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Gli studenti di oggi: i leader del futuro

Perché non insegnare a scuola come essere leader?

Mi sono chiesto: se i grandi leader generano straordinari cambiamenti e la leadership si può imparare, perché non insegnarla a scuola?
Riuscite a immaginare un’Italia dove il trenta, il quaranta, il cento per cento in più di giovani, palesa spiccate doti di leadership?
Saremmo o no, in pochi anni, il primo Paese al mondo?

Un’Italia fantastica della quale andare orgogliosi.

Qualcuno potrebbe obiettare: non è prematuro parlare di leadership a dei ragazzini in età scolare?
Siamo abituati a sentir parlare di leadership prevalentemente in contesti politici, sportivi, aziendali (il leader di un partito, di una squadra o il grande manager di un’azienda), cosa che ritengo molto riduttiva rispetto alla pluralità delle missioni riconducibili all’esercizio della leadership.

Se dal passato ereditiamo principalmente un aspetto strumentale della leadership, quello che riguarda la capacità di influenzare e mobilitare i membri di un gruppo verso il raggiungimento di obiettivi fissati da un’organizzazione, il futuro lascia intravedere un ruolo del leader più orientato alla coesione sociale e al rafforzamento dell’identità collettiva.

Effettivamente, una società centrata sulla competizione e la ricerca spasmodica del successo, oggi, piuttosto che generare grandi benefici, rischia di portare stress, invidie, insoddisfazioni e rabbia. Si rende quindi indispensabile una rivisitazione delle competenze del leader, concentrandone la rilevanza su capacità più relazionali e spostando l’attenzione sulle interazioni tra leader e gruppo. La leadership sta assumendo, progressivamente, un ruolo più collaborativo.

La questione assume carattere molto ampio, perché parlare di leadership significa parlare di competenze trasversali, delle quali il sistema scolastico, se desidera partecipare alla creazione di un’identità sociale, dovrebbe rendersi promotore.

Per questo, sogno una scuola pienamente connessa al resto della società e, in particolare, al mercato del lavoro; una scuola che includa programmi formativi su tematiche moderne, argomenti che influenzeranno positivamente i giovani di oggi e di conseguenza, condizioneranno il futuro del nostro paese.

Se qualcuno dovesse chiedermi: che lavoro farà tuo figlio da grande?
Probabilmente risponderei: un lavoro che ancora non è stato inventato!

Secondo la London School of Economics, più del 50% degli attuali lavori in Italia sparirà in meno di vent’anni.

Questo è un dato che tutti conoscono, ma la risposta delle istituzioni qual è?

Negli ultimi decenni gli investimenti che l’Italia ha fatto per l’istruzione sono stati molto bassi; siamo l’unico Paese europeo che non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria dal 1995.

Ci posizioniamo ancora tra gli ultimi posti nella transizione scuola-lavoro, pur sapendo che le nuove generazioni dovranno essere preparate a cambiare, nel corso della loro vita lavorativa, dalle cinque alle sette professioni, completamente differenti tra loro; e l’ultimo mestiere che svolgeranno non sarà ancora stato inventato quando inizieranno il primo.

L’attuale tasso di disoccupazione giovanile non è solo legato a una flessione dell’economia, ma anche all’enorme divario tra la domanda e l’offerta di professionalità, scaturita dall’ormai cronica distanza tra scuola e lavoro, sistema educativo e tessuto produttivo.

Non possiamo accontentarci di formare tecnici, tecnologi o – peggio ancora – lanciare allo sbaraglio giovani teorici.

La scuola deve da subito riuscire a integrare, in maniera efficace, le tradizionali competenze tecnico-teoriche, sia di base sia professionali (le hard skills), indispensabili allo svolgimento di qualunque lavoro, con le competenze trasversali (le soft skills), non immediatamente esaminabili e misurabili, perché legate al modo di essere dell’individuo: ai suoi processi di pensiero, alle capacità di relazionarsi con gli altri, di comunicare, prendere decisioni e gestire il cambiamento.

Perfino il Consiglio dell’Unione Europea ha sottolineato come le soft-skill siano fondamentali nel mercato del lavoro e ha suggerito agli enti formativi, di puntare alla formazione “integrale” della persona, facendo emergere una crescente necessità di maggiori competenze imprenditoriali, sociali e civiche, ritenute indispensabili “per assicurare resilienza e capacità di adattarsi ai cambiamenti”.

Il Saper Essere, e quindi la leadership personale, è direttamente proporzionale alle soft skills. A quelle competenze comportamentali importanti in qualsiasi contesto lavorativo, che influenzano il modo in cui si fa fronte alle richieste dell’ambiente; quelle capacità che consentono di trasformare il Sapere e il Saper Fare, in comportamenti efficaci in situazioni specifiche.

Se negli attuali ambienti lavorativi, in rapido mutamento e caratterizzati da forti interconnessioni, appare più facile, per un datore di lavoro, addestrare un dipendente a specifiche abilità tecniche che alle attitudini trasversali, come possiamo accettare un sistema scolastico che non preveda un’opportuna integrazione formativa delle competenze?

La leadership, grazie alle idonee soft skills, può essere acquisita e accresciuta nel corso di tutta la vita, ma è meglio iniziare in età scolare; la scuola è fondamentale al suo sviluppo. Tutto ciò che uno studente apprende, guadagna valore se, contemporaneamente, impara a conoscere meglio se stesso e a confidare nelle proprie capacità e potenzialità.

Per esempio, riuscire a comunicare, negoziare e ascoltare in maniera costruttiva e strutturata, con dei principi che possono essere insegnati e appresi, significa essere in grado di esprimersi in maniera più diretta, aperta e appropriata in qualunque altra disciplina.

La scuola, oltre che trasmettere nuove conoscenze e abilità, deve creare giovani curiosi, creativi e intraprendenti, che sappiano guardare il mondo con originalità, in grado d’imparare dai propri errori e ricominciare ogni volta in maniera nuova.

Meglio una generazione capace di cambiare il mondo,
che una capace di adattarsi al mondo che cambia.

 

Bibliografia

  • Stefano Cianciotta, Mettere la scuola al lavoro, it, 15 gennaio 2017
  • Sara De Carli, Preparare i giovani al loro futuro: ecco come deve cambiare la formazione, vita.it, 23 agosto 2017
  • Ken Robinson, Lou Aronica, Scuola creativa. Manifesto per una nuova educazioneErickson, novembre 2016

 

Articolo a cura di Saverio Greco

Saverio Greco è nato a Cosenza nel 1975.

Laureato in chimica presso l’Università della Calabria, lavora da molti anni come area manager per importanti aziende farmaceutiche, occupandosi di selezione, gestione e sviluppo delle competenze.

Appassionato di comunicazione, marketing e vendita, crede fortemente nella centralità della persona come valore imprescindibile e persegue l’ideale equilibrio tra gli obiettivi aziendali, la motivazione e le performance dei suoi collaboratori.

È autore del libro LE PARABOLE DEL MANAGER, edito da Mimep Docete nel 2015.

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