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Innescare il cambiamento: pensieri ed emozioni, un filtro potente sulla nostra percezione della realtà

Sempre più gli ultimi studi delle neuroscienze ci informano del potentissimo strumento che è la nostra mente, un veloce “calcolatore” della realtà che ci circonda capace di catalogare in modo rapido e intuitivo ogni avvenimento come positivo o negativo.

Davanti alla realtà oggettiva scatta subito, in modo inconscio e automatico, la nostra reazione interpretativa dovuta alla personale “percezione” della realtà.

Questa percezione è dettata dalle emozioni che sono la reazione improvvisa ad un evento al quale assistiamo in via diretta o indiretta o ad una comunicazione verbale o scritta. Spesso non siamo neanche consapevoli della rapidità di queste associazioni emotive che connotano in modo giudicante ogni accadimento con un’accezione positiva o negativa; questa rapidità è spesso fonte di conflitti proprio perché troppo veloce e istintiva è la reazione e il conseguente giudizio. È utile l’esempio che di fronte alla realtà ognuno di noi ha una predisposizione naturale a indossare le lenti “rosa” o quelle “scure”, a dare un’interpretazione più benevola e una, al contrario, più pessimistica.

Da questo prima reazione consegue lo sviluppo delle azioni e dei risultati corrispondenti.

Si originano spesso così malintesi, malumori e deterioramento nei rapporti con conseguente calo di motivazione, perdita di tempo ed efficacia nell’azione.

Proprio perché il pensiero crea la nostra realtà concretizzandosi in azioni che producono risultati, se questi ultimi non sono soddisfacenti dovremmo ripercorrere a ritroso il processo che li ha originati, andando a comprendere quanto le nostre emozioni hanno “appannato” la nostra lucidità di osservazione dei fatti interpretando in modo del tutto soggettivo e personale il reale.

Userò la metafora dell’albero in cui le radici sono i pensieri, il tronco è costituito dalle azioni/comportamenti e la chioma o frutti equivalgono ai risultati. Se questi ultimi non ci convincono, dobbiamo andare a vedere se all’origine del processo c’è qualcosa da migliorare, ad esempio un nutrimento maggiore per il terreno a vantaggio delle radici o una diversa composizione del concime. Nutrire vuol dire anche allenarsi a comprendere il proprio mondo emozionale, la propria scala di valori che ci fa interpretare quello che ci circonda perché dai valori derivano le scelte che compiamo. Noi scegliamo sempre, in continuazione: cosa dire, come muoverci, cosa fare, cosa intraprendere, cosa abbandonare.

Scegliere consapevolmente significa avere chiare le radici in termini di sistema familiare e culturale di riferimento, conoscere con obiettività quanto le tradizioni e i giudizi interpretativi insiti nella nostra cultura costituiscano a volte un filtro fuorviante che ci può fare andare fuori strada o causare le cosiddette “illusioni cognitive” pericolose nel dare giudizi affrettati condizionando le nostre azioni e reazioni.

Per contrastare questa umana e atavica inclinazione, possiamo aiutarci con degli antidoti potenti quali riuscire a praticare una visione “laterale” o “out of the box” e ad agire il valore della “mente aperta”. Oggettivizzare il reale chiedendosi: quanto conta la mia percezione della realtà nel giudizio che formulo e nei comportamenti conseguenti? Perché ci piaccia o no, i nostri atteggiamenti e/o azioni derivano dai pensieri che formuliamo, da come “scannerizziamo” e cataloghiamo gli eventi e le persone.

Riuscire a distaccarsi dalla situazione, arretrando di un passo e mettendosi nei panni degli altri consentirebbe di scoprire soluzioni insperate e di avere uno sguardo più tollerante e comprensivo delle opinioni altrui. Le soluzioni infatti si trovano quando mi sposto dal problema e ragiono subito in termini di soluzione: esco dalla “palude” dei miei condizionamenti emotivo-cognitivi e con un salto prospettico atterro sul terreno delle soluzioni possibili e dei molti sentieri ancora inesplorati.

Per compiere questo salto “quantico” ci vogliono coraggio, fiducia, mente e cuore aperti, senso di responsabilità, umiltà, creatività e perseveranza nel cercare sempre la soluzione al di là degli ostacoli. Ingredienti questi preziosi per evitare tanti malesseri fastidiosi che a lungo andare possono deteriorare i rapporti e causare conflitti anche nei luoghi di lavoro.

Attraverso il riconoscimento delle emozioni proprie e altrui possiamo acquisire un utilissimo strumento per conoscerci e conoscere, attraverso le tecniche della comunicazione efficace possiamo lavorare sui nostri “dialoghi” routine che impediscono spesso di uscire dalla solita strada tracciata: è come continuare a scavare sempre nello stesso punto andando sempre più a fondo nella problematica anziché spostarsi lateralmente e scorgere paesaggi ancora incontaminati.

La buona notizia è che spesso basta poco per innescare in noi il cambiamento e ottenere risultati diversi: anche se controllare le proprie emozioni non sempre ci risulta facile, con la pratica e l’attenzione a lungo andare possiamo imparare a riconoscere quando stiamo andando in quella sorta di “sequestro emotivo” che offusca la nostra lucidità ed efficacia di comportamenti neutralizzando con una serie di strategie la nostra visione egocentrica e soggettiva della realtà.

Il campanello d’allarme può essere un segnale fisico o cognitivo o comportamentale che ci procura disagio o che ci fa pensare e/o agire in modo alterato o diverso rispetto alla situazione precedente all’evento scatenante. Questo è un segnale prezioso per elevarsi rispetto al piano situazionale in cui è accaduto l’evento e astenersi per qualche momento da intraprendere o dire qualcosa di cui potremmo poi pentirci. Riconsiderare le cose anche da un altro punto di vista e dare modo alle reazioni cognitive o emotive di “raffreddarsi”.

Molto utile è poi l’analisi dei bisogni del singolo, dell’organizzazione e del macro sistema di riferimento perché dietro alla rabbia o alla delusione o alla paura c’è sempre un bisogno inespresso che si sente non riconosciuto o disatteso. Più riusciamo a identificare i bisogni alle origini dei nostri pensieri e ad esprimerli nel giusto stile con assertività e rispetto dei bisogni degli altri, tanto più le emozioni in gioco saranno positive e improntate alla condivisione e alla costruzione di “ponti” verso gli interlocutori di riferimento.

Qui la comunicazione diventa fondamentale: sia quella introspettiva con noi stessi, come cioè ragiono tra me e me, sia quella intrapersonale in cui la cura puntuale del linguaggio e l’empatia possono fare la differenza evitando di erigere muri e aprendo invece “finestre”, per citare Marshall Rosenberg e il suo manuale “Le parole sono finestre oppure muri”.

Come sempre è la consapevolezza o l’osservazione di come ognuno di noi pensa ed agisce all’interno dei diversi sistemi di riferimento (vita privata, professionale, famiglia, etc.) che può darci le soluzioni e indicare il cambiamento auspicabile per avere più soddisfazione nel rapporto tra pensieri, emozioni, tempo impiegato, risultati ottenuti e benessere psicofisico.

 

Articolo a cura di Raffaella Iaselli

Raffaella Iaselli

Business and Personal Coach PCC, Professional Certified Coach

Business, executive e personal coach PCC, Professional Certified Coach, Membro Comitato Etica ICF Italia 2017- Chapter italiano della Federazione Internazionale Coaching.

Direttrice della Fondazione Olly Onlus, attiva nel supportare i disagi giovanili con sede in Biella favorendo sinergia e rispetto dei ruoli tra docenti e genitori a favore della crescita costruttiva delle nuove generazioni.

Trainer per aziende, manager e team, sullo sviluppo delle competenze trasversali: empatia, ascolto attivo e motivazione per mantenere un alto livello di energia e benessere. Crede nell’approccio etico e nell’allineamento dei valori, molto efficace anche nei change management delle fusioni aziendali e dei passaggi generazionali per dare senso di direzione e congruenza ai sistemi.

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