Come si diventa una guida per il proprio team

Come si diventa una guida per il proprio team, ma anche per la propria famiglia, nel gruppo dei pari, gli amici del calcetto o del club di golf o anche in situazioni di crisi, di perdita, di pericolo spesso per un gruppo di persone sconosciute. Senza pensare a situazioni troppo drammatiche, a volte è sufficiente trovarsi in un gruppo di passeggeri, il cui volo è stato cancellato per condizioni atmosferiche e a cui vengono prospettate diverse soluzioni: dormire in aeroporto e prendere il volo l’indomani o dopo due giorni, prendere un treno, affittare delle auto e farsi ottocento chilometri nella neve; purtroppo a me è capitato spesso. In quei casi si osserva bene la nascita, riconosciuta da tutti e indiscussa, di una leadership immediata, di un potere di guida di una persona che viene seguita e i più, se non tutti, si associano alla sua decisione. Perone che non hai mai visto fino a quel momento che si affidano alla tua scelta accettandone i rischi. Paradossalmente, più è critica la situazione e maggiormente questo meccanismo si manifesta. Perché accade? Cosa fa, dice o trasmette o meglio comunica quella persona a quel team appena creato dalle circostanze? Perché sento dentro di me forte la sensazione che affidandomi a quella persona e alle sue scelte ne avrò un beneficio, io come le altre persone che sono con me?

Che sia proprio nelle ragioni di questo irrazionale, immediato, improvviso slancio dell’affidarsi, la ricetta per poter diventare leader riconosciuti e guide per i propri collaboratori?

Come ho detto in precedenza, proviamo a soffermarci un attimo e a riflettere sul significato delle parole. Troppe volte usiamo dei termini a cui diamo significati generali e a volte non completamente corretti. Ma in ogni parola c’è una forza vitale che occorre andare a cercare, togliere dalla polvere e far brillare di nuovo. Tutto sarà più chiaro.

Chi è una guida? Restando sul tema, colui che detta la via. Detta la via perché la conosce, e la conosce perché l’ha già percorsa. Se torniamo un po’ indietro nel tempo, quando questa parola ha preso il suo significato possiamo capire meglio. La guida era chi, avendo già fatto un percorso sconosciuto, e molte volte pericoloso, avendo scoperto un punto di arrivo ed essendo anche tornato indietro, poteva accompagna altri che non lo conoscevano per la stessa strada, a quel destino, con il minor rischio possibile. Rischiando di nuovo anche lui, in prima persona, nell’affrontare quel percorso.

Altri che, come non vedenti, si affidavano e davano totale fiducia a chi quella strada l’aveva già percorsa per raggiungere un posto che rappresentava per loro, il più delle volte, un obiettivo vitale. Da questa, sicuramente scarna, definizione nascono subito alcuni concetti: guida è colui che indica una via su cui lui per primo è passato, di cui porta le ferite sulla propria pelle, di cui conosce ogni difficoltà, sa di cosa parla e sa come trasmetterlo. È una persona a cui è possibile dare totale fiducia, cui possiamo affidare la nostra vita perché sappiamo che si prenderà cura di noi per quanto sarà possibile. Sa ammettere i propri errori e se ne assume la totale responsabilità.

Un’interessante domanda da porsi è se oggi i manager sono ancora capaci di essere da guida quanto meno nel vero e proprio significato di questo termine; ancora più interessante è chiedersi se lo siano mai stati.

Non credo di sbagliarmi se azzardo a dire che pochi, anzi, molti pochi manager che abbiamo incontrato direttamente o indirettamente rispecchiano questa descrizione. Anche qui un problema di definizioni. Se prendo il termine Manager e lo traduco in italiano questo diventa Gestore.

Una fra le tante definizioni di Manager recita: “Il ruolo del manager comporta non solo il coordinamento, la guida di un gruppo di persone, rappresentato dalle risorse umane a disposizione dell’azienda o della parte di azienda (unità organizzativa) sotto la sua responsabilità, ma anche e soprattutto l’assunzione di decisioni di pianificazione e di gestione per garantire l’ottenimento di risultati in linea con gli scopi aziendali.”

Il Manager gestisce risorse umane, gestisce persone, peccato che le persone non vogliano essere gestite, nessuno di noi vuole essere gestito. Chi ha figli piccoli mi capirà immediatamente. Ai manager viene insegnato a gestire persone che non è possibile gestire. Se gli viene detto che le persone sono parificate al macchinario e che io, da Manager, le posso gestire, ovviamente non mi preoccuperò, al pari di una macchina, che questa abbia fiducia in me oppure che sia persuasa di ciò che c’è da fare o lo conosca fino in fondo. Non mi preoccuperò di andare prima io, di sacrificarmi per lei se necessario, di prendermi cura di lei per essere certo del risultato che porterà beneficio a entrambi. Quindi, se questo è vero, un Manager che entra in questo paradigma, non è certo una guida, non detta strade, dice solo dove si deve andare negli interessi della azienda e, perché no, dei suoi.

Ma sicuramente quella strada non l’ha mai percorsa, non sa nemmeno cosa si prova a percorrerla.

Molte volte ho ascoltato questa frase: “resize your business” che tradotta significa sostanzialmente manda a casa le persone che non ti servono perché è calato il lavoro.

Ma chi decide di farlo probabilmente non è mai passato da quell’esperienza, e probabilmente è lo stesso le cui decisioni hanno portato a quel calo di fatturato che, spostando la responsabilità su crisi mondiali, cambi euro/altre valute e via dicendo dice dove gli altri, spesso senza responsabilità, devono andare.

Un autore che ho avuto la fortuna di conoscere di persona, Simon Sinek, una volta ha chiesto: perché le persone non sopportano i bonus milionari che vengono elargiti ad alcuni Top Manager. La risposta è semplice ma forse non scontata, questi vengono pagati per distruggere la vita delle persone. Nessuno si sarebbe scandalizzato se fosse stato dato un bonus di 5 milioni di euro a Madre Teresa di Calcutta.
Questi signori sanno sicuramente dove andare o meglio dove far andare. Ma non sono guide.

Se torniamo alla domanda, i manager sono mai stati capaci di dettare una via, sono stati e sono guide? Credo che dopo queste poche righe l’unica risposta sia, molto pochi.

Ma come si diventa guida? Forse questa è la vera domanda che occorre porsi per fare veramente la differenza in un’organizzazione, ma anche e perché no, nella vita. Se seguiamo il ragionamento, sicuramente dovremo fare qualcosa per primi. Percorrere strade nuove e mai percorse prima. Mai solcate probabilmente perché rischiose, dense di pericoli per la nostra visibilità, carriera o semplicemente che richiedono sacrifici che molti altri hanno preferito non accollarsi.

Sono certo che tornerà subito in mente l’esempio della situazione di crisi. Occorre affrontare situazioni nuove per molti mai vissute prima.

C’è un’altra domanda importante da porsi ed è perché devo diventare una guida. Mi espongo sicuramente a rischi e sacrifici, ma in nome di cosa? Una volta si sarebbe detto; per spirito di avventura, per fama, per notorietà, per carriera ma nelle aziende di oggi il rischio di non raggiungere questi obiettivi è più alto che non il contrario, in sistemi rigidi e burocratizzati chi percorre strade mai percorse rischia molto.

Quindi perché? Nel rispondere a questa domanda troviamo quella che, a mio avviso, è l’essenza della leadership.

Perché mi prendo cura delle persone che ho accanto a me, anteponendo anche il mio interesse personale per un interesse più grande che è quello del bene comune di quel gruppo di persone.

Lo faccio per gli altri, lo faccio perché mi prendo cura delle persone che sono con me o che verranno dopo di me e sono pronto a sacrificarmi per facilitare loro la vita per farle crescere e realizzarsi.

Cura e sacrificio, i due pilastri per la creazione di un team. Quando si parla di team e soprattutto cosa sia necessario affinché un team esista e preformi, si elencano una lunga serie di cose reputate necessarie. Obiettivi comuni, allineamento verticale ed orizzontale, la vincita della squadra significa anche la mia vincita personale, competizione e altro ancora, ma non ricordo di aver mai sentito in questi elenchi di cose, tutte giuste ma spesso non sufficienti, il termine cura ed il termine sacrificio. Un team esiste quando le persone che ne fanno parte si prendono cura le une delle altre e soprattutto quando ogni componente del team è pronto a sacrificarsi per la persona che gli sta accanto, e questo semplicemente perché se lui si trovasse nel bisogno ed in difficoltà il suo compagno di squadra lo farebbe per lui.

Colui che vive questa regola ogni momento che passa in azienda è una guida. Ma non perché si è autoproclamato condottiero creandosi nemici immaginari, come spesso accade alleandosi con la paura molto utile spesso per “gestire” gli altri, ma perché in modo silenzioso, nelle piccole cose come nelle grandi, fa in modo di trasmettere le sue conoscenze, accompagna le persone in percorsi di crescita, si fa carico dei problemi degli altri e li risolve per quanto possibile. E’ un appiglio sicuro nei momenti difficili, sa creare fiducia e scrive slogan con le proprie azioni. E normalmente, quando si ottiene un successo lo condivide con tutti e ne resta ultimo, al contrario è il primo della fila se le cose non sono andate come previsto. Lui è una guida.

La nota positiva è che sappiamo come fare a far si che i manager (leader) del futuro siano guide, capaci veramente di dettare la via e camminare accanto al loro team. Prendersi cura delle persone che ti sono affidate, da un’organizzazione o dal caso poco importa, e anteporre la loro crescita e il loro sviluppo anche ai tuoi interessi personali. Perché il tuo sviluppo e crescita passa da questo e verrà supportato e amplificato da tutte le persone che hai aiutato in questo cammino.

Quindi abbiamo speranze anche perché lavorare con Manager guida veri porta tutti quei risultati che le aziende auspicano di raggiungere.

SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Casella, S., (2014), La Morale Aziendale. Un modello basato sull’etica per il successo nel business. Milano, Ed.Tecniche Nuove.(2014)
  • Chapman, B., Sisodia R., (2015), Everybody Matters. The extraordinary power of caring for your people like family. New York, NY, Penguin Random Hosue LLC (2015). Tutti contano. Avere cura dei propri dipendenti come se fosse la propria famiglia. Trad. it., Milano Ed.Tecniche Nuove, 2016.
  • Sinek S., (2014) Leaders Eat Last: Why Some Teams Pull Together and Others Don’t. Portfolio/Penguin

A cura di: Sergio Casella

Profilo Autore

Sergio Casella - Presidente di Divisione @ Barry-Wehmiller e autore. Presidente della divisione PCMC (Paper Converting Machine Company) della multinazionale americana Barry-Wehmiller, laureato in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, farmacista, master in Piante aromatiche e medicinali, studi di finanza, economia, studi di teologia e filosofia, master in Gestione e sviluppo delle persone nelle organizzazioni – Alta Scuola di Psicologia Università Cattolica. Esperto di Lean Production e sistemi qualità, come strumenti di leadership etica e motivazionale. Dal 2005 si occupa soprattutto di persone, all'interno di un ambiente di business competitivo e aperto al mercato mondiale. Dare senso a ciò che le persone fanno sul posto di lavoro è sfida e passione. Una sfida che ha dato alla luce un libro La Morale Aziendale, Ed. Tecniche Nuove 2014.

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