Caminante no hai camino, se hace camino al andar”

Antonio Machado

Molti autori concordano nell’affermare che l’essenza del pensiero creativo consiste nello scoprire inattese relazioni tra elementi già conosciuti ma considerati estranei tra loro. Non è difficile cogliere allora, in linea con questo principio, una profonda analogia tra i versi di Antonio Machado e le seguenti parole di Edward De Bono, forse l’autore più noto tra coloro che si sono dedicati allo studio del pensiero creativo:

Il pensiero verticale (logico-razionale) si mette in moto solamente se esiste una direzione in cui muoversi, il pensiero laterale (creativo) si mette in moto allo scopo di generare una direzione”.

La dimensione teorica e astratta del sapere è un’esperienza comune a molti di noi, l’abbiamo vissuta tra i banchi di scuola e nelle aule universitarie, sappiamo che richiede tempo e un impegno serio e costante ma alla fine il traguardo è raggiungibile. Chi si occupa di formazione però ha sperimentato anche una dimensione diversa del processo di conoscenza, una condizione che passa attraverso la disponibilità a mettersi in gioco e a rielaborare la propria esperienza, e ha compreso quanto sia difficile condensare questo tipo di apprendimento sui libri o nelle aule di studio.

La conoscenza profonda, quella destinata a lasciare un segno e a cambiare la nostra “visione del mondo”, nasce sempre da un conflitto: la spinta verso il nuovo, il tentativo di andare oltre ciò che siamo e la paura di abbandonare ciò che si ha. Non è mai facile accettare di cambiare prospettiva e mettersi in discussione partendo da una posizione acquisita e consolidata. Il tema del cambiamento è quindi intimamente legato all’apprendimento di conoscenze destinate a mutare in modo significativo il quadro della nostra esperienza.

Chi opera nella formazione è consapevole quindi di dover affrontare timori, chiusure e resistenze, e che proprio da queste dovrà partire dal momento che esse rappresentano una parte importante dell’identità delle persone con le quali sta lavorando. Superare queste resistenze non è facile, ma l’obiettivo della strategia formativa è proprio quello di costruire le premesse affinché questo possa accadere, e le metodologie di apprendimento che partono dall’azione e dalle emozioni rappresentano la migliore opportunità in questo senso.

Outdoor Training: Outward Bound, la prima scuola

“Esci al largo, fuori dalle acque sicure ma stagnanti del porto”, era il motto della prima scuola ufficiale di outdoor training nata nel 1941 in Galles. L’esplorazione, la scoperta, il rischio, il confronto con la natura selvaggia, erano gli ingredienti forti di un programma che ricercava in queste sfide le leve per formare il carattere, liberare potenzialità latenti e accrescere la fiducia in sé stessi e nei compagni. Da allora i metodi si sono raffinati ed evoluti attraverso nuove idee e il contributo di altre discipline. Le metafore si sono ampliate, l’outdoor training non è più solo avventura nell’ambiente, a volte è una sfida sul piano dell’intelligenza creativa o dei comportamenti organizzativi, ma l’idea di fondo che anima questa disciplina non è mutata. Lo spirito “esplorativo” che risuona nel motto originario rimane un’inalterata fonte d’ispirazione: le persone imparano più rapidamente quando vengono coinvolte emotivamente sul terreno concreto dell’azione, l’efficacia dell’apprendimento aumenta quanto più si riduce la distanza tra il pensiero e l’esperienza vissuta “sulla propria pelle”.

Progettare un intervento di Outdoor Training

L’outdoor training è una metodologia formativa coinvolgente e potenzialmente molto efficace. Abbiamo visto come l’esperienza diretta, la gestione dinamica delle relazioni all’interno del gruppo e il forte impatto emotivo, creino le premesse per attivare un processo di cambiamento che è alla base di ogni vera nuova conoscenza. La dimensione di “action learning” generata dagli interventi di outdoor training si presta bene a diverse finalità, ma si rivela particolarmente efficace per sviluppare competenze di teamwork, supportare i gruppi di lavoro in occasione di particolari situazioni di cambiamento, facilitare l’integrazione e la necessaria spinta motivazionale nella fase di costruzione di nuovi team.

La progettazione di un intervento di outdoor training richiede tuttavia una seria riflessione su obiettivi e finalità. La facilità infatti con cui si riescono a creare attività suggestive e coinvolgenti potrebbe indurre a sottovalutare le difficoltà che spesso s’incontrano nel passare da un’attività a elevato impatto emotivo alla fase più “fredda” del debriefing, quando il gruppo di lavoro si deve impegnare nell’analisi e nella ricerca degli elementi di “trasferibilità”: analogie che consentono di creare un ponte tra la metafora dell’outdoor e l’organizzazione reale.  Abbandonare quindi i tradizionali ambiti della formazione, uscire dall’aula per “abitare un luogo” intenzionalmente decontestualizzato, impegnandosi nell’acquisizione di nuove abilità e nella risoluzione di problemi concreti attraverso il coinvolgimento reale di tutti, è indubbiamente una grande opportunità ma deve essere gestita in modo attento e consapevole. In sintesi: è abbastanza facile costruire attività coinvolgenti e suggestive, più difficile è riuscire a mettere in relazione questa esperienza, di forte impatto emotivo, con i temi d’interesse aziendale.

Un ulteriore elemento da non sottovalutare è la scelta della tipologia di outdoor che più si adatta agli obiettivi dell’azienda committente. Valutare il significato profondo della metafora e la sua funzione di “approccio divergente” è molto importante. L’obiettivo è trovare il giusto equilibrio tra la componente destrutturata dell’attività, che deve riuscire a liberare risorse molto spesso totalmente inespresse nella normale routine lavorativa, e la possibilità di individuare analogie con la vita organizzativa, aspetto fondamentale per l’attività di osservazione e auto-osservazione che verrà in seguito elaborata durante l’attività di debriefing.

L’importanza dell’attività di osservazione e della fase di Debriefing

Il debriefing è la fase organizzata di recupero dell’esperienza. L’obiettivo principale di questo momento è la ripresa e l’elaborazione in gruppo degli eventi e dei temi emersi nel corso dell’attività. È una fase importante e delicata durante la quale l’attenzione viene focalizzata sui passaggi più critici che hanno segnato l’evoluzione del team, dalla sua formazione al raggiungimento dell’obiettivo. il trainer insieme al gruppo filtra e seleziona gli eventi accaduti, circoscrive fasi e momenti, “smonta” e analizza l’azione, con lo scopo di aiutare il gruppo a “dare senso” a quanto è accaduto. È una fase questa che deve essere evidentemente coordinata e armonizzata con gli obietti prefissati nell’intervento. Qualunque situazione può essere letta in molti modi, compito del trainer è facilitare le interpretazioni e le chiavi di lettura maggiormente in sintonia con gli obiettivi previsti. Questa fase richiede da parte del trainer grande flessibilità ma anche molta attenzione e sensibilità per non rischiare letture che potrebbero essere percepite come manipolative e strumentali.

Vediamo in sintesi cosa è necessario affinché il debriefing si configuri come un evento organizzato, efficace e capace di rispondere a quanto sopra descritto:

  • È opportuno prevedere la creazione di strumenti ad hoc. Si deve predisporre quindi un format specifico per ogni tipologia di outdoor.
  • Il format non deve contenere domande troppo vaghe ma nemmeno così precise da indurre il sospetto di voler “pilotare” il risultato.
  • L’osservazione deve riguardare la descrizione di comportamenti e i fatti che li hanno generati, limitandosi tuttavia alla “pura descrizione”. Interpretazioni e commenti non appartengono a questa fase e devono essere coordinati dal trainer durante il debriefing.
  • L’osservazione deve prevedere anche aspetti di auto-osservazione.
  • La compilazione di queste schede dev’essere facilitata predisponendo brevi pause dedicate durante lo svolgimento delle varie attività, e opportunamente sollecitata da parte dei trainer per non rischiare carenza di materiale informativo in fase di debriefing.

Il ruolo del Trainer

Una breve nota in conclusione sulla figura del trainer: guida, specialista, consulente, esperto, insegnante, osservatore, animatore, motivatore, facilitatore, presenza attiva ma mai “ingombrante”, confuso nel gruppo durante l’attività e per questa ragione spesso percepito come un compagno più esperto. In ognuna delle figure elencate è possibile individuare il riflesso di un ruolo poliedrico che richiede evidentemente una elevata dose di flessibilità e che comunque deve saper agire capacità e competenze molto diverse durante la fase di “azione” rispetto alla conduzione del debriefing. Sintesi che a volte è possibile ottenere solo attraverso una adeguata composizione dello staff a guida dell’evento.

La figura del facilitatore è comunque quella che più si adatta al ruolo che un buon trainer dovrebbe saper ricoprire nel corso di un outdoor. Il facilitatore stimola, affianca, incoraggia, consapevole di agire in un contesto che favorisce i processi di cambiamento. Privilegia le domande alle risposte al fine di stimolare il processo di analisi e di esplorazione di un problema. Il facilitatore mette al centro la persona, la rete di relazioni, il gruppo, sostenuto dall’idea che non si debba aggiungere nulla, ma solo aiutare a far emergere ciò che è già presente all’interno di questo sistema.

A cura di: Massimo Berlingozzi

Massimo Berlingozzi

Partner di I&G Management

Massimo Berlingozzi: Formatore e Coach con trenta anni di esperienza, ha iniziato la sua carriera in ambito sportivo come trainer della Nazionale Italiana di Sci di Fondo. Formazione nel campo delle scienze motorie e in psicologia, esperto nella gestione dei processi di cambiamento e di sviluppo del potenziale umano, ha organizzato alcune delle prime esperienze di Outdoor Training in Italia verso la fine degli anni 80’. Ha collaborato con le più importanti aziende e società di consulenza in Italia.

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