Introduzione

Siamo soliti pensare che il management ed in particolare il management connesso alla tecnologia e all’innovazione, sia una caratteristica peculiare e specifica della modernità e della contemporaneità. Viviamo in una società altamente tecnologica: pertanto sembra logico pensare che queste tematiche siano appannaggio esclusivo della nostra epoca. Eppure non è così. Anche se in forme e modalità, per molti aspetti, piuttosto differenti rispetto ai nostri giorni, anche nei tempi antichi esistevano le tecnologie, le innovazioni nonché gli approcci impiegati per gestire le attività imprenditoriali, comprese quelle che prevedevano l’introduzione di innovazioni e di tecnologie.

Varie discipline della ricerca (dalla storia della tecnica e della tecnologia all’archeologia, dalla sociologia all’antropologia, dalla storia economica a quella militare) hanno ribaltato in tempi relativamente recenti, l’idea convenzionale secondo la quale il mondo antico Greco e Romano fondamentalmente fosse una realtà tecnologicamente ed economicamente bloccata in uno stato stazionario, sottosviluppato e stagnante a causa di una serie di ostacoli sociali che inibivano sistematicamente la diffusione di innovazioni e l’introduzione di tecnologie. Uno dei motivi principali di questo blocco è stato identificato nella presenza massiccia della schiavitù nonchè nella mancanza di investimenti specifici destinati all’incremento dell’efficienza produttiva dell’impresa: insomma la disponibilità di un numero enorme di schiavi, quindi di forza lavoro a basso costo, rendeva in pratica inutile il ricorso a soluzioni tecnologiche. Una lunga serie di peculiarità e fattori culturali rendono pertanto l’economia e l’impresa antiche difficilmente confrontabili con l’idea di economia ed impresa che abbiamo oggi. Eppure sempre più spesso scopriamo, con una certa meraviglia, che i Greci e soprattutto i Romani disponevano di tecnologie e le impiegavano sistematicamente: in alcuni casi si tratta di tecnologie piuttosto avanzate anche per i nostri canoni moderni. Inoltre applicavano forme di management per una gestione efficiente ed efficace delle tecnologie e delle imprese in senso generale.

Il Management nell’Antichità

E’ importante ricordare che quello che possiamo oggi sapere sul management nell’antichità deriva in primo luogo da poche fonti letterarie superstiti: si tratta di opere scritte da un’elite e destinate ad essere lette da un’elite che non attribuiva un grande apprezzamento morale al lavoro manuale. In particolare i pensatori greci (ad es. Aristotele, Archimede, Platone) si rifiutavano di scrivere trattati che avessero una natura pratica preferendo la speculazione filosofica o matematica pura. Diverso era l’atteggiamento dei Romani che invece si sono spesso occupati di questioni gestionali, tecniche, meccaniche ed ingegneristiche (ad es. Vitruvio, Plinio il Vecchio, Frontino, ecc..).

In termini generali gli antichi Romani si sono dedicati alla stesura di trattati che potremmo definire di economia dai quali è possibile far emergere i tratti in primo luogo morali del “buon manager”: una disciplina rigorosa della forza lavoro, non sprecare risorse, l’uso più efficiente possibile delle macchine e l’ottenimento di un elevato livello di profittabilità dell’impresa. Lavoro duro, onestà, corretto comportamento sociale, rigore morale erano considerati come i fondamenti del buon imprenditore romano nonché come una vera e propria assicurazione contro la sventura negli affari, contro l’eventuale reazione negativa degli Dei e, cosa da non sottovalutare, contro il giudizio morale negativo dell’aristocrazia romana verso tutti coloro che producevano ricchezza con il business.

L’imprenditore romano dell’epoca repubblicana mirava fondamentalmente all’autosufficienza e a ottenere un reddito magari non particolarmente elevato, ma continuo, stabile e sicuro. Questo avveniva all’interno di un’economia fondamentalmente agricola: ma con l’espansione dell’Impero, la creazione di un mercato globale di ampie dimensioni, il continuo miglioramento dei collegamenti stradali e marittimi, l’innalzamento dei livelli di vita per settori sempre più ampi della popolazione spinsero alla nascita di imprese impegnate in attività diverse da quelle agricole o micro artigianali in cui l’imprenditore doveva stabilire chiaramente:

  • cosa produrre e su che scala
  • a quale genere di settore di mercato rivolgersi (prodotti di lusso? Prodotti di massa?)
  • quanto investire
  • identificare e organizzare la forza lavoro (generica, qualificata, specializzata, liberi, schiavi)
  • procurarsi i macchinari necessari e il relativo personale tecnico per l’istallazione, funzionamento e manutenzione
  • come organizzare i canali di distribuzione del prodotto
  • se e come integrare la propria impresa in senso verticale o orizzontale

E’ evidente che l’imprenditore romano aveva a che fare soprattutto con aspetti molto pragmatici del suo “business” che comunque dovevano tener conto ad esempio dei livelli molto variabili della tassazione statale o della complessa burocrazia e normativa romana. Il business management romano era infatti sottoposto all’intricato diritto commerciale romano. In agricoltura esisteva il “farm manager” (vilicus), con un suo staff specializzato nelle varie funzioni ed attività (familia), che si dedicava a singole unità gestionali (praedia). Esistevano partnership (societates) o joint ventures (negotiationes exercitatae per servos communes). Il lavoro (specializzato o meno) era poi dettagliato in mille modi e spezzettato fino alle funzioni più elementari: ad esempio esistevano i controllori (monitores), i supervisori (actores), gli amministratori (procuratores), quelli che lavoravano per conto terzi (mercenarii) fino ai proprietari veri e propri (domini). Vi erano poi gli institores, dei business managers che venivano assunti (praepositi) e messi a gestire unità produttive specifiche con una grande varietà di compiti tra cui ad esempio quello di negoziare i contratti con i fornitori delle materie prime e dei macchinari e i contratti con i clienti. Il proprietario dell’impresa ovviamente aveva il potere di decidere diversamente dal institor ed anche revocargli l’incarico (temporaneamente o definitivamente).

Un aspetto molto interessante riguarda la presenza di personale altamente specializzato che si occupava della progettazione, implementazione e manutenzione di macchine (alcune particolarmente complesse) in numerose attività produttive connesse all’agricoltura (produzione di olio, farine), ma anche nella realizzazione e gestione di mulini ad acqua, nelle costruzioni edili, stradali o  navali, nella realizzazione di macchine da destinare all’esercito o alla marina militare, nella realizzazione di condotte, nella produzione di beni di massa (ad esempio stoviglie). In questo caso ci troviamo di fronte a dei veri e propri technology managers dell’antichità che si dedicavano all’ideazione, progettazione, realizzazione, istallazione e manutenzione di macchinari. Purtroppo della maggior parte di queste macchine oggi sappiamo poco o nulla in primo luogo perché erano realizzate per la maggior parte con materiali deperibili (ad esempio il legno): inoltre in epoca medievale queste macchine ed i relativi progetti vennero considerati dalla Chiesa come opere del diavolo e quindi sistematicamente distrutte. Solo in epoca rinascimentale la tecnologia antica viene riscoperta.

L’ingegnere meccanico e il technology manager dell’antichità

Gli antichi Greci hanno sempre prediletto la speculazione teorica, filosofica e matematica considerando gli aspetti tecnici come questioni secondarie anche se necessarie. L’atteggiamento degli antichi Romani era invece molto diverso. La mentalità romana antica era tutta rivolta all’efficienza della società, dello Stato, delle infrastrutture, dell’esercito, dell’organizzazione nel suo senso più esteso e generale. Per questo motivo tutti gli aspetti ingegneristici, e di conseguenza la relativa gestione, erano considerati strumenti essenziali per raggiungere obiettivi pratici nel modo più efficiente possibile per fare le cose in modo migliore risparmiando tempo e risorse. Questo però non si traduceva, come accade oggi, nel riconoscimento formale di una disciplina operativa specifica né nell’attribuzione di uno status particolare a chi si dedicava a queste questioni. Gran parte di queste attività venivano svolte per fini pratici il più delle volte senza rendere palese la paternità di queste realizzazioni o senza la redazione di opere scritte come ad esempio dei manuali. Del resto, come già detto, anche se nell’antichità magari progetti o descrizioni tecniche di macchinari sono effettivamente stati redatti, gran parte di ciò è stato distrutto nel Medioevo.

I machinatores erano qualcosa di più di semplici tecnici o operai specializzati. Anche se non erano degli ingegneri nel senso moderno del termine, erano comunque tenuti in grande considerazione: molti lavoravano nell’esercito o nella marina militare romana, ma non pochi si dedicavano ad attività civili. Avevano molte specializzazioni: esisteva il faber automatarius, il clepsydarius, il mensor ecc… a secondo del tipo di macchinari cui si dedicavano. Erano esperti nell’applicazione pratica di macchinari con un expertise completo che andava dall’ideazione  alla progettazione, dalla realizzazione e messa in funzione fino alla manutenzione ordinaria e straordinaria. Purtroppo di tutti questi machinatores non conosciamo nemmeno i nomi. Quel poco che sappiamo delle macchine e del machinery & equipment management dell’antichità lo conosciamo da alcuni eruditi dell’epoca. Il più delle volte si tratta di architetti dato che anticamente non c’era una distinzione netta fra architetto ed ingegnere: oltretutto l’architetto doveva intendersi anche di tutti i macchinari impiegati nelle costruzioni. Un esempio tipico è Vitruvio che si occupava delle macchine da guerra per conto di Giulio Cesare, ma che svolse la sua attività di architetto civile ai tempi di Augusto. Nella sua opera De Architectura, descrive, tra le altre cose, principi di ingegneria idraulica, orologi solari, macchine ed elementi di meccanica.

Mentre i Greci prediligevano la Scienza in quanto tale, i Romani si ponevano il problema della tecnologia. La scienza certamente rimaneva il momento più alto del sapere, riservato alle classi sociali più elevate con la tecnologia che occupava un gradino più basso cui si dedicavano persone delle classi sociali meno elevate. E’ anche vero che gran parte del sapere scientifico e filosofico dell’antichità sia stato prodotto principalmente dagli antichi Greci. Questo però non ha impedito ai Romani di raggiungere un livello di sviluppo tecnologico di gran lunga superiore a quello dei Greci. Per un buon tecnico era fondamentale realizzare e mettere in funzione macchine che lavorassero meglio degli uomini e che sopperissero ai limiti della natura: l’importante era non inventare o costruire macchine inutili e non necessarie. L’ingegneria militare romana, e la competenza dei relativi tecnici, rimane ancor oggi impressionante (tenendo anche conto che gran parte della “formazione professionale” dei machinatores spesso veniva sviluppata proprio nell’esercito), ma anche in campo civile i Romani sono stati capaci di raggiungere livelli ragguardevoli. Nonostante la presenza della forza lavoro schiavistica, le macchine venivano ampiamente impiegate per agevolare e ottimizzare operazioni specifiche. Le macchine venivano infatti indicate come “quei dispositivi necessari per movimentare grandi pesi e fare quelle operazioni che, per precisione ed efficienza, non possono essere svolte dagli uomini” (Vitruvio). Abbiamo testimonianze infatti di macchine complesse (ad esempio le gru) per sollevare grandi pesi nella costruzione di edifici e strade, spostamento di navi, ecc…, pompe per l’acqua, macchine per la frantumazione di materiali, giunti, macchine idrauliche impiegate per gli scopi più vari, sistemi meccanici di misurazione, meccanismi di trasmissione, ecc… fino ai cuscinetti a sfera. Tutte questi dispositivi e macchine non solo erano progettati da personale qualificato, ma operavano sotto la supervisione e la responsabilità di operatori specializzati: un vero e proprio technology manager dell’antichità. Imprese del settore delle costruzioni, le grandi villae che producevano ed esportavano in tutto il mondo ingenti quantità di olio (da usare per scopi alimentari, per la produzione di prodotti cosmetici o per l’illuminazione), le aziende quasi industriali che realizzavano oggetti di uso comune e prodotti di massa (piatti, stoviglie, attrezzi vari, materiali da costruzione – ad es. i mattoni, anfore per la commercializzazione e trasporto dei prodotti, ecc…) avevano nel loro organico queste figure professionali altamente specializzate capaci di contribuire a delineare in molte realtà produttive dell’antichità i caratteri di “impresa” quasi in senso moderno, con livelli di produttività  ed approcci operativi anche piuttosto sofisticati.

Un esempio molto istruttivo di adozione di tecnologie e della presenza di technology managers in antichità è dato dagli antichi frantoi per la produzione di olio. L’introduzione di metodologie, innovazioni e tecnologie per la spremitura delle olive infatti comportò il superamento dell’autoconsumo nella produzione olearia e la realizzazione di olii qualitativamente e quantitativamente migliori con il conseguimento di produzioni destinate alla vendita all’ingrosso. Negli oleifici romani le macchine non mancavano: come ad esempio il trapetum e la mola per la spremitura delle olive e vari torcula (torchi) a leva o a vite. Si tratta di macchinari piuttosto complessi e costosi che richiedevano una progettazione e realizzazione molto precisa ed accurata la cui gestione e manutenzione poteva essere affidata solamente a personale esperto.

Un numero non indifferente di macchine veniva poi impiegato per scopi non produttivi: molte macchine e complessi meccanismi venivano usati negli spettacoli teatrali e in quelli del circo per facilitare lo spostamento delle scenografie, la realizzazione di effetti speciali, il funzionamento di ascensori e l’apertura di botole. Sappiamo inoltre della presenza di “automi” negli spettacoli e di sistemi “semi-automatici” di copertura degli anfiteatri con teli (ad es. il velarium del Colosseo).

Conclusioni

Le testimonianze sulla tecnologia antica, sugli ingegneri del passato, sugli approcci gestionali connessi all’impiego di questi sistemi, è oggi affidato a poche e lacunose opere letterarie, raffigurazioni su bassorilievi, opere monumentali o citazioni storiche. Nonostante questo limite, sappiamo che soprattutto la società romana antica aveva una certa familiarità con la tecnologia che appariva piuttosto diffusa in tutto l’Impero grazie ad applicazioni in campo militare, agricolo, nel settore delle costruzioni e in attività produttive semi-industriali. Anche se la cultura antica continuava a privilegiare la speculazione scientifica e filosofica teorica rispetto alla scienza applicata e alla tecnologia, i Romani tenevano in grande considerazione non solo l’impiego di macchine per scopi militari e civili, ma anche quegli uomini che possedevano specifiche competenze tecniche e gestionali necessarie alla progettazione, funzionamento, gestione e manutenzione di questi dispositivi. I nomi di gran parte di questi uomini oggi ci è ignoto, ma non c’è dubbio che Roma ha potuto raggiungere i livelli di superpotenza mondiale per tanti secoli anche grazie al loro contributo.

A cura di: Carmelo Cannarella e Valeria Piccioni

Consiglio Nazionale Ricerche (CNR)
Istituto di Metodologie Chimiche (IMC)
Gruppo per la Facilitazione e Disseminazione (GFD)

Tecnologo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) presso l’istituto di Metodologie Chimiche (IMC). Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione  e movimentazione di innovazione e conoscenza con particolare riguardo ai processi di sviluppo locale.

Fa parte del Gruppo per la Facilitazione e Disseminazione (GFD) presso il medesimo Istituto.

Tecnologo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) presso l’istituto di Metodologie Chimiche (IMC). Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione con particolare riguardo ai rapporti fra ricerca e impresa.

Fa parte del Gruppo per la Facilitazione e Disseminazione (GFD) presso il medesimo Istituto.

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