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Rischi di regressione di civiltà ed emozioni di seconda mano: il problema delle premesse

Guidare in tempi di paura

In poche altre circostanze, il rischio di vedere prevalere l’irrazionalità nei nostri comportamenti, si fa avanti come quando a comandare è la paura[1]. Nella sua versione non tanto generativa, quanto regressiva verso il panico, la paura diventa angoscia. La capacità di guidarsi e guidare gli altri, in simili tempi e momenti, risulta più che mai necessaria e necessita di stili, forme e processi di particolare distinzione ed efficacia.

Chi guida, in un tempo così, sa che la vita delle persone, poche o tante che siano, dipende dalle decisioni che saranno prese con una responsabilità diretta particolarmente gravosa da sostenere. Ognuno che occupa posizioni di leadership sente di doversi muovere rapidamente e in condizioni di elevata incertezza, senza poter stimare almeno con una relativa attendibilità i risultati delle proprie scelte. La necessità di sostegno alle azioni messe in atto e la legittimazione delle scelte da parte dei follower rende, naturalmente, ancor più impegnativa la gestione di ogni situazione di leadership. È, in fondo, nelle situazioni di crisi che si può vedere con maggiore evidenza il valore, la qualità e l’efficacia della leadership.

Indicazioni, significati, empatia

Senza voler creare un’ennesima lista delle caratteristiche della leadership, può essere utile concentrarsi su alcuni aspetti del suo esercizio che mostrano di funzionare nella pratica, soprattutto in situazioni di elevata incertezza. La comunicazione messa in atto, si sa, è una delle condizioni essenziali di efficacia nelle relazioni di guida. Purché non si intenda per comunicazione l’aspetto formale e cosmetico, quello fatto di formulette e di facciata, degli atti del comunicare. La comunicazione è corpo in azione all’interno di una coerenza relazionale, dove i segnali devono essere attendibili, e per risultare attendibili devono essere costosi per chi li emana.

Ebbene, l’attendibilità dipende dalla capacità di dare indicazioni chiare; di concorrere a creare significati condivisi; di mostrare sensibilità ed empatia. Nelle situazioni più ricorrenti i leader si concentrano nel dare indicazioni, trascurando gli altri due aspetti del buon esercizio della leadership. Fornire indicazioni, mostrare effettiva attenzione a cosa significano le indicazioni emanate per gli altri, e sostenere l’emergere di significati, è molto diverso che emettere disposizioni e divieti. Aiutare le persone a riconoscere il valore e i vantaggi di un cambiamento o di un impegno proposti, rappresenta un ulteriore fattore di efficacia della leadership.

Forse alla base di ognuna di queste indicazioni di aspetti distintivi della leadership vi è l’importanza di abbandonare ogni pretesa o illusione di perfezione nell’esercizio della leadership. Quell’illusione spinge a cercare modelli risolutivi che non esistono, tralasciando di occuparsi delle vie concrete e praticabili emergenti nell’intersoggettività evolutiva delle nostre vite.

La paura dell’altro

La paura del Covid-19 può essere addirittura inferiore al panico che possiamo causarci, gli uni verso gli altri, noi esseri umani. Sia nei comportamenti individuali e collettivi, sia nelle scelte di chi governa. Una delle conseguenze della pandemia può essere – è bene dirselo, per fare un esame di realtà che solo può aiutarci ad evitarlo – l’avvento di una forma di vita basata sull’hobbesiana homo homini lupus.

Napoli, le sue rivolte, e le altre proteste e dimostrazioni in corso, con diversi obiettivi e pretesti, mostrano che stiamo rivolgendo contro i nostri simili le nostre paure e i tentativi di farvi fronte.

Ancora più inquietante è quanto emerge dalle disposizioni della Svizzera, in cui si prevede, che “al livello B, indisponibilità di letti in terapia intensiva, non andrebbe fatta alcuna rianimazione cardiopolmonare” alle persone più anziane colpite dal virus. Nel pieno della pandemia anche in Italia, qualche mese fa, si era posto il problema e la risposta era stata che nessun anziano sarebbe stato escluso dalle cure, ma che era necessario investire impegno e risorse per fermare il contagio. Tra i pazienti destinati a non essere ricoverati in Terapia intensiva secondo il documento elvetico ci sono coloro che hanno superato gli 85 anni, chi ha superato i 75 anni con “cirrosi epatica, insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi”. A livello A, con letti in terapia intensiva disponibili ma risorse limitate, i criteri per non essere ammessi alla rianimazione sono più gravi. Tra gli altri: «arresto cardiocircolatorio ricorrente, malattia oncologica con aspettativa di vita inferiore a 12 mesi, demenza grave, insufficienza cardiaca di classe NYHA IV, malattia degenerativa allo stadio finale”.

“Quando è uscita questa direttiva siamo saltati sulla sedia. Decidere chi rianimare e chi no è pesante, pesantissimo per qualsiasi medico. Ma questo documento, che è pubblico, è a garanzia dei medici e degli stessi pazienti che potrebbero non aver voglia di essere sottoposti a ulteriori cure” commenta Franco Denti, il presidente dell’Ordine dei Medici del Canton Ticino.

C’è chi in proposito parla di “medicina di guerra”. Già nel Regno Unito, in tempi recenti, vi era stato un dibattito intorno alla limitazione delle cure per malati che avessero contratto malattie chiaramente associate alla dipendenza da fumo di tabacco. Di altre assonanze non è neppure il caso di parlare, stante l’aberrazione che suscitano.

Neppure il tempo di cercare di contenere l’irrazionalità dei negazionisti e l’esclusione dalle cure di una parte della popolazione, che è giunta la notizia del Liceo Manzoni di Milano, dove il Consiglio di Istituto ha deciso che per il prossimo anno sarà ammesso solo chi ha la media del nove e abita in centro, formando così solo otto prime classi ed evitando il sovraffollamento. Ad essere del tutto ignorate e trasgredite, in questo caso, sono la nostra Costituzione e la funzione della scuola pubblica.

L’humus della sensibilità, contro l’indifferenza

Prima ancora che i singoli casi e contenuti, l’attenzione vigile e preoccupata andrebbe posta all’humus, alla degenerazione della base di sensibilità individuale e sociale, che si avverte al fondo di questi orientamenti emergenti e di queste scelte. È quell’humus che prima di tutto ci deve allarmare e ad esso dovremmo cercare di reagire.

In tempi di paura e disperazione tentiamo di curare, oggi, indifferenza e precarietà affettiva con emozioni di seconda mano. Quelle emozioni di seconda mano ci pervadono, proposte come modelli di riferimento, e svolgono almeno due funzioni: concedono vie apparentemente facili per l’individuazione e l’affermazione, per il successo e l’eccellenza, e celano, velandola e ostacolandola, o addirittura neutralizzandola, la pensabilità e l’accessibilità a vie certamente impegnative ma realistiche ed emancipative, perché ognuno senta se stesso, gli altri e il mondo e crei così la propria autorealizzazione.

La divulgazione mediante i social e gli schermi di ogni tipo di modelli di vita proposti come desiderabili e facilmente e immediatamente raggiungibili; ci trasforma in singoli, individui soli, che per realizzarsi non avrebbero bisogno di nessun altro.

È il dominio dell’indifferenza[2].

Se la paura trasforma la vita in una misura contabile, finanziaria e calcolabile, siamo di fronte all’esito più deleterio e pericoloso della pandemia, quello sul quale è necessario urgentemente concentrarsi e verso il quale opporsi con il massimo dell’impegno e della ricerca di vie emancipative e non reciprocamente distruttive.

Per cercare di farlo è necessario mettere in discussione le premesse del nostro modello di vita e di sviluppo e considerare, come criteri, il limite, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la redistribuzione delle opportunità e delle risorse disponibili.

 

Note

[1] Come ho provato ad evidenziare in U. Morelli, Empatie ritrovate, San Paolo Editore, Milano 2020

[2] Tema approfondito nel libro: U. Morelli, Contro l’indifferenza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013

 

Articolo a cura di Ugo Morelli

Ugo Morelli, psicologo, studioso di scienze cognitive e scrittore, oggi insegna Scienze Cognitive applicate al paesaggio e alla vivibilità al DIARC, Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli; è Direttore Scientifico del Corso Executive di alta formazione, Modelli di Business per la Sostenibilità Ambientale, presso CUOA Business School, Altavilla Vicentina. Già professore presso le Università degli Studi di Venezia e di Bergamo, è autore di un ampio numero di pubblicazioni, tra le quali: Mente e Bellezza. Arte, creatività e innovazione, Allemandi & C, Torino 2010; Mente e paesaggio. Una teoria della vivibilità, Bollati Boringhieri, Torino 2011; Il conflitto generativo, Città Nuova, Roma 2013; Paesaggio lingua madre, Erickson, Trento 2014; Noi, infanti planetari, Meltemi, Milano 2017; Eppur si crea. Creatività, bellezza, vivibilità, Città Nuova, Roma 2018; Noi siamo un dialogo, Città Nuova Editrice, Roma 2020; I paesaggi della nostra vita, Silvana Editoriale, Milano 2020; Il grande esperimento. In virus veritas, Kappa Vu, Udine 2020; Empatie ritrovate. Entro il limite per un mondo nuovo, Edizioni S. Paolo, Milano 2020. Collabora stabilmente con doppiozero, Animazione Sociale, Persone & Conoscenza, Sviluppo & Organizzazione, i dorsi del Corriere della Sera del Trentino, dell’Alto Adige, del Veneto e di Bologna, e con Il Mattino di Napoli.

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