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Saper valutare tra passato e presente. Le persone, ieri e oggi, sono sempre le stesse

La risorsa uomo, un investimento fatto di esperienza, capacità, competenze, formazione e di potenzialità, costituisce una delle variabili più importanti del sistema organizzativo e ne condiziona tutti i processi. È necessario saper provvedere ad una valutazione per avere la certa percezione di quello che si può fare subito, come viene fatto, quale sia il rapporto tra risultato effettivo e risultato atteso e ciò che può essere fatto in futuro.

Giudicare l’uomo come nucleo della struttura nella quale è calato per lavorare è sicuramente difficile, non per questo, o per paura di sbagliare, bisogna evitare di esprimere delle valutazioni perché ciò equivarrebbe ad escludere il fatto che qualsiasi organizzazione è costituita in primo luogo da delle persone.

Le persone, poi, pur nella diversa collocazione storica sono sempre le “stesse” che, inquadrate in contesti diversi, agiscono sempre allo stesso modo. Una sorprendente testimonianza di quasi 2400 anni fa ci mostra come la descrizione dei più ricorrenti “caratteri” dell’uomo sia giunta a noi conservando la medesima freschezza oggi, quando scriviamo il profilo attitudinale del candidato, la valutazione del collaboratore o quando raccontiamo di chi fosse il nostro vicino, in aereo, di ritorno dall’ultima convention.

L’autore dei “Caratteri” fu Teofrasto, (in greco antico: Θεόφραστος, Ereso, 371 a.C.– Atene, 287 a.C.)  un filosofo e botanico greco, discepolo di Aristotele a cui succedette come scolarca nella direzione del Liceo (il Peripato) nel 322 a.C. Diresse la scuola peripatetica per 35 anni, fino alla sua morte nel 287 a.C. Sotto la sua guida, la scuola conobbe un grande sviluppo, tanto che arrivò a contare circa 2000 studenti.
Nel proemio del suo saggio ci avvisa: “Per questo motivo, dato che da lungo tempo mi sono volto ad osservare la natura umana e sono ormai giunto all’età di novantanove anni, poiché, inoltre, ho avuto pratica con molte e svariate indoli, e con grande attenzione ho posto a confronto gli uomini virtuosi ed i viziosi, ho ritenuto di dovere rappresentare in un’opera scritta i comportamenti che gli uni e gli altri hanno nella vita. E così ti esporrò, categoria per categoria, quanti generi di caratteri si ritrovino negli uomini ed in qual modo essi regolino la loro condotta di vita”

Incontriamo qualcuno dei personaggi descritti da Teofrasto e collochiamolo nella nostra esperienza quotidiana, togliamogli il chitone e mettiamogli giacca e cravatta. L’effetto sarà sorprendente.

 (In corsivo viene trascritta la traduzione del testo originale)

L’adulatore

Il κόλαξ, l’adulatore, è chi esagera nel manifestare un’amicizia aspettandosi un guadagno e si differenzia dal ἄρεσκος, il complimentoso che agisce ingenuamente, cercando di rendersi gradito.

“L’adulazione si potrebbe ritenere che sia un contegno indecoroso, ma vantaggioso per chi adula”

In effetti, generalmente l’adulatore allo scopo di raggiungere un fine personale, per compiacenza, per viltà o per interesse, non si astiene dal prodigare a qualcuno, e in particolare a chi può detenere qualche forma di potere, lodi o attenzioni esagerate attraverso parole e comportamenti in modo eccessivamente plateale per apparire gradevole o bene accolto, con possibile grave danno sulle relazioni interpersonali del gruppo a cui appartiene o con soggetti con i quali può entrare in contatto. Forme analoghe dell’adulatore sono anche il lusingatore, l’incensatore, il piaggiatore, il ruffiano, il cortigiano, il leccapiedi.

L’adulatore è un tale che, accompagnando qualcuno, gli dice: «Ti rendi conto come la gente volge gli occhi su di te? Questo non succede a nessuno in città, fuori che a te». «Ieri sotto il portico eri al sommo della gloria. C’erano là più di trenta persone a sedere, ed essendo caduto il discorso su chi fosse il migliore, tutti presero inizio e col tuo nome conchiusero.

Non è differente se diciamo: l’adulatore un tale che, accompagnando il capo, gli dice: «Ti rendi conto come i colleghi volgono gli occhi su di te? Questo non succede a nessuno nella nostra organizzazione fuori che a te». «Ieri al bar, sotto l’ufficio, eri al sommo della gloria». Oppure: «c’erano là più di trenta persone a sedere alla convention, ed essendo caduto il discorso su chi fosse il migliore, tutti presero inizio col tuo nome e poi non dissero altro».

“E se l’amico apre bocca per dire qualcosa, l’adulatore invita gli altri a fare silenzio, e lo loda quando quello può sentire, e poi, se quello sta per concludere il suo dire, applaude con un «Bravo!»; e se l’amico dice una freddura insipida, scoppia a ridere e si caccia in bocca il lembo del mantello come se non riuscisse a frenare il riso”

Credo sia successo a molti, durante una riunione, di vedere, quando il capo (o il collega) apre bocca per dire qualcosa, l’adulatore invitare gli altri a fare silenzio, e lodarlo quando quello lo può sentire, e poi, se quello sta per concludere il suo dire, applaudire con un «Bravo!»; e se dice una freddura insipida, scoppiare a ridere e mettersi davanti alla bocca il lembo della cravatta come se non riuscisse a frenare il riso”

“Ed invero è perfino capace di correre su e giù, senza prendere fiato, per sbrigare commissioni al mercato delle donne”.

Corrisponde a quello che “Dia a me, le fotocopie le faccio io” oppure quello che vuole sempre offrire il caffè alla macchinetta distributrice piazzandosi davanti alla gettoniera per impedire che qualcun’altro possa accedervi.

“E insomma si può ben vedere che l’adulatore fa e dice tutto in funzione di colui al quale si propone di riuscire gradito”.

Si potrebbe ritenere che l’adulazione sia facile da riconoscere, che certi complimenti siano troppo evidenti per trarre in inganno, tuttavia è necessario prendere in considerazione il fatto che l’essere lusingati, se non proprio adulati, provoca piacere e che qualche volta può essere capitato proprio a noi di aver detto qualche parola, al momento studiatamente ritenuto opportuno, per cambiare sia il comportamento sia il giudizio di chi lavora con noi. Se qualche tratto eccessivamente complimentoso può essere utile e ritenuto ben accetto,

è meglio adulare con parsimonia. L’esagerazione, l’enfasi e la reiterazione di un apprezzamento danno l’immagine di un approccio sistematico e menzognero e l’adulatore viene perciò percepito come qualcuno che manca di sincerità e il complimento ne risulta screditato. Chi usa in maniera efficace l’arte della lusinga, dal venditore al seduttore, sa invece che il complimento deve essere esclusivo e deve valorizzare un aspetto o una scelta della persona a cui è rivolto. Adulare può diventare una competenza trasversale.

Il complimentoso

Occorre non confondere l’adulatore con il complimentoso che nel rapporto con gli altri tende sempre a trovare gli aspetti più favorevoli della loro personalità, o delle loro qualità, per pura cortesia e senza cedere alla piaggeria e che commenta con parole di misurato elogio così da essere percepito con simpatia e compiacimento.

La complimentosità, l’ostentazione di affetto o di ossequio attraverso una manifestazione di convenevoli o di cortesia è generalmente tipica di chi con persone con le quali ha già stabilito un rapporto di reciproca conoscenza o che ricoprono un ruolo di una certa importanza, agisce con un comportamento connotato da espressioni affettate e una gestualità cerimoniosa che possono rendere artificiosa la relazione.

La complimentosità, a volerla stringere in una definizione, è un modo di trattare volto ad arrecare piacere, ma non per un fine nobile; e il complimentoso è, per la verità, un tale che ti saluta da lontano, chiamandoti uomo esimio, e, dopo avere espresso a sufficienza la sua ammirazione, trattenendoti con tutte e due le mani non ti lascia andare, ti accompagna per un po’ di strada, ti chiede quando potrà rivederti e, continuando a lodarti, finalmente se ne va.

Una descrizione moderna e attuale che ricorda gli incontri nei corridoi con chi ci saluta sciorinando i titoli accademici di cui siamo in possesso, qualche volta enfatizzati con sottolineature della voce che si fa affettata e vezzosa, e che ci trattiene mentre andiamo ad una riunione e magari siamo in ritardo.

L’adulatore e il complimentoso (ἄρεσκος) possono diventare comportamenti molesti per l’immediata conseguenza dannosa che arrecano: fanno perdere tempo al manager.

L’intempestivo

Un comportamento che reca un intenso fastidio è quello dell’intempestivo.

Teofrasto descrive l’intempestività sinteticamente come: chi sceglie i tempi in modo così maldestro da arrecare fastidio al prossimo.

L’intempestivo, ἄκαιρος, è la persona dotata di un’insufficiente valutazione delle circostanze che caratterizzano le situazioni, così che il suo modo agire generalmente risulta in anticipo, o in ritardo, sul dovuto, in netto contrasto con le condizioni e le esigenze del momento o comunque inadeguato. Il sostantivo καιρος esprimeva il concetto di ‘occasione’ ovvero di momento giusto per fare, o non fare, l’alfa privativa che determina l’ἄκαιρος vuole, appunto, indicare chi è privo di tale prerogativa. La varietà dei comportamenti agiti dall’intempestivo può assumere altre connotazioni: inopportuno, sconveniente, imprudente, avventato, sconsiderato, temerario, incauto, impulsivo, affrettato, precipitoso, azzardato, frettoloso, superficiale.

L’intempestivo, dunque, è un tipo che si avvicina a chi è indaffarato e attacca bottone con lui.

In ufficio l’intempestivo è il ladro del tempo, quello che telefona quando stiamo raccogliendo le idee per la relazione di fine mese, che in ascensore trattiene il chiudersi delle porte per raccontare chi ha incontrato in metropolitana, o il via vai di questuanti, postulanti, querimoniosi e quanti altri ai quali avremmo voluto dire di «ho da fare», ma non ci siamo riusciti.

Oppure si presenta in tribunale per testimoniare quando la causa è già conclusa. Ovvero l’esperto invitato alla riunione per esporre la relazione tecnica che arriva quando il verbale è già stato predisposto e quasi tutti se ne sono già andati. E ancora quello capace di presentare un miglior acquirente a chi ha appena concluso l’affare. Quando il collega arriva con le informazioni che cercavamo con urgenza, ma quando ormai abbiamo dovuto cambiare strategia o rinunciare a proseguire. O Di farsi in quattro con entusiasmo per favori che nessuno vuole, ma che d’altronde ci imbarazza a rifiutare, quando, ad esempio, a tutti i costi vogliono offrirci un aiuto quando abbiamo finito il consuntivo e i conti quadrano perfettamente.

Se esiste un tipo “peggiore” di intempestivo, questo è colui che si alza in piedi per spiegare daccapo ciò che tutti hanno sentito e capito perfettamente, soprattutto quando è venerdì sera, il corso di formazione è finito e c’è la minaccia incombente dello sciopero dei treni e degli arerei.

Lo stordito

A lato dell’intempestivo spesso troviamo ‘lo stordito’ che, abitualmente privo dell’opportuna attenzione o concentrazione, agisce, con atti e parole, senza aver precedentemente considerato con la necessaria riflessione il contesto o la situazione in cui si è venuto a trovare, con grave pregiudizio sulla buona riuscita di ciò che ha intrapreso. Analogamente agisce lo sbadato, il distratto, l’incauto, l’imprudente, l’avventato, l’impulsivo, l’irriflessivo, il precipitoso, l’azzardato, il superficiale

Il termine insensibilità ἀναισθησία esteso nell’ambito delle facoltà intellettuali vuole significare, appunto, la storditaggine. Ciò che caratterizza la storditaggine dei caratteri teofrastei è l’inerzia mentale di fronte ad avvenimenti che richiedono comportamenti pragmatici e sostenuti da una adeguata componente emotiva.

La storditaggine, a volerla definire, è una lentezza di spirito nel dire e nell’agire; e lo stordito è un tale che, dopo aver fatto il calcolo con i sassolini ed aver tirato la somma, chiede a chi gli siede vicino: «Quanto fa?».

L’atteggiamento avventato e scarsamente riflessivo dovuto maggiormente a distrazione o disattenzione nel considerare negligentemente gli eventi e i contesti, orientano in altra direzione il pensiero dello stordito facendo sì che dimentichi con facilità come caratteristica abituale o ricorrente. E, citato in giudizio, quando deve comparire in tribunale, se ne scorda e se ne va in campagna. Ovvero quando anziché presentarsi alla riunione indetta dal direttore partecipa al rinfresco per il compleanno del collega.

Lo stordito non sembra possedere il governo della parola, è assoggettato dagli automatismi del linguaggio, che usa a sproposito. E quando piove, esclama: «È veramente piacevole il tempo!» Ricorda quello che, sempre in una riunione, esordisce, guardando l’orologio, dicendo «ridendo e scherzando abbiamo fatto mezzogiorno!» Oppure, se qualcuno gli annunzia che è morto uno dei suoi amici, perché vada al funerale, rattristandosi in volto e piangendo esclama: «Con tanti auguri!» corrisponde a quello che informato della promozione di un collega, con voce rotta dalla commozione esclama: «tutta colpa sua!»

Il diffidente

La diffidenza, ἀπιστία, è chiaramente un pregiudizio di disonestà rivolto verso chiunque, e il diffidente è un tipo che manda lo schiavo a far compere e subito gliene manda un altro dietro, per sapere quanto ha speso il primo.

Vista come istinto naturale, la diffidenza è quell’orientamento mentale che spinge a non fidarsi subito delle situazioni nuove e sconosciute, a non esporsi e a non mettersi in pericolo. Nella vita quotidiana corrisponde a quella percezione che abbiamo nei confronti di una persona o una situazione così che lasciamo che insorgano dei sospetti, dei dubbi, delle perplessità che portano a dubitare di quella persona o di quella situazione, al punto da non fidarci e rimanere in allerta. Certamente questa caratteristica ha avuto, ed ha ancora, un valore adattivo, in quanto permette all’uomo di discernere quali stimoli possono essere nocivi e quali no. Occorre evitare che questo atteggiamento diventi elemento costante del nostro stile relazionale, tale per cui diventiamo sospettosi e guardinghi anche quando non dovremmo, alla ricerca di prove, indizi e segni che possano rassicurarci a sufficienza che possiamo stare tranquilli oppure quando diventa un comportamento che si protrae ben oltre il periodo della prima conoscenza con una persona.

Il diffidente, oppure il sospettoso, il guardingo, il cauto o il circospetto, si comporta come se vivesse nella giungla, governata da leggi di sopravvivenza e da pericoli continui. Certo, esistono i maneggioni, gli imbroglioni, i fasulli e, più in generale, esistono “gli altri” con le loro caratteristiche di imprevedibilità, che non sempre sono in sintonia con i nostri bisogni. Ebbene, il diffidente mette tutto sullo stesso piano e affronta tutto allo stesso modo. Cioè, innanzitutto, non fidandosi e finendo col divenire vittima di un’ansia che ha creato con le proprie mani.

E quando già si è messo a letto, chiede a sua moglie se ha ben chiuso il forziere, e se la credenza del vasellame è sigillata, e se è stata messa la stanga alla porta di casa; e sebbene quella dica di sì, nondimeno si alza lui stesso nudo dal letto e, accesa la lucerna, se ne va scalzo in giro a ispezionare tutte queste cose e pur così stenta a prendere sonno.

Come quel responsabile che dopo aver avuto ampie rassicurazioni della validità della chiusura del budget di fine anno, si ferma in ufficio fino a tardi per ricontrollare ancora una volta e poi, tornato a casa, passa la notte a rigirarsi nel letto nel tentativo di rassicurarsi, ma allevando di ora in ora un dubbio sempre più radicato.

Il diffidente è pervaso da eccessivo spirito critico che rivela un atteggiamento verso la realtà prevalentemente prevenuto e limitato da preconcetti e stereotipi soprattutto a fronte di nuovi avvenimenti così da mostrarsi avversamente orientato o mal disposto verso qualcuno o qualcosa, con tendenza a giudicare, con anticipo e senza prove, con netta posizione di rifiuto.

Ed è capace di dare il mantello a lavare non a chi sappia fare meglio degli altri il suo lavoro, ma a quel lavandaio che offra un sicuro garante. Come il responsabile che quando deve affidare un obiettivo importante, tralascia l’esperto per affidarsi a chi ritiene sia in grado di indicargli il più adatto.

L’arrogante

L’arroganza, αὐθάδεια, è una modalità scorretta e distruttiva per nascondere una grande insicurezza e una falsa convinzione su sé stessi, sulla propria personalità e sui propri comportamenti, spesso correlata al ruolo che una persona ha sul lavoro o, in generale, nella vita.

L’essere arroganti comporta una durezza verbale nel modo di relazionarsi con gli altri; colui che si ritiene migliore è quello che a chiedergli «Dove è il tale?» risponde «Non mi scocciare». Ovvero quando capita di chiedere «Scusi, ha visto il dottor Rossi?» ci viene risposto «Non vede che sono occupato?».

Lo stile di interazione dell’arrogante risulta prevalentemente connotato da un atteggiamento di superiorità nei confronti degli altri che si manifesta con un costante disdegno e un’irritante spocchia, insistenza nel controbattere incontrovertibilmente secondo un proprio punto di vista, manifestando anche congetture ed opinioni non attinenti e spesso non congruenti a quanto oggetto della discussione, che limitano l’efficacia della relazione interpersonale e che può portare all’allontanamento degli interlocutori o alla rottura della collaborazione. L’arrogante ha molte maschere: prepotente, superbo, altezzoso, altero, presuntuoso, sfrontato, borioso, insolente, impudente, petulante.

E se vende non dichiara il prezzo della merce, ma ti chiede «E quanto ci guadagno io?»  E quello che se gli si chiede di fornire le informazioni utili ad un lavoro risponde «non sono mica la tua baby-sitter».

In occasione di riunioni, convention o quando sono necessarie prese di decisioni collettive manifesta l’ambizione di proporsi con ogni mezzo e a ogni costo all’attenzione generale attraverso comportamenti abituali caratterizzati dalla smania di essere in primo piano, di distinguersi, di primeggiare a tutti i costi.

E non tollererebbe di aspettare a lungo nessuno. Deve necessariamente poter avere sempre il diritto di parola e non accetta ritardi di nessun genere così da decidere di abbandonare una riunione se all’ora prefissata non sono presenti tutti.

E se un amico lo invita a contribuire ad una colletta, prima dice che non intende dar niente, poi va a portare la sua quota e aggiunge che anche quel denaro egli dà a fondo perduto. Come chi, alla richiesta di contribuire al regalo per il collega che va in pensione e che ha organizzato un rinfresco di saluto, obietta che con la sua quota ha pagato più di quello che mangerà.

Lo sgradevole

La sgradevolezza, ἀηδiaς, volendo dare una definizione, è un modo di rapportarsi agli altri che procura fastidio, più che danno; l’uomo sgradevole è quello che ti fa una visita proprio mentre ti stai addormentando e ti sveglia per fare quattro chiacchiere.

Attualizzando potremo dire chi ha l’abitudine ad intervenire in conversazioni che non sono di sua pertinenza, di chiedere informazioni anche riservate su persone, situazioni od avvenimenti che non lo riguardano, a imporre inopportunamente la propria presenza o il proprio interessamento attraverso una modalità comunicativa che si sviluppa priva del senso della misura, di riguardo per l’interlocutore e travalica l’ambito assegnato dalle convenienze. Lo sgradevole è anche: insopportabile, fastidioso, scocciante, molesto, noioso, tedioso, uggioso.

E trattiene quelli che sono già in procinto di salpare e, fattosi da presso, li prega di aspettare finché non abbia fatto la sua passeggiata. Oppure trattiene le porte dell’ascensore e ne impedisce la partenza non prima di aver caricato una insolita quantità di bagagli.

Ed alla presenza dei servi è capace di chiedere: «Dimmi, mamma, quando avesti le doglie e mi partoristi, che giorno fu per te?». E rispondendo per lei dice che fu una cosa bella e che capire entrambe le cose, doglie e parto, non è facile, a meno che uno non le provi. Ovvero solo lui è in grado di capire quanto sia gravoso espletare un certo lavoro, oppure incurante delle situazioni in cui viene a trovarsi o delle persone con cui sui trova in contatto manifesta una netta grossolanità e sciatteria nei modi di fare.

E mentre mangia, racconta gli effetti causati dopo aver bevuto l’elleboro con dovizia di particolari. Ricorda chi, a causa di una carenza di percezione dei contesti e delle situazioni in cui viene a trovarsi, assume un comportamento imbarazzante che mostra negli atteggiamenti e in una comunicazione che può, per l’incauta scelta di vocaboli inappropriati, provocare un senso di fastidio, di disagio.

L’elenco completo dei “Caratteri” di Teofrasto è suddiviso in trenta capitoli

  • I – La simulazione
  • II – L’adulazione
  • III – Il ciarlare
  • IV – La zotichezza
  • V – La cerimoniosità
  • VI – La dissennatezza
  • VII – La loquacità
  • VIII – Il raccontar fandonie
  • IX – La spudoratezza
  • X – La spilorceria
  • XI – La scurrilità
  • XII – L’inopportunità
  • XIII – Lo strafare
  • XIV – La storditaggine
  • XV – La villania
  • XVI – La superstizione
  • XVII – La scontentezza
  • XVIII – La diffidenza
  • XIX – La repellenza
  • XX – La sgradevolezza
  • XXI – La vanagloria
  • XXII – La tirchieria
  • XXIII – La millanteria
  • XXIV – La superbia
  • XXV – La codardia
  • XXVI – Il conservatorismo
  • XXVII – La goliardia tardiva
  • XXVIII – La maldicenza
  • XXIX – La propensione per i furfanti
  • XXX – L’avarizia

Definizioni che si possono attribuire a ciò che viene indicata come la ‘personalità’ e come si può inferire, quelli descritti da Teofrasto, sono aspetti quantomeno inopportuni. Per chi ha il compito di valutare, la personalità consiste nell’insieme di quei tratti, connotati o comportamenti interpersonali unici ed irripetibili, che contraddistinguono un individuo da un altro. Tali aspetti comportamentali e modalità di pensiero possiedono i caratteri della stabilità, sia temporale sia situazionale nella prospettiva che sono stabili nel tempo e si manifestano nello stesso modo in svariate situazioni sociali, e della condizionalità per la quale hanno probabilità di manifestarsi in determinate situazioni sociali.

All’interno del saggio di Teofrasto, la definizione del carattere è affidata soprattutto alla descrizione delle situazioni tipiche in cui sono coinvolti i personaggi, attraverso le quali si manifestano, in forma quasi teatrale, le sfumature caratteriali degli stessi. Situazioni che non sono dissimili a quelle che, ancora oggi, possiamo riscontrare tutti i giorni, sia nella vita di lavoro che in quella privata.

La rappresentazione di ciascun carattere segue uno schema sostanzialmente uniforme: ad una chiara e precisa definizione del tipo preso in esame, segue la sua descrizione ricavata ‘dal vivo’ tramite una vasta esemplificazione di situazioni concrete nelle quali quel carattere ha modo di rivelarsi.

E da valutatore oggettivo ed imparziale Teofrasto evita di esprimere giudizi di ordine etico sui caratteri presi in esame, facendo trasparire soltanto un’aria di sottile divertimento che connota un fine non di condanna ma di piacevole ironia. Quell’ironia che: a volerla definire con una formula, sembrerebbe consistere in un atteggiamento minimizzante espresso mediante parole o gesti. l’ironico, in altri termini è un tipo che va dai suoi nemici personali con l’intenzione di farci quattro chiacchiere, e non per attaccar lite.

I “Caratteri” non sono una rappresentazione scenica, perché ciascun tipo descritto può derivare da persone diverse e autonome, ma rappresentano però un carosello umano e psicologico che mette a nudo il mondo dell’imprevedibile in chiave naturalmente comica, ironica, divertente, raffinata.

Teofrasto dipinge l’universale umano al di là del mutevole flusso della storia e questa è una delle tante prove di come il pensiero dei Greci sia alla base della civiltà occidentale.

 

Articolo a cura di Antonello Goi

Laureato presso l’Università Statale di Milano in Filosofia, ho acquisito un’esperienza nell’ambito delle Risorse Umane.

In particolare ho assunto la responsabilità, in azienda Leader delle telecomunicazioni, della Selezione del personale, della Formazione, Gestione HR, Relazioni Industriali.

Collaboro per www.gambelassociati.com per quanto riguarda la  Formazione Manageriale Aziendale e Interaziendale, attraverso attività di consulenza, progettazione e erogazione di corsi di formazione.

Pubblicazioni

  1. Guida alla selezione e alla formazione dell’addetto al call center. FrancoAngeli, 2003
  2. Il percorso strategico della comunicazione. Guida comparata alla comunicazione scritta e verbale. FrancoAngeli, 2004
  3. Professione manager Teoria e pratica della gestione strategica delle Risorse umane. (Manuale d’uso per manager d’ogni livello) FrancoAngeli, 2004
  4. Autosviluppo professionale. Come migliorare le proprie capacità organizzative. FrancoAngeli 2004
  5. Lavorare al Call Center. Manuale di formazione e autoformazione. FrancoAngeli 2005
  6. Clima aziendale e gestione delle risorse. 270 fattori per analizzare, interpretare, capire e migliorare la qualità del lavoro. FrancoAngeli 2008
  7. Leadership e management. 200 fattori per analizzare, interpretare, capire e integrare le qualità manageriali con le doti di leadership. FrancoAngeli 2009
  8. Guida al colloqui di gruppo. Teoria, tecnica, metodologia per la gestione e l'osservazione delle dinamiche di gruppo e la valutazione dei candidati. FrancoAngeli 2010
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