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Privacy, Leadership e rischi della rete

Il pericolo non viene da quello che non conosciamo, ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è
Mark Twain

Il web e le Reti sono strumenti straordinari di leadership e di management ma un tema va sicuramente affrontato in termini di privacy: il rischio di una lesione della libertà individuale è normalmente valutato in modo completamente diverso rispetto, ad esempio, ad un problema di salute. La compressione della libertà non fa male, non si percepisce, non ti fa contrarre malattie, non si soffre della mancanza di opportunità sul mercato.

Che fare, allora? Certamente occorrerebbe fare del diritto fondamentale all’accesso, alla tutela dei dati ed alla libertà digitale un diritto umano globale. D’altra parte, le Reti sono strumenti, non democrazie. Non ci sono supercomputer designati dal popolo che determinano come la Rete debba essere utilizzata.

Gli utenti delle Reti, delle piattaforme e dei social non hanno eletto un gruppo di leader che decida, ad esempio, quale dovrà essere il motore di ricerca da usare. Sembra, invece, un’organizzazione bottom-up, una specie di gerarchia rovesciata.

Ma il web non è una gerarchia piramidale vecchio stampo, anche se rovesciata, perché nessuno la controlla in modo assoluto, ma tutti la controllano in modo parziale. E’ una struttura gerarchica diffusa che sta generando un insieme innovativo di architetture sociali e organizzative che, a loro volta, producono nuove categorie manageriali.

In ogni caso, non dobbiamo dimenticare una cosa importante: tanto online quanto offline, le nostre impronte digitali vengono raccolte in una serie di personaggi, profili, avatar (le nostre rappresentazioni virtuali) in centinaia di punti diversi allo stesso tempo. Una specie di “ombra digitale” che viene sfruttata per fornirci nuovi, straordinari servizi, comodità, efficienze e benefici che i nostri nonni e genitori non avrebbero mai potuto immaginare.

Tuttavia, soltanto una parte molto piccola della nostra vita rimane realmente privata e questo, comprensibilmente, rappresenta un problema per molte persone. In passato, il nostro unico timore era che i governi ispirati dal Grande Fratello di Orwell tenessero dossier dettagliati sulle nostre vite. Oggi, però, la minaccia sorge anche da tanti “piccoli fratelli”, la miriade dei singoli soggetti che raccolgono i dati dei loro clienti.

La buona notizia è che tutti questi soggetti possono fornirci servizi altamente personalizzati sulla base di conoscenze dettagliate costruite sui Big Data. La cattiva notizia è che questi profili, una volta compilati, sono cancellati raramente, oppure non lo sono affatto. I meccanismi di tutela che impediscono a persone non autorizzate di accedere a questi dati sono fragili. E a volte i database vengono venduti a terzi per scopi non concordati o, ancor peggio, discutibili.

Ma non basta. Le frodi e i furti d’identità (il phishing) rappresentano minacce sempre più gravi in un mondo reticolare e sono accompagnate da nuove forme di discriminazione e ingegneria sociale rese possibili dalla sovrabbondanza di dati. Oggi sono le informazioni personali, tanto biografiche quanto biologiche, comportamentali e relazionali a costituire la nostra identità. Vanno gestite in modo responsabile. Quando non accade, la nostra reputazione viene compromessa.

Va detto senza giri di parole: la privacy, perlomeno nella forma conosciuta finora, è morta. Ed il bello è che siamo stati noi stessi ad ucciderla. Chi mai avrebbe previsto che miliardi di persone avrebbero ceduto volontariamente ogni giorno ai grandi social network dati privati sulle loro attività, sui loro gusti, sulle loro simpatie, sulle loro antipatie? Abbiamo spazzato via il concetto di riservatezza attraverso la partecipazione ai social media: è finita l’epoca in cui eravamo meri fruitori di contenuti ed è iniziata da tempo l’era in cui ne siamo produttori.

In realtà, metabolizzato il fatto che nel capitalismo antropocentrico il focus del mondo e del business siamo noi, dobbiamo essere consapevoli che non avevamo scelta. Quali altri contenuti potevamo produrre se non quelli che ci riguardano individualmente? Ecco perché la privacy non esiste più. Nel momento in cui abbiamo conquistato il centro del palcoscenico e siamo diventati protagonisti della Rete e dei social network, la nostra privacy personale ha smesso di esistere.

Abbiamo iniziato a tappezzare le pagine web ed i nostri profili personali di opinioni, commenti, fotografie e tag su preferenze, amici, gruppi in un flusso continuo e inarrestabile di informazioni.

Cosa succederà poi quando saremo tutti forniti di strumenti equivalenti di realtà aumentata? Non solo saremo stati i killer della nostra privacy, ma inizieremo a demolire anche quella degli altri.

 

Articolo a cura di Angelo Deiana

 

Presidente di CONFASSOCIAZIONI, ANPIB (Associazione Nazionale Private & Investment Bankers) e ANCP (Associazione Nazionale Consulenti Patrimoniali), è considerato uno dei maggiori esperti di economia della conoscenza e dei servizi finanziari e professionali in Italia.

Manager di primari gruppi bancari nazionali e internazionali, docente universitario, è autore di numerose pubblicazioni in campo economico/finanziario.

Fra le sue ultime opere, “Rilanciare Roma facendo cose semplici”, Giacovelli Ed. (2020), “Rilanciare l’Italia facendo cose semplici”, Giacovelli Ed. (2018 prima edizione, 2019 seconda edizione), “La rivoluzione perfetta”, Mind Ed. (2014), “Il capitalismo intellettuale, Sperling & Kupfer (2007), “Il futuro delle associazioni professionali” (2010), “Come fare soldi nei periodi di crisi” (2012), “Associazioni Professionali 2.0” (2013) “Il Private Insurance in pratica” (2013), tutti pubblicati con il Gruppo 24 Ore.

Attualmente è Vice Presidente di Auxilia Finance Spa.

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