essere rassicurati. Certo, abbiamo tutti bisogno di un supporto morale di tanto in tanto… ma quel che sto cercando di dire è che la motivazione serve a poco se dietro le quinte non vi è un significato profondo che governa quel che facciamo. Al contrario, quando questo è presente non abbiamo bisogno di essere motivati dall’esterno: si tratta di una motivazione che arriva da dentro, intrinseca.

Prova solo per un attimo a immaginare quali sarebbero i livelli di produttività ed efficacia, e quale la performance della tua impresa se tutte le persone amassero ciò che fanno, facessero ciò che amano, e esercitassero la loro vocazione manifestando la miglior versione di sé… Immagina dei collaboratori felici che vivono una vita intenzionale e non più nella lamentela dal lunedì al venerdì. Non più semplici risorse, dipendenti o impiegati, ma ambasciatori dell’impresa. PR che credono in quel che fanno e sono orgogliosi di partecipare e contribuire alla realizzazione di un sogno condiviso… puoi immaginarlo?

Le cifre parlano chiaro. Nel 2015, le ricerche della società Bain & Company hanno inequivocabilmente dimostrato che ispirazione e produttività sono altamente correlate. I collaboratori ispirati sono di gran lunga i più produttivi:

  • la produttività di un team insoddisfatto è inferiore a 100%. Si aggira attorno al 70%.
  • Un team soddisfatto, ovvero un team che gode di sicurezza sul posto di lavoro, di formazione interna, di uno snellimento nelle pratiche burocratiche, di una valorizzazione delle proprie capacità ed una remunerazione adeguata si situa al 100%.
  • Un team motivato è invece un team che opera con più autonomia. È un team che ha maggiori possibilità di apprendimento e crescita, e può godere di un maggior impatto nel fare la differenza. A livello produttivo, questo team sale al 144%.
  • Team ispirato? 225%!

In estrema sintesi, nella nuova economia, il successo di un’impresa ruota attorno a dei team vincenti, ispirati.

Eppure, nonostante ciò, nelle scuole continuiamo a educare i giovani a non essere creativi, trattandoli come una vera e propria catena di montaggio, con il fine di trasformarli in lavoratori a basso costo, obbedienti, che aspettano di essere scelti e che qualcuno dica loro cosa fare, e che possono essere facilmente rimpiazzati.

Con l’educazione industriale ci siamo focalizzati esclusivamente sulla replica del passato (conoscenza), piuttosto che sulla creatività (e sulle nuove possibilità). Continuando a condizionare la mente dei bambini e impedendo loro ogni libertà d’indagine e ricerca individuale e diretta, non facciamo altro che sopprimere la loro curiosità e passione per l’apprendimento. In questo modo, seguendo sempre il “modo giusto/standard” di fare le cose, l’allievo potrà certamente diventare un bravo impiegato, un abile commerciante, un perfetto industriale: ma mai una persona che crea.

La scuola, in fondo, non è stata ideata per sviluppare le potenzialità dell’individuo. È nata come investimento per il nostro futuro economico sulle basi dell’economia industrializzata, con il preciso intento di educare i bambini all’obbedienza e formare impiegati compiacenti e produttivi (e anche in buoni consumatori) che avrebbero lavorato bene nel sistema.

Questa idea funzionò perfettamente in passato, ma adesso?

L’economia è mutata radicalmente e la formazione che poteva andare bene un tempo, per andare a lavorare in fabbrica, non è più adeguata. Nelle fabbriche ci lavorano i robot e sempre meno esseri umani fanno (e faranno) dei lavori che possono essere automatizzati. La rivoluzione post-industriale è qui e sono le “abilità umane” a essere importanti. Per questo, come ci ha ricordato il miliardario cinese Jack Ma, non dovremmo continuare a cercare di competere con i robot… ma mettere in seria discussione l’organizzazione scolastica standardizzata.

I difetti dell’apprendimento meccanico sono ben noti, e dicendo che ai bambini che vi è un unico modo di fare le cose, e chiedendo loro di imparare delle risposte a memoria prima ancora d’aver posto le domande, stiamo letteralmente anestetizzando la loro creatività e questo è assai limitante, in un mondo nuovo, dove l’immaginazione è tutto.

Come ha sottolineato Yong Zhao, professore alla School of Education presso l’Università del Kansas, oggi per avere successo bisogna funzionare come degli imprenditori. Nel contesto dell’educazione, siamo usciti dall’era industriale, abbiamo attraversato l’era dell’informazione e siamo oggi nell’età dell’immaginazione, dove conformità e standardizzazione non sono più attributi fondamentali.

Il primato negli standard è diventato una pecca. I problemi di questa nuova era richiedono un pensiero dinamico e creativo, sempre nel movimento. Vi è necessità di menti creative che sappiano guardare a tutto ciò che è in divenire con apertura attraverso la responsabilità di sé stesse e creare attraverso un pensiero che riesce a valutare, portare in sé nuove opportunità e non soltanto quelle che vengono create da altri. Pensatori creativi indipendenti che possono lavorare facilmente insieme, anche in gruppo.

Nel prossimo futuro, le competenze più richieste saranno incentrate su problem-solving in situazioni complesse, pensiero critico, creatività (World Economic Forum) e per questo risulta fondamentale aprire la conversazione sul tema scuola. Soprattutto nei confronti dei nostri figli e delle nuove generazioni, ma anche per quanto concerne il business e l’economia in generale. È infatti inammissibile che i ragazzi, dopo svariati anni di formazione, si trovino a essere catapultati in un mondo del lavoro al quale sono assolutamente impreparati.

Come è stato ampiamente dimostrato dalle ricerche sull’argomento, ogni bambino viene al mondo con uno straordinario potenziale, ma la sua creatività viene letteralmente uccisa da modelli educativi obsoleti. Unicamente focalizzati sulla parte del cervello che è perfetta per il ragionamento, la logica, la matematica ciò che facciamo è strangolare l’area che riguarda le profonde intuizioni e la genialità. In più, a causa dell’eccessivo focus sull’educazione razionale che c’è stato a partire dalla seconda metà del XVII secolo, continuiamo a insegnare ai giovani ad utilizzare il pensiero divergente e convergente contemporaneamente, castrandoli del potere creativo della loro immaginazione.

Metaforicamente, è come istruire l’allievo conducente a utilizzare acceleratore e freno allo stesso tempo. Attraverso il pensiero divergente (immaginazione) giungono nuove idee e possibilità. Ma immediatamente interviene il pensiero convergente (giudizio, critica, censura). Non appena arriva un’intuizione o idea, ecco che si inizia subito a giudicarla: “Non è possibile”, “Questa è una pazzia!”, “Che stupidaggine”, “Non è mai stato fatto”, “Non funzionerà”, e il processo creativo viene arrestato sul nascere da un atteggiamento mentale negativo.

Così pensa la maggior parte delle persone. In fondo, è così che sono state educate.

Oggi bisogna avere il coraggio di affermare che non abbiamo più bisogno di educazione, ma piuttosto di apprendimento. Abbiamo l’urgente necessità di formare non più al condizionamento, ma alla leadership; e di comprendere che la creatività non è qualcosa da relegare ai poeti.

Viviamo in un mondo costruito di immagini, che ci è comprensibile solo come immagine psichica e dove l’immaginazione è alla base di qualsiasi realizzazione.

“La creatività è senza dubbio la risorsa umana più importante”, ha affermato Edward De Bono. Secondo lo scrittore maltese, “Senza creatività non ci sarebbe progresso e ripeteremo sempre gli stessi schemi”. Questo è un punto fondamentale. Per evolvere dobbiamo dare spazio alla creatività per quanto riguarda il business (risvegliandola) e la formazione scolastica (non soffocandola). Non più, dunque, semplicemente replicare, reagire, ricreare ma agire in modo consapevole e deliberato, e creare attraverso l’uso strategico dell’immaginazione.

Creatività e immaginazione sono delle qualità basilari, vitali. Innate.

Stando alle più recenti ricerche scientifiche sul funzionamento del cervello, la nostra immaginazione viene stimolata quando dormiamo e da qui ne possiamo trarre l’inferenza che la nostra creatività è sopita, non è sparita per sempre, e può essere risvegliata. Per fare questo dobbiamo essere umili e tornare a essere curiosi, riscoprendo quel senso innato di meraviglia che contraddistingue i bambini, guardando a ogni esperienza con occhi nuovi (come sosteneva Donald Winnicot, “La capacità di provare ancora stupore è essenziale nel processo della creatività”) e smetterla di giudicare e credere di avere tutte le risposte.

Questo è davvero fondamentale, ed è anche la direzione in cui l’economia sta andando. Come conseguenza della meccanizzazione dei processi operativi, le competenze richieste nel prossimo futuro saranno infatti maggiormente incentrate su creatività e social intelligence. Questo secondo me è un bene, e ci permetterà di tornare a essere umani porterà a un miglioramento nelle nostre relazioni. A questo proposito, non dimentichiamo che il business è fatto di relazioni, e il successo negli affari deriva proprio dal successo nelle relazioni umane. In fondo, noi siamo esseri umani, siamo persone e non robot. Siamo molto di più che delle macchine e siamo venuti al mondo per realizzare noi stessi e fare della nostra vita un’opera d’arte. Non solo per produrre, consumare, morire.

Non siamo semplicemente manager, operai, impiegati, consumatori; ma artisti, poeti, creatori.

Siamo qui per trasformare il nostro potenziale in realtà e influenzare positivamente il cambiamento attraverso il nostro esempio, essendo fonte di ispirazione per gli altri. Questa è la vera leadership, indipendentemente dalla propria posizione.

L’intero sistema è da rivedere, a partire dalla formazione, e questo richiede una rivoluzione di idee che, come sempre accaduto storicamente, si scontra violentemente con lo status quo. Bisogna però avere il coraggio di dirlo: in questa nuova era dell’immaginazione non servono biblioteche ambulanti molto colte, che sanno tante teorie ma incapaci di pensiero creativo, critico e indipendente. Serve porsi le giuste domande, invece che imparare risposte preconfezionate a memoria. Serve inoltre che ci liberiamo dall’idea della competizione, in quanto noi siamo dei creatori e come disse qualcuno siamo qui per creare, non per competere per ciò che è già stato creato.

C’è una rivoluzione in corso. Stiamo evolvendo, stiamo cambiando. Gli incredibili sviluppi della tecnologia, l’innovazione e la creatività vanno di pari passo… le vecchie strutture sono destinate a cambiare o crollare. Noi tutti abbiamo una mente molto creativa che può realizzare e creare sempre nuovi modelli e forme di vita sociale e individuale… e questo è oggi indispensabile, anche per trovare soluzioni creative sempre nuove ai problemi che dobbiamo fronteggiare in questa nuova economia e nel nostro vivere quotidiano.

Dunque, il mio umile suggerimento è quello di non lasciarci imbrigliare dal passato, ma accogliere il futuro. Non fossilizzarci sul vecchio, ma scoprire il nuovo e aiuta chi ci circonda a fare altrettanto. Anche questo, è un esercizio dell’immaginazione. Si tratta di re-immaginare il futuro dell’occupazione e dell’educazione, tenendo conto del fatto che tutto ciò che aiuta la creatività è bene, mentre ciò che la soffoca e mantiene ignoranti non lo è.

In fondo, “L’uomo è nato per creare. La vocazione umana è quella di immaginare, inventare, osare nuove imprese” (Michael Novak).

“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione”.
Albert Einstein

 

Riferimenti

The Imagination Age – America’s Fourth Wave of Economic Progress, SMU Cox School of Business.

https://www.smu.edu/-/media/Site/Cox/CentersAndInstitutes/ONeilCenter/Research/AnnualReports/2017AnnualReport.ashx?la=en.

 

Articolo a cura di Francesco Ferzini

Francesco Ferzini è uno scrittore, ricercatore e formatore che si occupa di leadership e sviluppo del potenziale umano.

La sua missione è quella di promuovere una nuova educazione, aiutare le persone a sviluppare il talento della leadership e riscoprire chi sono, con l’obiettivo che ognuno possa allinearsi alla propria vocazione, realizzandosi nella propria vita professionale e privata.

Pluriennale esperienza nel business internazionale, ha conseguito il Master of Business Administration (MBA) presso Curtin University of Technology CGSB in Australia, è specialista in marketing e vendita con attestato federale presso Swiss Marketing Club SMC, Svizzera.

Autore di diversi libri sullo sviluppo personale, vive a Lugano, in Svizzera, con la moglie Natascha, i due figli, un gatto e un cane.

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