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Ipotesi di clusterizzazione per la prevenzione da pandemia

Considerati gli avvenimenti in corso, legati alla diffusione del Covid-19 e ai suoi effetti devastanti per la salute e per l’intero assetto socio-economico delle persone, è doveroso domandarsi cosa fare dopo il periodo di restrizioni imposte dal/dai Governi per contenere la diffusione del Covid-19.

Per organizzare le idee, poniamo una domanda: cosa sarebbe accaduto se questo virus fosse comparso nel 1600?
Rimanendo su un’ipotesi probabile, il virus avrebbe agito per lungo tempo con pochi ostacoli, poiché la tempestività dei mezzi di comunicazione e l’emanazione di ordinanze era senz’altro meno rapida e anche meno efficace di oggi. E infatti, la peste diffusasi in quel periodo fu particolarmente calamitosa, malgrado la popolazione fosse numericamente bassa rispetto alla successiva espansione demografica.

Il fatto è che alcuni aspetti fanno da amplificatore e altri da inibitore alla diffusione del virus.

Basandosi semplicemente sulla logica e dati empirici desunti dagli avvenimenti in atto, si è provato a costruire la seguente tabella 1.

Tabella 1 – Elementi di amplificazione e di inibizione della diffusione del Covid-19

In sostanza, sono individuabili n. 4 motivi di diffusione e n. 7 metodi di contrasto, oltre n. 2 due possibili concause di cui ad oggi non si ha certezza ma che, se entrambe efficaci, sarebbero una di amplificazione (inquinamento[1]) e una (la stagionalità) che agirebbe in un senso o nell’altro a seconda delle condizioni climatiche. Ovviamente, la maggioranza numerica degli elementi di contrasto non conforta, in quanto ad ogni causa va associato un peso (ad es. il grado di diffusività del virus, ovvero la sua capacità di contagio, che è diversa da virus a virus).

Nel caso del Covid-19, dopo due mesi di restrizioni, si sta definendo in Italia la supremazia degli elementi di contrasto, con il risultato di una diminuzione del numero dei contagi il cui cumulativo, numericamente e prescindendo dalla gravità del fatto, risulta contenuto (stando alle attuali stime, il complesso dei contagiati è inferiore allo 0,35% della popolazione italiana e ancor minore su base mondiale). In altre parole, grazie alle restrizioni adottate, la curva dei contagi – una curva a forma di S allungata, nota in letteratura come curva logistica ha modificato la modalità di crescita (prima esponenziale, poi logaritmica) e si avvicina al punto di massimo.

Fig. 1 – Curva di crescita dei casi di Covid-19 in Italia.

D’altronde, e prendendo per veritiere le informazioni diffuse dalla Cina, è dimostrato che, tra tutte le misure adottabili, il distanziamento sociale eseguito in modo drastico inibisce il processo di diffusione di un virus della capacità di contagio come il Covid-19 abbastanza velocemente e che, quindi, per un tale virus è strumento dirimente[2].

La risposta alla domanda iniziale è allora evidente. Dovendo temere d’ora in avanti che la situazione si ripresenti, uguale o basata su un virus mutato o addirittura nuovo, occorre che la società si organizzi in cluster che possano essere isolati istantaneamente e senza danni alla produttività.

Un primo modo di concepire tale clusterizzazione è quello di immaginare il complesso delle attività umane al pari di un sistema moderno di distribuzione energetica. Da circa un ventennio si parla, e ci si dirige a livello planetario, verso la c.d. generazione distribuita dell’energia, grazie alla possibilità di dotare i piccoli centri di sistemi di autoproduzione da fonte rinnovabile. Questo passaggio non ha precluso l’interconnessione tra sistemi energetici, tant’è che ogni utente di un sistema a generazione distribuita è, e rimane, connesso alla rete per poter scambiare energia con essa in entrata e in uscita, ma – almeno potenzialmente – ogni cellula di un sistema a generazione distribuita è quasi autosufficiente. Grazie a questa (potenziale) autosufficienza, ogni cellula potrebbe continuare a svolgere le sue funzioni, seppure in forma ridotta, in caso di black-out del sistema generale.

Mutuando quanto detto per il complesso delle attività umane, la nuova società potrebbe giovare di un’organizzazione in cluster, mini-cluster e micro-cluster.

Fig. 2 – Organizzazione della società in cluster e sotto-cluster, in un periodo fuori emergenza. Le frecce sono esempi di interscambio.

Ogni cluster, mini-cluster e micro-cluster[3], che indipendentemente dalla grandezza costituiscono insiemi circoscrivibili per una o più caratteristiche omogenee, dovrebbe essere potenzialmente autosufficiente per un periodo pari a quello di incubazione del virus. In tal modo, alla prima avvisaglia di diffusione (comparsa del paziente zero), si avrebbe la possibilità di chiudere gli accessi di ciascun insieme omogeneo.

Fig. 3 – Attivazione della chiusura dei cluster interessati dal contagio. Le linee in tratteggio rosso indicano una limitazione con controllo degli scambi.
Il cluster di colore rosso rappresenta un esempio di totale isolamento per superamento di un determinato livello di casi riscontrati.

Se programmato e vissuto come evento programmabile, questo comporterebbe una riduzione (e non un totale lockdown) della produttività umana, ipoteticamente confinabile a n. 20÷25 giorni, con effetti negativi contenuti anche sul piano produttivo ed economico.

Conclusioni

Negli anni ’80, alla prima comparsa dei comuni “personal computer”, ancora non si aveva a che fare con virus informatici. Successivamente, si è dovuto assistere al nascere e replicare di questi virus, che oggi rappresentano la normalità, e contro i quali si adottano – come prassi normale e continuativa – sistemi di contrasto sempre più evoluti via via che più evoluti diventano gli attacchi.

La risoluzione di future situazioni di contagio, pertanto, non sarà quella dell’individuazione di un vaccino, che è successiva alla diffusione di un nuovo ceppo virale. Né una cura efficace dei contagiati può essere considerata una soluzione, in quanto non preventiva e non ostativa alla diffusione, ma utile solo alla limitazione dei danni sulla salute della specie umana. Né tantomeno si potrà proseguire con un distanziamento sociale permanente, cui la società non è ancora pronta sia per questioni economiche (per via dei maggiori spazi necessari), sia per questioni culturali e socio-comportamentali, che finora hanno condotto verso la concentrazione piuttosto che verso la distribuzione territoriale (come il fenomeno dell’inurbamento e di concentrazione delle attività in aree urbane a forte connotazione commerciale e/o lavorativa).

Pertanto, l’unica via di arresto di un incipiente contagio, dando per scontata la consapevolezza del dover convivere con tale rischio, sembra proprio essere e la capacità di attivare, all’occorrenza, un distanziamento sociale praticato sulla base di una struttura clusterizzata e differenziata per zone come quella in precedenza ipotizzata.
Il modello si preannuncia quindi complesso, ma necessario, in modo da evitare la frettolosa emanazione di regole e lo shock socio-economico che invece hanno caratterizzato questo primo, malaugurato evento.

 

Note

[1] Secondo lo studio “Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States: a nationwide cross-sectional study” condotto da Xiao Wu MS, Rachel C. Nethery, M. Benjamin Sabath MA, Danielle Braun, Francesca Dominici (Department of Biostatistics, Harvard T.H. Chan School of Public Health, Boston, USA), un aumento di 1 μg/m3 di PM 2.5 comporta un aumento del 8 per cento delle morti per Covid.

[2] Se la capacità di contagio fosse più alta si potrebbe assistere addirittura alla inefficacia di tali metodi.

[3] Un micro-cluster potrebbe corrispondere a un edificio, un mini-cluster a un quartiere o a un piccolo paese, un cluster a una città.

 

Articolo a cura di Luca Rubini

Ingegnere e Philosophiæ Doctor in Energetica, ha tenuto corsi universitari per oltre 20 anni presso la facoltà di Ingegneria Energetica della Sapienza di Roma (“Impianti ad energie rinnovabili” ed altri corsi in materia di efficienza energetica). Nel 2002 ha ideato, curato l’istituzione e coordinato fino al 2015 il Master di II livello “EFER – Efficienza Energetica e Fonti Energetiche Rinnovabili”, rivolgendo l’attenzione verso il settore manageriale, industriale ed imprenditoriale. E’ Autore di numerose pubblicazioni scientifiche e libri nel settore Green Energy, tra i quali:

  • “Il Nuovo Edificio Green” (2010), “La Bioedilizia” (2014) e “Le Energie Rinnovabili” (2016), Ed. Hoepli, Milano;
  • “Sistemi Solari Termici”, manuale con software di progettazione (2002), Ed. Dario Flaccovio, Palermo;
  • Capitolo “Bioedilizia” - sezione E del “Manuale dell’Ingegnere” (85° ed.) e del “Manuale dell’Ingegnere Civile ed Ambientale”, Ed. Hoepli, Milano.

Direttore di ISES ITALIA (International Solar Energy Society) fino al 2005 ed oggi Segretario Generale dell’Associazione Termotecnica Italiana, partecipa attivamente alla diffusione delle Energie Rinnovabili e dell’Efficienza Energetica. Svolge ricerca ed attività didattica presso il Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile (Cirps), di cui è membro. In tutte le attività di ambito universitario e di ricerca, il suo impegno si esprime nell’intento di tradurre l’innovazione in soluzioni market-ready. Dal 2003 è C.E.O. di una Energy Service Company certificata.

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