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Al bando i rimpianti. Comprendiamo i nostri errori ma guardiamo al futuro (prima parte)

Finisce il 2021 e siamo portati, come sempre capita al termine di un ciclo temporale, a fare un bilancio dell’anno trascorso. Molti di noi saranno soddisfatti di come sono andate le cose, altri lo saranno molto meno. Sia nell’ambito della loro vita personale ma anche nella loro attività professionale. E questo per motivi diversi: scelte mancate o scelte sbagliate, decisioni prese che, alla fine, non si sono rivelate positive. Capita, purtroppo, spesso. Ecco che allora in noi nasce quel sentimento doloroso che chiamiamo rimpianto. Si tratta di un’emozione solo negativa o è possibile usarla in modo positivo?

Neal Roese, professore di marketing alla Kellogg School, è un esperto di psicologia del rimpianto, argomento del suo recente libro, If Only. Nel suo lavoro spiega che i rimpianti sono un aspetto perfettamente normale, persino essenziale, dell’essere umano. E i rimpianti che sono nati dalle circostanze della pandemia possono essere una forza positiva se li contestualizziamo e impariamo da loro. Tuttavia, se coltivati ​​troppo a lungo, possono avere effetti negativi sulla nostra salute mentale.

Quando una situazione ha diversi esiti possibili, tendiamo a tenere a mente quelli che non si realizzano. Ad esempio, se lanciamo una moneta ed esce “testa”, sappiamo che sarebbe potuto uscire “croce”. Allo stesso modo, se siamo responsabili di un fallimento, sappiamo che avremmo potuto fare le cose in modo diverso, il che naturalmente ci fa sentire dispiaciuti, addolorati. Il pensiero controfattuale può essere una cosa negativa se ci lasciamo sommergere da esso. Se ci infliggiamo una specie di auto castigo per il nostro fallimento.

Utilizziamo il rimpianto in modo positivo

La lezione più preziosa che si può trarre da questo libro è che il rimpianto può essere positivo. In effetti, può aiutarci a ottenere una prospettiva, imparare dai nostri errori e persino raccogliere l’energia necessaria per affrontare la sfida di fronte alle avversità.

Il libro di Neal Roese fa luce sulla dimensione personale e professionale del rimpianto e invita a prendere atto di questa emozione, generalmente considerata negativa, per volgerla a nostro favore. L’autore offre molti suggerimenti su come capitalizzare il rimpianto e incanalarlo in modo efficace.

Anche in Italia, comunque, vi sono numerosi studi che hanno affrontato e approfondito questo tema. Per chiarire meglio l’argomento abbiamo rivolto alcune domande a Stefania Pighin, attualmente ricercatrice presso il Centro Interdipartimentale Mente/Cervello (CIMeC) dell’Università di Trento[i]. 

Il pensiero controfattuale: cos’è e come funziona

Professoressa Pighin, ci può spiegare come funziona in parole povere il pensiero controfattuale?

Con il termine “pensiero controfattuale” intendiamo la capacità umana di immaginare come le cose sarebbero potute andare diversamente da come sono andate nella realtà. E’ un’attività mentale frequente e spontanea. Quotidianamente, infatti, ci troviamo ad immaginare situazioni e scenari alternativi a quelli che abbiamo realmente vissuto se solo avessimo deciso o ci fossimo comportati diversamente, se solo gli altri avessero deciso o si fossero comportati diversamente, e così via. Questo avviene principalmente quando esperiamo un evento negativo: quando qualcosa non va nel verso giusto, tendiamo ad immaginare come, variando un qualche aspetto dei fatti vissuti, quell’esperienza negativa si sarebbe potuta evitare. Un aspetto del pensiero controfattuale che è particolarmente intrigante riguarda il fatto che vi è una certa regolarità nei pensieri controfattuali che le persone producono di fronte ad uno stesso esito: sebbene potenzialmente infiniti, le persone tendono a focalizzare i propri pensieri controfattuali sugli stessi elementi. In altre parole, quando immaginiamo i diversi modi in cui un evento si sarebbe potuto evitare, siamo molto meno creativi di quanto potremmo essere, restiamo ancorati alla nostra rappresentazione della situazione e facciamo modifiche mentali minime (e in un certo senso, prevedibili).

Il pensiero controfattuale: altre ipotesi

E’ generalmente accettato che il pensiero controfattuale sia funzionale. Ciononostante, tra i ricercatori vi è, ad oggi, un certo disaccordo su quale sia la sua funzione principale. La posizione dominante (proposta da Neal Roese) prevede che produciamo pensieri controfattuali atti a prepararci per il futuro: soprattutto di fronte ad un evento negativo, immaginiamo cosa noi avremmo potuto fare di diverso al fine di evitare quell’evento e questo ci aiuterebbe ad evitare gli stessi errori nel caso dovessimo vivere situazioni analoghe. Per quanto sensata e condivisibile, la funzione preparatoria come funzione principale del pensiero controfattuale è stata negli anni messa in dubbio da un crescente numero di risultati sperimentali che mostrano come la maggior parte dei pensieri controfattuali prodotti dalle persone che esperiscono direttamente una data situazione tendono a focalizzarsi su aspetti situazionali e fuori dal loro controllo. Questo rende i pensieri controfattuali decisamente poco “preparatori” dato che essi riguardano fattori sui quali l’individuo non ha alcun potere e sul quale non può agire direttamente. Gli studi avviati dal Prof. Vittorio Girotto nel 2007 hanno avuto il merito di riaprire il dibattito scientifico sulla funzione del pensiero controfattuale (dibattito che tutt’oggi, a quasi 15 anni di distanza, non si è ancora concluso) e di sottolineare l’importanza di altre funzioni (come, ad esempio, l’utilità nello spiegare e giustificare il passato) di questa interessante attività di simulazione mentale.

Il rimpianto è un’emozione negativa o positiva?

Comincerei con il dire che il rimpianto è un’emozione squisitamente controfattuale: proviamo rimpianto quando riconosciamo le nostre responsabilità e realizziamo che, decidendo o agendo in maniera differente, avremmo potuto evitare un evento negativo. Per comprendere l’emozione del rimpianto dobbiamo considerare la sua natura puramente “privata” (intesa come legata ai nostri comportamenti) che differenzia il rimpianto da altre emozioni di carattere interpersonale (come la delusione e l’invidia). Il rimpianto è un’emozione che suscita nell’individuo una reazione spiacevole e connotata negativamente. Se ci stiamo interrogando sull’utilità del rimpianto, però, non possiamo definirlo positivo o negativo di per sé ma va considerato in rapporto alla situazione o al contesto nel quale esso viene esperito. Provare rimpianto in una situazione in cui non vi è possibilità di correggere il proprio comportamento perché il contesto è irreversibile (si pensi, ad esempio, ad eventi traumatici come la perdita di un proprio caro) risulta dannoso e può portare ad un eccesso di rimuginazione che, in alcuni casi, sfocia in ossessioni patologiche. Il discorso cambia quando consideriamo contesti diversi in cui è possibile correggere il proprio comportamento e dove, quindi, l’esperienza del rimpianto può diventare una miccia per l’innesco di strategie comportamenti atte a migliorare il proprio stato o la propria condizione momentanea.

E’ importante sottolineare che le nostre reazioni emotive dipendono da ciò che succede, ma anche da ciò che sarebbe potuto succedere ma non è successo: siamo scontenti se scopriamo che una nostra scelta ci ha portati a conseguenze negative; siamo ancor più scontenti se scopriamo che una scelta diversa avrebbe portato a conseguenze migliori, ma siamo meno scontenti se scopriamo che una scelta diversa avrebbe portato a conseguenze ancor peggiori. Il rimpianto che deriva dal confronto controfattuale tra l’esito della scelta fatta e l’esito della scelta scartata influenza la soddisfazione per le nostre scelte ed orienta anche le scelte future: spesso cerchiamo di prevedere il rimpianto che potrebbe scaturire dalle nostre scelte e decidiamo cercando di minimizzare la probabilità di provare tale emozione.

L’illusione del controllo

Guardando indietro alle prove e agli errori del passato, secondo Roese, le persone spesso incolpano se stesse, indipendentemente dal fatto che le circostanze fossero effettivamente sotto il loro controllo o meno. Ignorando questa distinzione, le persone mostrano un’illusione di pregiudizio molto naturale ma spesso non costruttiva. “Come il giocatore che soffia sui dadi prima di tirare, supponiamo di poter influenzare i risultati più di quanto possiamo, anche per eventi casuali“, afferma Roese.

L’illusione del controllo fa parte di una serie di pregiudizi cognitivi di base che colpiscono ciascuno di noi. Può essere utile per aiutarci a perseverare di fronte a sfide difficili, ma a volte può metterci nei guai. Poiché l’illusione del controllo implica una lettura distorta della realtà, cioè può fraintendere il modo in cui le nostre menti riflettono su situazioni difficili, come nel caso delle nostre esperienze di lavoro durante la pandemia, su cui torneremo più avanti.

Ma sentiamo ancora il pensiero della professoressa Stefania Pighin.

Professoressa Pighin, quanto può incidere l’illusione del controllo che spesso le persone pensano di avere sullo svilupparsi del sentimento di rimpianto?

L’illusione di controllo è la tendenza a sovrastimare la nostra capacità di influenzare gli eventi esterni. Si può osservare quando si analizzano i comportamenti dei giocatori d’azzardo, i ragionamenti pseudoscientifici e le credenze parapsicologiche. La ricerca scientifica si è occupata principalmente di indagare le situazioni in cui si pensa che le nostre azioni generino risultati positivi/desiderati ma che, in realtà, sono al di fuori del nostro controllo. Molto meno si sa sull’illusione di controllo in relazione a risultati negativi/indesiderati. Ne consegue che è difficile, da un punto di vista scientifico, delineare con chiarezza la relazione esistente tra l’illusione di controllo e il rimpianto.

Se invece parliamo della percezione di controllo (un costrutto che riguarda principalmente la convinzione di un individuo riguardo alla propria capacità di esercitare un’influenza sui propri stati interni e comportamenti), la relazione è insita nella definizione stessa di rimpianto: l’individuo non potrebbe provare rimpianto, infatti, se fosse convinto di non poter esercitare un certo grado di controllo sulle proprie scelte e sui propri comportamenti.

Nel prossimo articolo, approfondiremo altri temi relativi al sentimento del rimpianto.

Note

[i] Stefania Pighin è attualmente ricercatrice presso il Centro Interdipartimentale Mente/Cervello (CIMeC) dell’Università di Trento. Si è laureata in Psicologia presso l’Università degli Studi di Trieste e ho conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Cognitive e della Formazione presso l’Università di Trento. I suoi interessi di ricerca includono il pensiero controfattuale e la simulazione mentale, nonché il ragionamento probabilistico e i processi decisionali.

Pubblicazioni di Stefania Pighin relative al pensiero controfattuale:

Girotto, V., Ferrante, D., Pighin, S., & Gonzalez, M. (2007). Postdecisional counterfactual thinking by actors and readers. Psychological Science, 28(6), 510-515.

Pighin S., Byrne R.M., Ferrante D., Gonzalez M., & Girotto V. (2011). Counterfactual Thoughts about Experienced, Observed and Narrated Events. Thinking and Reasoning, 17(2), 197–211.

Pighin, S., & Tentori, K. (2021). The challenge of mental simulation in preference-sensitive treatment decisions. Translational behavioral medicine, 11(1), 276-278.

Pighin, S., Byrne, R. & Tentori, K. (in press). “If Only” Counterfactual thoughts about cooperative and uncooperative decisions in social dilemmas. Thinking & Reasoning.

 

Articolo a cura di Ugo Perugini

 

Ugo Perugini. Giornalista , blogger, collaboratore di “Beesness” (www.beesness.it); Together HR, blog di Sky Lab (http://www.togetherhr.com/bloghr-blog-risorse-umane/), DM&C (www.dmcmagazine.it); HR on line (www.aidp.it/riviste/indice-hronline.php). Il blog che cura è https://capoversonewleader.wordpress.com/.

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