L’Actor Network Theory per migliorare il problem solving

L’Actor Network Theory, abbreviata ANT, è stata sviluppata negli anni 2000 principalmente da Bruno Latour, sociologo francese, e viene applicata ai principi della comunicazione sociale B. LATOUR, Reassembling the social, Oxford, 2005.

L’ANT è un modello teorico che descrive lo sviluppo delle situazioni prevalentemente difficili in contemporanea con oggetti tecnologici.

Considera le persone come attori sociali che interagiscono con i vari sistemi tecnologici, cercando di risolvere problemi, facilitando e migliorando le soluzioni.

Ogni volta che un certo lavoro deve essere svolto, è fondamentale che la “cornice o frames” del gruppo sia ben definita senza lasciare nulla al caso.

L’ANT si focalizza sulle metodologie dinamiche tecniche-sociali. Una strategia cognitiva adeguata consente, non solo di valutare una situazione di incertezza, ma anche di individuarne gli aspetti meno desiderabili su cui intervenire per cambiare un determinato stato, di fatto potenzialmente rischioso, con una visione risolutiva del problema.

Secondo Latour, l’ANT possiamo applicarlo alle relazioni interne del gruppo di lavoro in un determinato contesto. Il responsabile lo potrebbe utilizzare per l’assegnazione dei compiti da svolgere per la scelta delle tecnologie da utilizzare, cercando di adottare le decisioni giuste e senza lasciarsi condizionare dai pregiudizi.

L’ANT potrebbe essere considerata il fattore centrale di una Procedura Standard, utilizzata per la formazione del personale. Il raggiungimento della stabilità di un processo scientifico abbinato all’uomo ed alle attrezzature tecnologiche implica la convergenza congiunta per favorire il processo stesso. L’ANT sostiene che, una volta abituati i gruppi di lavoro a questo tipo di struttura organizzativa di riferimento, si ha un quadro migliore e, soprattutto, si rende accessibile una visione di giudizio dell’obbiettivo assoluto delle impostazioni lavorative suggerite dal buon senso. È’ importante capire che la logica utilizzata dall’ANT nella rilevazione ed elaborazione delle informazioni inerenti alla vicenda decisionale, è l’azione di costruzione di un concetto, costituito da informazioni applicate alla realtà, facendo riferimento ai processi di attenzione nella soluzione delle problematiche, Sohlberg e Mateer (1987) forniscono un’utile distinzione dei processi attentivi coinvolti in compiti di diversa natura. Vengono individuate quattro modalità di attenzione, ognuna delle quali funziona in modo diverso:

  • stati pre-attentivi, consistono in una organizzazione preliminare solitamente in modo automatico.
  • attenzione divisa, quando il problema viene affrontato da più fronti per risolverlo in modo più efficace, in molti casi riusciamo a distribuire l’attenzione su più situazioni da intraprendere in momenti di difficoltà, questa distinzione si attua avendo una buona esperienza.
  • attenzione focalizzata, quando ci riferiamo all’integrazione di caratteristiche correlate, esempio fuoco-calore-fumo; in questo caso, in base alla nostra esperienza, sappiamo i comportamenti da adottare per quella determinata situazione.
  • attenzione selettiva, quando ci troviamo di fronte ad un numero elevato di situazioni e dobbiamo scegliere quella giusta in base alla pericolosità e al rischio, in certi casi è necessario dividere i compiti ed operare su due fronti, in modo da concludere la situazione nel minor tempo possibile.

Per svariati motivi, è importante considerare che l’eccessiva sicurezza di sé causa una sopravvalutazione delle proprie capacità, e questa percezione può influenzare negativamente il processo decisionale. Una volta effettuata l’attenzione più idonea alla situazione dobbiamo trovare la soluzione dei problemi considerandoli come un susseguirsi di fasi. Durante gli anni ’70, il matematico ungherese George Polya, ha studiato il modo in cui poteva svilupparsi un processo di soluzione del problema, raggiungendo un alto livello;

  • la prima fase consiste nel comprendere il problema, raccogliendo più informazioni possibili per avere un quadro preciso della situazione;
  • nella seconda fase si crea un piano di risoluzione, in questo caso l’esperienza può aiutare (non dimenticando che esperienza non è sinonimo di efficienza);
  • nella terza fase si mette in atto la strategia adottata, controllando che tutti i passaggi siano fatti in modo adeguato;
  • la quarta fase è una procedura di controllo, serve a valutare se l’obiettivo ottenuto possa essere raggiunto anche con altri metodi o procedure.

La soluzione dipende anche dal modo in cui il problema appare nella nostra mente, nelle varie sfaccettature, cercando di avere un approccio propositivo, basandosi su un’analisi mezzi-fini precisa e semplice. Per questo è importante per le aziende avere una buona conoscenza delle varie tecnologie disponibili, volte al miglioramento della gestione aziendale da parte dei Manager.

Sarebbe ottimale ragionare in modo da anticipare il risultato mentalmente e poi metterlo in atto. Un’analisi da svolgere è il problem setting, cioè un processo teorico e pratico che serve a trasformare una situazione non definita in un problema definito; il problem setting è un’attenta analisi della situazione e ci permette anche di escludere elementi che non servono a risolvere il problema.

Concludendo si deve considerare in questo processo l’autore Albert Bandura, psicologo canadese, che ha sviluppato la teoria dell’agenticità definendola come la capacità di controllo sulle situazioni.

I componenti del Team di lavoro devono avere la caratteristica di «alta auto efficacia», ossia la capacità di risolvere attività impegnative considerandole come occasioni di crescita personale e di raggiungimento di alti e realistici livelli di ambizione, impegnandosi a fondo in ciò che fanno.

Le proprietà dell’agenticità sono la coscienza, l’auto-riflessività e l’intenzionalità intesa a creare delle strategie per realizzare gli obiettivi che ci siamo preposti, come:

  • adottare un insegnamento individualizzato al settore.
  • Strutturare le attività in maniera cooperativa invece che competitiva.
  • Rendere più facili attività complesse scomponendole in una serie di sotto obiettivi raggiungibili.
  • Collegare il feedback su risultati positivi a un maggiore impegno.

È importante creare un clima organizzativo buono, gestito dal leader che contribuisce sull’autostima dei singoli grazie anche al livello alto di specificità.

L’aumentare di fiducia nei confronti di una performance migliora le proprie capacità, soprattutto per quanto riguarda le competenze del problem-solving, ed influenza la creatività del gruppo di lavoro, ricordandoci sempre che l’emozione cambierà il modo in cui percepiamo la circostanza che ci troviamo a dover affrontare.

Articolo a cura di Massimo Dagnino

Profilo Autore

Lauree in Scienza della Comunicazione ed Advertising e in Psicologia delle Organizzazioni e dei Servizi. È stato consulente per le Assicurazioni Generali in ambito sviluppo della clientela con gestione del personale addetto al Sales Channel. Autore del libro “Semiotica nella comunicazione aziendale applicata al marketing” edito Aracne Editrice. Il libro si è aggiudicato al concorso letterario della città di Cattolica 2017 il premio “Menzione d’onore”. Ideatore del Model Marketing 6WM (registrato presso il Ministero dello Sviluppo Economico), percorso formativo aziendale.
Nel 2017 su invito del Rettore, ha svolto un corso presso l’Università Uni Nettuno di Roma, inerente alla Comunicazione e Marketing Aziendale, visibile sul canale 812 di SKY. Ha collaborato con l’Università Uni Nettuno di Roma, in ricerche interne sulle seguenti materie: semiotica e comunicazione pubblicitaria. E' stato membro della giuria del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica, patrocinata dal CNR. Collabora in ricerche con il laboratorio di Neuromarketing, diretto dal prof. Vincenzo Russo dell’Università IULM di Milano.

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