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Resistenza al cambiamento: una formidabile conferma del modello di E. Schein

Il prof. Edgar Schein ha definito la cultura organizzativa “ciò che resta del successo”.

Nel suo testo fondamentale Culture d’impresa sostiene che ogni organizzazione consolida teorie, convinzioni, linguaggio e rituali durante l’iniziale crescita[1]. Un’aura di mitologia appare sugli episodi e sui personaggi che hanno fatto l’impresa.

Si consolida così una “cultura d’impresa”, che permette alle persone di identificarsi tramite valori, di capirsi con schemi cognitivi, di utilizzare modelli operativi.

Ciò che ha funzionato nel periodo mitico, quando le crescite erano in doppia cifra, continua a funzionare fino a che le condizioni esterne cominciano a mutare.

Diventa necessario adattarsi; vanno messe in discussione radicate convinzioni, bisogna ristrutturare i comportamenti, imparare ad usare nuovi strumenti, aggiornare il linguaggio, modificare i rituali.

L’evoluzione non è semplice. L’ostacolo principale è proprio la cultura ereditata dalla fase mitica.

Abbandonare ciò che ha funzionato non è facile significa affrontare il pericolo, uscire dal confort delle antiche certezze.

Il caso del Dottor Semmelweis: serve uno shock

La storia della infettivologia moderna nasce quando il dottor Semmelweis comincia a sospettare che le morti delle puerpere nel reparto di ostetricia dell’ospedale generale di Vienna derivino da micro-organismi. Siamo nel 1846.

Sulla base di questa ipotesi fa installare una bacinella con disinfettante all’entrata del reparto. I medici, spesso provenienti dall’anatomia patologica, devono lavarsi le mani prima di intervenire in sala parto.

Immediatamente il numero delle morti cala, confermando l’ipotesi di Ignac Semmelweis. Ma accade l’incredibile: il mondo medico osteggia le sue teorie e il direttore della divisione di Ostetricia non gli rinnova il contratto. La bacinella con il cloruro viene rimossa. La mortalità delle partorienti ritorna al livello precedente, il 10%, sempre con la stessa causa: febbre puerperale.

Il dottor Semmelweis, per forzare la comunità scientifica a introdurre prassi d’igiene negli ospedali, fa una scelta tragica. Si presenta al tavolo di anatomia patologica durante un’autopsia, immerge un bisturi nel corpo infetto del cadavere e si pratica un taglio nel braccio. Muore dopo pochi giorni per infezione (sepsi).

La storia mostra quanto sia difficile ottenere il cambiamento, anche quando ci siano dati inequivocabili, neppure in un contesto ove l’approccio dovrebbe essere scientifico.

La strategia contro il Coronavirus: la conferma

La nascita dell’infettivologia coincide con la nascita dell’igiene. Per millenni gli uomini non avevano considerato l’idea di lavarsi. Semmai facevano dei bagni per rinfrescarsi o per rendersi attraenti. Solo in alcune culture, come quella giapponese, la pulizia personale era segno di educazione.

Questo spiega perché la vita media fosse più breve. Non c’era la prevenzione per le malattie infettive in un’epoca ove non c’erano gli antibiotici.

Al contempo l’assenza di igiene e di disinfettanti ha preservato la natura da pericolose contaminazioni.

La nostra terra è ancora oggi in grado di ospitare 7 miliardi di persone perché non ci siamo mai disinfettati.

L’igiene è un formidabile nemico dei batteri ma anche di molte forme di vita.

L’evoluzione recente della medicina ha costretto i sistemi sanitari a intensificare l’igiene. La presenza di batteri resistenti agli antibiotici sta dilagando negli ospedali, per cui si ricorre sempre di più ai disinfettanti e a presidi monouso. L’impatto ambientale, in prospettiva, non può che essere devastante.

La recente pandemia ha colto di sorpresa molti organismi scientifici che, per dare risposte rapide, hanno generato linee guida basate sulla “cultura dell’igiene”. Detergenza e approccio “usa e getta” a tappeto.

La cultura “anti-batterica” è stata applicata anche alla lotta ad un virus.

La scarsa efficacia della “strategia dell’igiene” è evidente; eppure nessuno la mette in discussione.

Dell’eredità del dottor Semmelweis abbiamo salvato solo il suggerimento operativo, “primo: lavarsi le mani”, buttando però via il suo secondo insegnamento: “mettere in discussione le prassi inefficaci”.

La prima raccomandazione emanata dalle autorità sanitarie italiane, che hanno seguito l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è stata di lavarsi le mani accuratamente.

Disinfettanti andati a ruba, igienizzazione di ambienti e strade, penuria di mascherine e materiali, utilizzati e gettati dopo un singolo utilizzo.

Efficacia molto limitata, enormi sprechi, grande impatto ambientale. Stiamo sparando con la mitragliatrice verso la foresta, sperando di colpire un fagiano.

Immaginando che questa pandemia duri ancora molto e che il Coronavirus si possa ripresentare con mutazioni genetiche (come avviene per il virus dell’influenza stagionale), dobbiamo rapidamente sostituire le prassi basate sulla disinfezione con prassi più efficaci e meno impattanti.

Se pensiamo alla pianura padana, dove c’è una rilevante concentrazione di persone, strade ed edifici, l’igienizzazione a tappeto non può che tradursi in inquinamento ambientale del quale non possiamo prevedere le conseguenze.

Se disinfettiamo il pianeta per salvare questa generazione, metteremo in grande difficoltà le generazioni future.
Serve un cambio culturale.

 

Note

[1] John Wiley and Sons, Leadership and Organizational Culture, 1985

 

Articolo a cura di Luigi Rigolio

Nato nel 1962 in provincia di Varese, due figli e una passione per le camminate in montagna e per le arti tradizionali giapponesi.

Laureato in Filosofia della Scienza presso l’Università degli Studi di Milano, facoltà di Lettere e Filosofia, ha coltivato studi in Epistemologia, Logica, Storia della Scienza, Filosofia Teoretica e Teologia, Psicologia.

Per 15 anni è stato dipendente con vari incarichi in Lilly Italia, occupandosi prevalentemente di Neuroscienze.

Dal 2005 in qualità di formatore e consulente, supporta lo sviluppo organizzativo di piccole e medie imprese.

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