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I profili professionali legati allo sviluppo di Industria 4.0

I cambiamenti indotti dalla trasformazione digitale riguardano, oltre ai rapporti con i clienti e i modelli di business, anche i processi interni e i modi di lavorare. A causa delle trasformazioni del lavoro, le attività di relazione centrate sui dati e sulle informazioni sono diventate predominanti per la percentuale dei lavoratori coinvolti.

La capacità di identificare, gestire e organizzare dati per creare valore nei processi di business rappresenta, infatti, l’elemento che collega tutte le competenze 4.0. In effetti, le moderne figure professionali hanno a disposizione dati forniti in tempo reale, contestuali e selezionati. Il dato però ha bisogno di essere interpretato e, quindi, sono necessarie capacità di lettura degli stessi dati, di valutarne il significato. Un altro aspetto comune delle competenze 4.0 deriva dall’incremento della frequenza delle decisioni da prendere: le dinamiche temporali tendono, infatti, a diventare più veloci.

Il sistema Industria 4.0 rappresenta, come già rilevato, un cambiamento significativo, sia sul piano tecnologico sia su quello dell’organizzazione del lavoro e delle competenze richieste per poter guidare e realizzare lo stesso processo di cambiamento nel modo più efficace ed efficiente. Si può affermare che il cambiamento passa attraverso le persone, a condizione che le loro competenze siano in grado di accogliere e gestire processi di cambiamento e di innovazione.

Proprio la carenza di competenze digitali rappresenta, invece, una possibile barriera allo sviluppo del sistema 4.0. Infatti, il Piano Italiano per l’Industria 4.0 punta a rafforzare le citate competenze tramite specifici interventi nel mondo dell’università, da un lato, e la creazione di una rete di infrastrutture in grado di collegare il mondo produttivo con quello della ricerca, dall’altro. Si parla di una strategia basata su cinque pilastri, cioè un’adeguata governance del processo di trasformazione (che coinvolge, oltre ai ministeri interessati, anche il mondo dell’istruzione, gli enti locali, le aziende, i sindacati, la comunità scientifica), un adeguato sviluppo delle infrastrutture digitali, delle competenze digitali, delle attività di ricerca, del concetto di open innovation.

Il nostro paese deve saper cogliere i benefici della quarta rivoluzione industriale, attuando iniziative sistemiche per lo sviluppo dell’Industria 4.0 e fornendo ai lavoratori le competenze digitali per le mansioni del futuro. Del resto tutti i principali paesi europei hanno già formulato piani di politica industriale per governare e sfruttare le opportunità offerte dall’Industria 4.0, le cui direttrici fondamentali d’intervento riguardano lo stimolo alla spesa privata in ricerca e innovazione e il rafforzamento delle competenze.

La valutazione dell’intervento pubblico non può prescindere da un’analisi sullo stato dell’arte delle abilità tecnologiche impiegate nel settore manifatturiero in Italia rapportato a quello di altri paesi. Una possibile misura delle competenze potenzialmente spendibili all’interno del processo 4.0 è ricavabile dai dati Eurostat relativi alle quote di addetti che svolgono mansioni per le quali sono richiesti un elevato titolo di studio e il possesso di competenze digitali. La misura può essere intesa come un possibile indicatore di preparazione dei singoli paesi rispetto ai cardini dell’Industria 4.0, Questi dati evidenziano come negli ultimi anni il numero degli addetti indicati sia in costante aumento, però l’Italia si colloca nelle ultime posizioni della relativa classifica con un incremento inferiore alla media europea. Anche l’Istat ha recentemente evidenziato che la percentuale delle forze lavoro con competenze digitali elevate è considerevolmente inferiore rispetto all’insieme dell’Unione Europea.

In tale contesto è interessante analizzare il caso degli Stati Uniti. Secondo un recente studio si afferma che da oggi al 2025 l’industria manifatturiera statunitense richiederà 3,5 milioni di persone con specifiche capacità tecnologiche digitali; sempre secondo lo stesso studio circa 2 milioni di queste persone dovranno essere reperite fuori dagli Stati Uniti. Proprio per tale motivo le grandi aziende americane, come ad esempio l’IBM, hanno avviato opportune iniziative per finanziare e organizzare scuole professionali specialistiche.

Analoghi progetti che vedono collegate grandi aziende industriali, scuole e amministrazioni pubbliche sono stati avviati ad esempio in Gran Bretagna, Australia ed altri paesi, con il coinvolgimento di realtà come Siemens, General Electric, Procter & Gamble, Microsoft.

In tale contesto emerge la necessità che anche il piano elaborato dal nostro paese per implementare Industria 4.0 dovrebbe avviare un processo di trasformazione del sistema educativo e dei suoi programmi di istruzione professionale per adeguarlo alle competenze richieste dalle aziende.

Ci concentriamo ora sulle competenze e sul ruolo che queste assumono nel processo di digitalizzazione e di informatizzazione dei processi produttivi.

Con riguardo agli impatti di Industria 4.0 emergono alcune domande:

  • Quali sono i profili professionali più ricercati? Quali quelli più in evoluzione?
  • Quali competenze devono possedere?
  • Il sistema formativo del nostro paese è in grado di fornirle?

La Commissione Europea ha definito la competenza digitale come una competenza che implica un uso sicuro e critico delle tecnologie della società dell’informazione in ambiti diversi a partire dal lavoro, considerandola una delle competenze chiave per chi opera nella realtà attuale, si può evidenziare come diverse ricerche hanno inteso identificare i nuovi profili professionali legati all’adozione del modello Industria 4.0, da rendere disponibili sia mediante l’educazione scolastico-accademica e sia attraverso la formazione di professionisti già attivi sul mercato. In tal senso diventa necessario investire nella formazione per poter colmare il gap tra domanda e offerta di nuove competenze digitali per il futuro occupazionale.

Emergono così, nelle ricerche di personale, figure quali, ad esempio, il data analyst, il designer engineer, il cyber security specialist, l’innovation manager, i big data scientist, i robotics & automation manager, i cognitive computing, il business intelligent analyst, il digital learning specialist, ecc.

Con l’avvento della quarta rivoluzione industriale, le aziende hanno bisogno di collaboratori dotati da un lato, di adeguate conoscenze tecniche e di linguaggi professionali in grado di dominare le nuove tecnologie, dall’altro di adeguate soft skill ovvero le cosiddette competenze trasversali acquisite nelle esperienze personali e professionali di ciascun lavoratore per lavorare in modo collaborativo con i colleghi.

Il World Economic Forum ha stilato le soft skill che saranno più richieste entro il 2020: flessibilità cognitiva, capacità di negoziazione, capacità di giudizio e di prendere decisioni, intelligenza emotiva (riconoscere, comprendere e gestire le emozioni), capacità di coordinarsi con gli altri, capacità di problem solving, creatività (capacità di pensare fuori dagli schemi), pensiero critico (capacità di capire, riflettere e rielaborare informazioni), capacità di lavorare in team.

In tale ottica è necessario che anche le competenze trasversali, le caratteristiche personali della persona siano in linea con l’offerta lavorativa.

Parlare oggi di soft skill è la diretta conseguenza delle rapide evoluzioni che i mercati stanno chiedendo alle organizzazioni e, di conseguenza, alle persone nel cambiare il modo di lavorare, nel modo di gestire le relazioni e nel dare più spazio alle abilità cognitive. Le innovazioni tecnologiche hanno pervaso le modalità di produrre ove una crescente presenza di figure professionali è composta da chi svolge mansioni dove può prendere decisioni autonome, l’impegno è soprattutto mentale, opera in team o comunque in relazione con altri colleghi, utilizzando livelli di strumentazioni tecnologiche elevati.

Questa evoluzione dei profili professionali sta avendo, ed avrà sempre più in futuro, forti ricadute sul mondo del lavoro ad iniziare dalle nuove competenze che le aziende richiedono anche ai giovani laureati. A un’adeguata formazione di base si aggiungono conoscenze informatiche e tecnologiche, nonché il mix delle citate caratteristiche personali ritenute necessarie per essere in grado di apprendere e confrontarsi con la nuova realtà.

L’analisi dell’evoluzione dei profili professionali e delle competenze legate all’introduzione dell’Industria 4.0 con i relativi impatti sul mercato del lavoro, consente di trarre utili indicazioni sia per la definizione di mirati programmi nei cicli formativi istituzionali e sia per la formazione professionale nel corso della vita lavorativa.

In questo contesto, a titolo esemplificativo, si può rilevare una carenza di laureati in nuove tecnologie digitali rispetto al numero di professionisti occorrenti per soddisfare le richieste delle aziende. Si tratta di laureati adeguatamente preparati non solo sulle tecnologie di automazione ma anche sulla digitalizzazione, sull’integrazione del software industriale e dell’Information Technology. Del resto le macchine bisogna saperle usare, non soltanto da un punto di vista tecnico ma anche con la capacità di aggregare, come già ricordato, velocemente e in modo efficace, una molteplicità di dati ed informazioni che la tecnologia rende disponibile in tempo reale. Al riguardo si potrebbe ipotizzare un incremento da un lato delle sinergie tra le aziende e il sistema d’istruzione-formazione mediante appositi percorsi di orientamento che sappiano indirizzare i giovani verso percorsi formativi allineati alle esigenze di Industria 4.0, e, dall’altro, valorizzando esperienze di apprendistato e di sistema duale scuola-lavoro. Specialmente con riferimento alle nuove generazioni, risulterà necessario investire in attività formative che dovranno essere modernizzate al fine di consentire lo sviluppo di quelle competenze che saranno imprescindibili per poter affrontare i cambiamenti in atto.

Un numero significativo di ricerche concorda sul fatto che, per poter attingere ad un bacino di studenti e neo-laureati maggiormente preparati, occorrerà che le aziende si attivano per collaborare più strettamente con chi si occupa di formazione della forza lavoro.

Appare necessario ripensare, come già ricordato, il percorso formativo della scuola e dell’università, legandolo maggiormente al mondo e alle esigenze professionali delle aziende.

Anche il piano industriale diretto a favorire l’adeguamento del sistema italiano, punta sulla formazione dei lavoratori del futuro, considerando, altresì, gli impatti della trasformazione digitale anche in altri settori quali l’agroalimentare, i trasporti, e prevedendo tra l’altro:

  • diffusione della cultura dell’Industria 4.0 mediante i citati progetti di Scuola Digitale e Alternanza scuola-lavoro;
  • previsione di percorsi universitari e di master dedicati e di dottorati di ricerca sul tema:
  • istituzione di Digital Innovation Hub, il cui scopo è quello di creare un ponte di collegamento tra aziende e mondo della ricerca e dell’università, una rete in grado di sviluppare servizi di orientamento, accompagnamento, studi di fattibilità e pre-analisi che consentano alle aziende di applicare le innovazioni in tempi e modi che ne consentano la massima valorizzazione sul piano tecnologico ed economico, di sensibilizzare le aziende sulle opportunità esistenti in ambito 4.0 (possono essere resi disponibili degli assessment di autovalutazione che consentono alle aziende di rilevare il proprio grado di maturità rispetto alle tecnologie di Industria 4.0 e, quindi, valutare i possibili interventi per migliorare le loro dimensioni tecnologiche ed organizzative), di supportare le attività di pianificazione di investimenti innovativi nonché l’accesso a strumenti di finanziamento pubblico e privato, ecc;
  • la creazione di Competence Center, per i quali si deve registrare un certo ritardo nella loro costituzione, realtà che fanno riferimento ad alcuni poli universitari di eccellenza, con l’obiettivo di intensificare le relazioni tra università e industria, di lanciare progetti innovativi e di sviluppo tecnologico, di promuovere specifiche iniziative formative, di supportare le sperimentazioni e la produzione di nuove tecnologie 4.0, di offrire consulenze sulle tecnologie utilizzate anche per le PMI, di intensificare il coordinamento con centri di competenza europei. In queste realtà dovrebbero operare insieme istituti tecnici, licei, università, fornitori di tecnologie, aziende, associazioni di categoria, generando opportune sinergie;
  • favorire il potenziamento dell’offerta formativa degli ITS ad alta specializzazione tecnologica, in stretto rapporto con l’apparato produttivo; dotandoli di strumenti e laboratori adeguati. Si tratta di realtà che presentano forti legami con l’economia locale e che contribuiscono a sviluppare competenze che possono essere assorbite nel mercato del lavoro, anche se il numero dei diplomati è ancora limitato.

All’interno della moderna fabbrica sarà altresì necessario insegnare agli addetti nuove mansioni per le quali sono richieste nuove competenze. Emerge, quindi, la necessità per le aziende che intendono restare competitive e cogliere le opportunità offerte dal sistema Industria 4.0, di attivare il processo in base al quale risulti possibile apprendere modalità di lavoro e professionalità diverse dalle precedenti. In tal senso diventa importante la capacità di apprendere cose nuove, e non è da escludere la possibilità che sia il personale più giovane a trasmettere le nuove conoscenze a personale più maturo nell’età.

Per promuovere le competenze digitali appare quindi necessario puntare sulla valorizzazione degli sbocchi lavorativi, sulla formazione delle figure già presenti in azienda, sull’incoraggiamento della nascita di nuove imprese digitali, tutti elementi che rappresentano un passo importante per creare un maggiore equilibrio tra domanda e offerta e aumentare, così, il numero di figure professionali con adeguate competenze nell’ambito tecnologico.

Si può, quindi, parlare di un connubio tra formazione e innovazione?

Si tratta di un tema molto complesso, che abbraccia non solo ambiti diversi, ma anche generazioni diverse per le quali sarà necessario approntare modalità d’intervento diverse. Vi è tuttavia un punto fermo che non va dimenticato: l’Industria 4.0 è già una realtà e, quindi, l’innovazione e con essa la formazione non sono più questioni rimandabili al futuro.

Si può affermare che il successo delle aziende che vogliono cogliere le opportunità legate alla quarta rivoluzione industriale richieda un dialogo sempre più efficace tra mondo della formazione e imprese, avendo come obiettivo la preparazione delle competenze necessarie, sia quelle che oggi si conoscono e sia le capacità di apprendimento continuo per costruire nel tempo le competenze che ancora non si conoscono. Solo una sinergia tra il mondo della scuola, dell’università, della formazione e quello delle aziende potrà contribuire a rispondere alla maggiore richiesta di elevati livelli di competenza.

La sfida di individuare e creare tali competenze rappresenta il fattore chiave per promuovere l’innovazione e la competitività, soprattutto considerando che l’acquisizione delle nuove skill fa parte di un processo che continua durante tutto l’arco della vita della stessa azienda.

A cura di: Marco Giannini

Marco Giannini è Professore di Organizzazione Aziendale presso il Dipartimento di Economia & Management dell’Università di Pisa. Ha partecipato a numerosi progetti di ricerca concernenti innovazioni organizzative, evoluzione dell’organizzazione del lavoro, gestione del personale, sicurezza sul lavoro.

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