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Motivazione e ascolto

Cosa vuol dire ascoltare? Prestare attenzione od osservare una persona che sta comunicando, in tutte le sue forme (parole, gesti, azioni)? La risposta più ovvia sarebbe la prima, ma nella pratica la più diffusa è la seconda. Perché ci comportiamo in questo modo? Perché è più comodo, è più semplice e non costa fatica. In un mondo in cui tutto è frenetico e in cui l’egoismo dilaga, questo è il comportamento più diffuso. L’ascolto, la capacità di ascoltare è una delle componenti fondamentali della comunicazione. Dovrebbe essere una dote propria di tutti i grandi comunicatori. Come si fa a comunicare se non si è in grado di ascoltare le esigenze dei nostri interlocutori?

Soffermiamoci sul valore dell’ascolto. “L’ascolto è un’arte magnifica che rigenera e stimola chi lo riceve. Con l’ascolto profondo sento anche ciò che non viene detto in maniera palese. Odo il grido dell’anima: ciò che, in chi mi sta davanti, è magari zittito o svilito, ma non per questo meno vitale. L’ascolto equivale a dire: tutto ciò che tu hai da dire ha un valore. Ma l’ascolto è un sollievo anche per chi ascolta, perché gli dà la tranquillità che viene dal silenzio. Infatti per ascoltare ci dobbiamo svuotare di noi stessi” (Piero Ferrucci).

Ascoltare vuol dire prestare attenzione all’altro, entrare in empatia, farsi carico dei suoi problemi e delle sue aspettative. È un atto voluto che dobbiamo compiere, dobbiamo comprendere sia il linguaggio verbale che quello non verbale, il ritmo e il tono della voce. È un’apertura del cuore, è dire all’altro: parla, ti ascolto, voglio esserti vicino, voglio offrirti la mia mano, voglio camminare con te. È fondamentale che chi vuole comunicare percepisca il nostro sforzo e la nostra attenzione. Stiamo però attenti a non fingere. Quando si finge di prestare attenzione all’altro, si viene subito smascherati e non c’è cosa peggiore, per una persona, del sentirsi ingannata.

Poniamoci ora una domanda. Quando le persone percepiscono di essere ascoltate, che reazione potrebbero avere? Non è difficile rispondere a questa domanda: supponiamo di essere noi in questa situazione e valutiamo la nostra reazione. Staremo probabilmente meglio; o, almeno, il peso che portiamo con noi si sarà alleggerito. È per questo che si arriva a percepire che ci sia qualcuno vicino, che ci presti attenzione, che si interessi a noi e con cui si possa affrontare un cammino. Lo spirito di chi è oggetto dell’ascolto sarà di gratitudine. Saprà che c’è qualcuno su cui possa contare. Grazie a questo, si è anche motivati a mantenere la relazione. Perciò, un diretto frutto dell’ascolto è la motivazione.

Valutiamo ora in un contesto organizzativo questi due fattori: ascolto e motivazione, non c’è l’uno senza l’altro. Abbiamo appena parlato dell’ascolto, ma che cos’è la motivazione? È comprendere ed assecondare le nostre esigenze, le nostre necessità. Non sempre è facile capire quali sono le motivazioni che ci fanno muovere. Dovremmo fermarci e riflettere su chi effettivamente noi siamo e soprattutto cosa vogliamo. Questo dovremmo farlo anche più volte, perché in seguito all’appagamento di una necessità ne nascerà subito un’altra. Se siamo noi a dover cercare le nostre motivazioni il compito potrebbe essere relativamente facile; più difficile se sono gli altri a dover far questo tipo di valutazioni su di noi.

In un’azienda, come vengono valutate le persone? Avete mai visto in un’azienda qualcuno che si prenda il disturbo di conoscervi, di capire chi effettivamente voi siate e specialmente che cosa stiate cercando? Credo che ben pochi possano rispondere affermativamente. Avete mai sentito parlare di teorie motivazionali? Un numero maggiore di persone, in questo caso, potrebbe rispondermi positivamente. Ma queste teorie motivazionali sono poi state correttamente applicate? Hanno prodotto dei risultati apprezzabili? Forse in questo saremo un po’ più in difficoltà.

Ma come fanno le aziende a proteggersi dal turn-over e a valorizzare i talenti? Solo attraverso la conoscenza delle motivazioni di ciascun dipendente. Solo il personale motivato sarà felice e maggiormente propenso a radicarsi nell’organizzazione. Il problema ora è di valutare e comprendere come motivare le risorse. Non voglio, in queste righe, andare a trattare un argomento così complesso, voglio solo stimolare chi dovesse essere in una posizione di responsabilità a comprendere quale possa essere un semplice, purtroppo molto spesso solo a parole, strumento di motivazione. È proprio quanto di cui abbiamo parlato in precedenza: “l’ascolto”. Come già detto l’ascolto è vicinanza, è farsi carico delle esigenze dell’altro, ma è anche prendersi il tempo necessario per ascoltare gli altri. Se, da un lato, l’atto di stare attento a quanto uno dice può non essere di eccessiva difficoltà, lo è certamente, dall’altro, il comprendere e capire gli stati d’animo del nostro interlocutore e farli propri. Si deve aiutare l’altro nel trovare insieme una soluzione ai suoi problemi.

Questo implica un altro elemento di assoluta importanza: noi, come organizzazione o in quanto persone, dobbiamo farci carico di quelli che possono essere i problemi di chi ci sta davanti. Possono essere problemi personali, che poco hanno a che fare con l’aspetto lavorativo, ma che sicuramente distraggono la persona. Ci si potrebbe domandare: qual è il nesso tra i problemi e la motivazione? È tutto estremamente collegato. Le persone, in particolari situazioni, hanno bisogno di avere qualcuno che gli sia vicino e che lo aiuti. Pensate che l’azienda che sta vicino ai propri dipendenti possa essere poi ripagata con l’abbandono? In alcuni casi sì, ma questa evenienza sarà certamente molto rara. In questa circostanza subentra un fattore di estrema importanza: il “riconoscimento”. Una persona sarà riconoscente per quanto ricevuto e ripagherà con la dedizione. È importante apprendere come poter stare in ascolto, non è una cosa semplice. Necessita, almeno fino a quando non diviene un fatto naturale, di concentrazione: ci si deve sforzare a rimanere in ascolto. Dobbiamo sgomberare la mente da pensieri e preoccupazioni: solo in questo caso potremo essere ricettivi. Se ce ne fosse la possibilità, sarebbe importante fare un corso su come migliorare la capacità di ascoltare. Allo stato attuale, però, esistono molti corsi su come comunicare meglio e invece pochi, o quasi nessuno, su come migliorare la capacità di ascolto. Sarebbe bene che anche i centri di formazione valorizzassero il loro catalogo di corsi, inserendo il miglioramento di questa capacità.

L’ascolto è quindi un processo attraverso il quale emozioni e nozioni vengono trasmesse al cervello e queste – grazie alla nostra mirabile interconnessione sinaptica – ci permettono di capire l’interlocutore, di conoscerlo e di identificare le adeguate leve motivazionali.

 

Articolo a cura di Antonio Bassi

Antonio Bassi, PMP®. Dopo aver dedicato 25 anni in aziende di natura bancaria, informatica, telecomunicazioni e della consulenza, approda in SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana), dove è docente di Project Management sia nella formazione di base che nella formazione continua. Responsabile del Master SUPSI in Project, Program e Portfolio Management. Presidente dell’Associazione di Project Management-Ticino (APM-Ticino).

Autore dei libri:

  • Il ruolo del Project Manager – Franco Angeli 2006
  • Gestire l’innovazione nelle PMI - Il Project Management come competenza manageriale – Franco Angeli 2007
  • Il valore strategico della comunicazione nel project management – Franco Angeli 2007
  • Project Manager al lavoro: strumenti e tecniche – Franco Angeli 2009
  • Partecipare a un progetto – ETAS 2010
  • Maturità nei progetti – Franco Angeli 2011 (prefazione di R. Archibald)
  • Knowledge e Project Management, Springer, 2017
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