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Nuova normalità e sostituti digitali

Introduzione

Un effetto di certo non irrilevante della pandemia da Covid-19 è che praticamente ogni settore di attività economica e professionale è stato sottoposto a notevoli cambiamenti e trasformazioni determinando nuovi paradigmi nella produzione, nella gestione, nella programmazione, ecc… In particolare, alcuni settori hanno dovuto sopportare un crollo verticale della domanda cosa che ha implicato ed implica tuttora un profondo ripensamento dei principi che ispiravano questi stessi settori: ciò al fine di garantire la sopravvivenza di tali attività di fronte al mutato scenario. Senza l’introduzione di innovazioni sostanziali, in un significato estremamente ampio di questo termine, molte attività non riusciranno a vedere la fine di questo periodo turbolento. Parallelamente, altri settori di attività hanno visto un aumento enorme della domanda cosa che ha posto numerose questioni sulle modalità di gestione di questo fenomeno improvviso. Anche su tale versante urgono innovazioni profonde altrimenti questi settori potrebbero non essere in grado di fronteggiare e gestire gli effetti di questi incredibili cambiamenti.

Anche il rapporto fra scienza, politica e società è molto cambiato e ciò sta determinando nuove prospettive e sfide nella produzione scientifica, nella conduzione e gestione della ricerca, nel trasferimento, divulgazione e comunicazione di risultati scientifici.

La questione principale che sottintende a questo scenario è se e come le persone e le varie generazioni si stiano sostanzialmente abituando o meno a questi nuovi cambiamenti e trend imposti con la forza dalla pandemia ma che potrebbero permanere nel momento in cui si esaurirà l’emergenza Covid-19 e si delineerà la cosiddetta “nuova normalità”. Sarà proprio il permanere o meno, più o meno profondamente di questi trend, abitudini, routine, attitudini, ecc… a determinare la “nuova normalità” come ad esempio nel caso dello smart working e lo svolgimento di molte attività da casa, la consegna di prodotti/servizi da remoto, l‘utilizzo massiccio di servizi online di acquisto o di prenotazione per evitare le file e la presenza negli uffici, il problema della sostenibilità dei trasporti e la necessità di una loro minore massificazione, ecc…

Tutto questo si lega ad innovazioni che presuppongono nuovi approcci e mentalità ma soprattutto nuove competenze per ideare, sviluppare e gestire il “nuovo”. La creazione di competenze adeguate per entrare in modo costruttivo in questa “nuova normalità” appare forse come la sfida principale per la formazione, l’istruzione e la ricerca perché rappresenta il presupposto per la creazione di una nuova generazione di individui che probabilmente avranno un concetto diverso di “esplorazione delle idee”, di produttività ed implementazione della ricerca, di competitività, di apprendimento, di rischio, di creatività, di prevedibilità e instabilità, ecc…

Gestire la “nuova normalità”

La nuova realtà post pandemia si delinea non tanto come un cambiamento singolo, sia pure molto grande, quanto piuttosto come il risultato di numerosi cambiamenti interrelati non da ultimo all’interno dei comportamenti delle persone che il Covid-19 ha plasmato in modo decisamente profondo. La stessa interruzione ed alterazione di molte attività economiche e della vita sociale ha determinato una nuova visione del concetto di rischio e della gestione dei rischi, ha imposto la necessità di reagire a condizioni del tutto inusuali e ha scosso dalle fondamenta le basi di molti concetti di vita considerati come scontati fino a pochi mesi fa. Parallelamente sta cambiando il modo in cui si percepisce l’idea di come svolgere la propria attività, fare impresa, intraprendere e diffondere la ricerca, svolgere attività formative, ecc… non solo nel contesto attuale ma anche in quello futuro dove serviranno risposte estremamente rapide e forte sensibilità alle innovazioni tecnologiche per adattarsi efficacemente ed efficientemente al cambiamento. Ciò permetterebbe anche di reagire a futuri shock, crisi e sfide che non potranno che essere di portata globale.

Per questa ragione si sta delineando un nodo duplice: da un lato servono formule, strategie e modalità gestionali innovative per applicare le tecnologie esistenti e sviluppare nuove tecnologie ed innovazioni all’interno di contesti del tutto inediti e dall’altro si percepisce chiaramente la mancanza di competenze individuali e organizzative del tutto nuove per fare fronte a cambiamenti profondi all’interno di interi settori dell’economia e della società nel suo complesso. In un’era post Covid-19 si potrebbe creare uno scenario in cui il focus non sarà tanto la disponibilità di conoscenza individuale di per sé, quanto la disponibilità di competenza ovvero la capacità di applicare la conoscenza in circostanze ambigue, incerte, imprevedibili sulla base dell’abilità delle persone di reagire, rendersi conto delle condizioni mutate, risolvere i nuovi problemi, rimodellare il contesto ed essere resilienti.

Molte delle prassi adottate durante il periodo di “quarantena”, come il lavoro a distanza, l’insegnamento/apprendimento a distanza, la telemedicina, l’espletamento di molti servizi amministrativi online, ecc… probabilmente connoteranno la “nuova normalità”. Questa situazione ha costretto molte persone a confrontarsi con le tecnologie informatiche (IT) cosa che forse senza la pandemia non avrebbero fatto e ciò condurrà ad una crescita senza precedenti nel mondo digitale ed a una nuova ondata di automazione nella produzione e nel settore dei servizi. Il comportamento delle persone e dei modelli di consumo e dell’economia è in fase di profonda trasformazione. Inoltre se è anche vero che questi cambiamenti sono reazioni istintive alla pandemia e una volta che la “normalità” riprenderà, tutto tornerà ai modelli precedenti, non si può negare che la pandemia ha rappresentato anche l’opportunità per digitalizzare un’azienda, identificare modelli di business alternativi, nuove forme organizzative e gestionali così come rendere più snella, agile ed efficiente la pubblica amministrazione, accelerare la modernizzazione della società con l’introduzione reale di innovazioni su numerosi livelli operativi.

Una volta superata questa pandemia, probabilmente emergeremo in un mondo molto diverso rispetto a quello precedente lo scoppio di questa crisi. Basta pensare al fatto che mentre da un lato alcuni mercati, come turismo e ospitalità praticamente sono stati azzerati, nello stesso tempo, la comunicazione digitale, l’intrattenimento virtuale e lo shopping online stanno registrando una crescita senza precedenti con un estremo aumento dell’utilizzo di Internet e dei social media. Parallelamente i social media costituiscono oggi la principale modalità di contatto o socializzazione con gli altri e, in molti casi, Internet è attualmente anche il modo principale per ottenere forniture indispensabili e ricevere servizi essenziali.

Già solamente queste considerazioni ci debbono far riflettere perché sono segnali di qualcosa. In primo luogo ci fanno capire finalmente che i mercati e gli scenari economici e sociali non sono statici e sottoposti a cambiamenti lenti, ma possono subire trasformazioni improvvise e molto rapide: inoltre anche le eventualità più improbabili, più difficilmente pensabili, possono sempre realizzarsi. Con l’epidemia di Covid-19, ci troviamo oggi a riflettere e a studiare come vengono creati i mercati e gli scenari di riferimento (anche per la ricerca scientifica e per i criteri del trasferimento tecnologico) e come essi possano scomparire e trasformarsi in un arco di tempo molto limitato.

Inoltre abbiamo constatato che le aziende di e-commerce che vendevano prodotti essenziali (o considerati tali) hanno registrato un aumento significativo degli acquirenti online. Questo ha reso lampante un aspetto importante sia dal lato della natura essenziale dei prodotti/servizi che da quello della natura essenziale del canale o del meccanismo di vendita e di consegna che è accoppiato con il prodotto/servizio primario. Insomma è venuto a galla in modo prepotente il ruolo critico di tutti i meccanismi alternativi di produzione, lavoro, fruizione, consegna o distribuzione che riducono la necessità di movimento di persone o la possibilità di prossimità fisica. Tutto questo oggi deve essere considerato pertanto come elemento chiave per capire e affrontare la “nuova normalità”.

I “sostituti digitali”

Quando la variabilità di un ambiente è elevata come nell’attuale situazione (ma anche per il futuro) diventano indispensabili team di specialisti di innovazione (professionisti IT, creativi, ingegneri, esperti di robotica, automazione, management e organizzazione, ecc…) per concretizzare il potenziale della digitalizzazione e per mettere a punto “sostituti digitali” tali da materializzare modalità per operare, svolgere la propria attività e/o fornire prodotti e servizi materiali con un contatto fisico minimo e in sicurezza.

La definizione dei sostituti digitali consente ad un’organizzazione o a chi svolge una determinata attività di essere concretamente agile e resiliente in modo tale da continuare ad operare facendo fronte ai cambiamenti che l’ambiente impone. Essi si connettono a capacità dinamiche che si riferiscono a specifici processi strategici e organizzativi come il ri-sviluppo delle procedure o la propensione ad operare comprendendo i meccanismi insiti a questi nuovi ecosistemi sociali.

I sostituti digitali sono virtuali “alter ego” alternativi basati su relazioni fra ambienti remoti e spazi di lavoro alternativi, che hanno la capacità di rimpiazzare o affiancare le tradizionali modalità di prestazione di un’attività o fornitura di beni/servizi a fronte di condizioni operative drasticamente alterate, come il passaggio ad ambienti di lavoro remoti o l’implementazione di nuove politiche e procedure sul posto di lavoro per limitare il contatto umano.

Tutte quelle organizzazioni (amministrative, istituzionali, produttive, commerciali o di business, nonché formative e della ricerca scientifica) che hanno l’agilità per mettere a punto i propri sostituti digitali per il personale o per la creazione/erogazione di beni/ servizi, creano quelle condizioni indispensabili per adattarsi rapidamente al contesto in evoluzione apparendo quindi in grado di attraversare l’attuale guado e garantire la continuità del loro operato.

In fondo è quello cui stiamo già assistendo: tutte quelle attività e persone che hanno provveduto a dotarsi dei rispettivi sostituti digitali, sono quelle che non solo hanno retto meglio all’impatto della crisi Covid-19 ma hanno anche notevolmente allargato il proprio campo d’azione. Attualmente è necessario tuttavia sviluppare i sostituti digitali per quelle persone o attività per cui non sono stati realizzati oppure sembra ancora impraticabile la loro messa a punto. Questo però implica un notevole cambio di mentalità per vedere ciò che ancora non si vede e per immaginare soluzioni che ancora non ci sono: Da un lato molti modelli decisionali, gestionali, organizzativi e strategici devono cambiare perché la digitalizzazione impone agilità e capacità dinamiche per capitalizzare il potenziale di cambiamento derivante dalla pandemia. Dall’altro serve un notevole paradigm shift e un approccio completamente diverso all’innovazione basato sull’apertura mentale, sulla creazione e valorizzazione di nuove competenze e sulla promozione di tutto il potenziale creativo che le nuove generazioni possono offrire.

Nuove competenze, nuovi atteggiamenti

Uno degli aspetti più drammatici del Covid-19 (parallelamente all’emergenza sanitaria) è che la pandemia ha colpito diversi settori della società in modi diversi: si delineano tassi di disoccupazione che non si registravano dai tempi della Grande Depressione degli anni ’30. I settori che hanno registrato i maggiori aumenti della disoccupazione sono quelli che richiedono la presenza fisica delle persone (ad esempio, ospitalità, turismo e intrattenimento), poiché la domanda di questi servizi ha cessato di esistere. I lavoratori in questi settori tendono ad essere principalmente giovani e donne ed una volta che si è fuori dal mercato del lavoro, è molto difficile rientrare perchè si deve affrontare una maggiore concorrenza. Inoltre poiché lo scenario appare estremamente fluido e in rapida evoluzione si richiedono competenze molte delle quali ancora non chiare e in fase di definizione.

Riuscire ad operare in un contesto basato su una rivoluzione digitale come quella che stiamo vivendo, con l’evoluzione dei modelli di vita e di consumo imposti dal Covid 19, la necessità di definire sostituti digitali per tantissime attività, impone un profondo ripensamento delle capacità individuali necessario per essere impiegati ed inseriti efficacemente in un mondo del lavoro completamente trasformato.

L’impiegabilità può essere definita come la capacità individuale (attuale e potenziale) di ottenere e mantenere un’attività lavorativa. Essa dipende da tanti fattori che vanno dalle attitudini personali alle competenze individuali presenti, alla capacità di potenziare e diversificare nel corso del tempo queste competenze. La competenza risulta da un mix di variabili come ad esempio:

  • conoscenza (istruzione, formazione ed esperienza formali e informali);
  • abilità (uso pratico e sviluppo della conoscenza)
  • atteggiamento (correttezza, indipendenza, stile di vita, ecc…)

Tutti questi fattori e variabili si legano ad un complesso sistema di interrelazioni fra la dimensione personale ed il contesto in cui un individuo vive e opera. Pertanto i legami che si creano fra realtà circostante, personalità, mentalità e atteggiamenti di una persona diventano elementi cruciali nel modellare ed attualizzare le competenze individuali in un contesto caratterizzato non solo da condizioni di mutamento improvvise, ma anche da incertezza ed imprevedibilità che diventano una norma in una realtà come quella del Covid-19 e nella futura “nuova normalità”. Insomma competenze, profili professionali, tipi e modalità di lavoro sono sottoposti oggi ad un processo continuo e profondo di rimodellamento inedito.

Questo fa capire come i centri di istruzione e formazione (a tutti i livelli) oggi rappresentino sostanzialmente lo snodo primario attraverso cui passano le possibilità di accedere in modo efficace dentro questa “nuova normalità” perché sono chiamati a fornire in primo luogo conoscenze teoriche e pratiche ma devono anche contribuire sostanzialmente a sviluppare “nuovi atteggiamenti di competenza”, nuove mentalità e modalità di approcciarsi a questo ambiente estremamente fluido dove domina l’incertezza e l’imprevedibilità. Tecnologie e/o infrastrutture innovative possono avere impatti limitati se non si creano “nuovi atteggiamenti di competenza” capaci di elevare il grado di adattamento delle persone con importanti ripercussioni per l’impiegabilità degli individui nel futuro prossimo. In pratica dobbiamo gettare oggi le fondamenta e le premesse per mettere in condizione le persone di rendersi occupabili per forme di lavoro, attività di impresa, modalità di svolgimento delle attività attuali che fondamentalmente ancora non esistono.

Questo significa sovrapporre a delle competenze e capacità generiche, un know how flessibile e competenze “emotive” tali da permettere di affrontare e risolvere nuovi problemi all’interno di contesti estremamente variabili e fluidi. L’obiettivo è quello di disporre di strumenti cognitivi e mentali che consentano di creare un diverso profilo di impiegabilità individuale per la “nuova normalità” che va oltre la capacità di ottenere un lavoro ma che costruisce anche una capacità di mantenere quel lavoro soprattutto in tempi difficili, impegnativi, incerti ed instabili. E’ questa infatti la caratteristica principale della “nuova normalità”: uno stato che in precedenza era una situazione non familiare o atipica, ma che alla fine è diventata standard strutturale.

Conclusioni

Poiché siamo nel bel mezzo di una pandemia, rimane molto difficile stimarne gli effetti a lungo termine. Ci stiamo avventurando rapidamente in una dimensione ricca di incognite con cui bisogna fare quotidianamente i conti per affrontare i cambiamenti radicali che si verificano nel lavoro e nel contesto sociale e adattarsi a tutto questo. Rimane sempre la speranza che il mondo possa tornare ai vecchi modi di lavorare ma bisogna essere in guardia per fronteggiare i rischi derivanti dall’eventualità che tale speranza risulti vana.

Quanto di questa vita online sopravviverà quando si potrà tornare ad una vita reale? Inoltre, in che modo le aziende, le organizzazioni, le amministrazioni e persino gli Stati possono utilizzare la situazione attuale per migliorare le loro prestazioni e sopravvivere nel nuovo scenario?

Oggi ci troviamo in mezzo ad una specie di guado caratterizzato dalla crisi e dalla messa in discussione di gran parte delle convinzioni che avevamo poco più di un anno fa. Questa crisi e questo senso di guado sono determinati proprio dalla mancanza di strumenti e approcci adeguati per affrontare una situazione per la maggior parte di noi inattesa e imprevedibile come quella che stiamo vivendo: percepiamo più o meno chiaramente una discrepanza di competenze, un gap di know how a tutti i livelli: politico, imprenditoriale, manageriale, scientifico, ecc…

Se non si affronta tempestivamente questo gap, la cosiddetta “nuova normalità” potrebbe essere caratterizzata dal paradosso di avere livelli di disoccupazione molto elevati a fianco di settori in espansione privi di personale dotato delle adeguate competenze. La gestione di questo complesso presente e della “nuova normalità” che ci si prepara davanti richiede quindi uno sforzo notevole che conduca a intuizioni utilizzabili per supportare le organizzazioni e la società nel suo complesso nell’affrontare una delle più grandi sfide della storia moderna.

Le attività in remoto, la digitalizzazione, il ricorso ai sostituti digitali, il trasferimento di molte attività online, ecc… avranno certamente un impatto notevole sul tessuto futuro dei valori e della cultura di un’organizzazione e della società, poiché queste nuove pratiche potrebbero certamente attrarre, coinvolgere, impegnare e trattenere gli individui in modo diverso rispetto ai tradizionali approcci faccia a faccia. Pertanto, sebbene le implicazioni a lungo termine di Covid-19 siano effettivamente difficili da qualificare e quantificare, sembra improbabile che l’impatto della pandemia sulla società e sulla vita delle varie organizzazioni sarà di breve durata anche perché il rischio dell’esplosione di future crisi sanitarie di questa natura e di vasta portata è piuttosto alto. Quindi bisogna sviluppare un pensiero lungimirante (che finora è mancato), partendo dal presupposto che la grande sfida che attualmente affrontiamo non è un evento singolare e anomalo, ma piuttosto costituisce una “nuova realtà” che offre nuove opportunità e sfide.

 

Articolo a cura di Carmelo Cannarella e Valeria Piccioni

Tecnologo del CNR-ISB - Istituto per i  Sistemi Biologici. Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione  e movimentazione di innovazione e conoscenza con particolare riguardo ai processi di sviluppo locale.

 

Tecnologo del CNR-ISB - Istituto per i  Sistemi Biologici. Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione con particolare riguardo ai rapporti fra ricerca e impresa.

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