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Individuare le tecnologie appropriate: dal technology transfer al brain transfer

Il valore di una nuova tecnologia e di un’innovazione si lega non solo a fattori economici o tecnici, ma anche alla loro capacità intrinseca di essere convincenti, di ben adattarsi ad un contesto sociale e culturale locale che deve essere messo in condizione di accoglierle e recepirle. Ciò implica un urgente e profondo ripensamento negli approcci, nei metodi, nelle strategie alla base della movimentazione della conoscenza e diffusione dell’innovazione.

In un periodo di crisi e di recessione come quello che stiamo attraversando, iniettare innovazione nel tessuto produttivo è diventata un’urgente questione non più dilazionabile. Il nostro Paese presenta delle notevoli difficoltà non solo a generare innovazione, ma soprattutto a mettere la conoscenza in azione e a diffondere le innovazioni. Esiste un notevole bacino di conoscenza scientifica e tecnologica ma troppe sono ancora le difficoltà che si incontrano per rendere produttive queste acquisizioni. Tutti questi blocchi e resistenze che emergono nello scenario operativo del nostro Paese sono il risultato dell’azione di una grande varietà di variabili di natura culturale, politica, amministrativa, burocratica, economica, fiscale e finanziaria, ecc… Queste variabili determinano uno scenario in cui, volenti o nolenti, non basta mettere a punto delle tecnologie o delle innovazioni per esempio eco-efficienti, avanzate o economicamente valide: il problema rimane sempre come diffonderle, renderle utilizzabili. Il risultato finale di questa complessa situazione è senza dubbio la notevole lunghezza di tempo necessaria a trasformare una buona idea in un prodotto o servizio ragionevolmente efficiente cui si aggiunge l’eccessiva complessità del sistema chiamato a portare direttamente nella società una determinata nuova tecnologia.

I processi di diffusione dell’innovazione e di trasferimento tecnologico devono fare i conti con molte questioni operative cui tanti modelli teorici sembrano incapaci di fornire risposte concrete. Si tratta di modelli che magari possono essere utili per descrivere e analizzare certi fenomeni sulla carta, ma quando si cerca di applicarli nella realtà del nostro Paese emergono numerose difficoltà. Inoltre in Italia il mondo della ricerca e quello imprenditoriale appaiono spesso come due mondi scollegati: questa debolezza è evidenziata poi dal fatto che il tessuto delle imprese italiano è costituito per la gran parte da PMI che di certo non dispongono di risorse ad hoc da destinare alle attività di ricerca interne. Il focus della questione diventa pertanto come individuare la tecnologia o l’innovazione più appropriata, a fronte magari di una domanda di innovazione nemmeno ben definita, e come realizzare dei percorsi di trasferimento altrettanto appropriati. Data la scarsa considerazione che in Italia si attribuisce alla diffusione di innovazione, alla movimentazione di conoscenza e al trasferimento tecnologico, alla fine oggi la domanda per tipologie di tecnologie e innovazioni appropriate è di gran lunga superiore alla capacità e abilità del sistema di produzione e diffusione di conoscenza di soddisfarla.

DEFINIRE IL CONCETTO DI APPROPRIATEZZA

Il concetto di appropriatezza è uno dei più complessi da declinare per chi si occupa di trasferimento tecnologico e movimentazione di conoscenza: quale può essere l’innovazione appropriata?

Di solito la risposta più comune a questa domanda è: innovazioni e tecnologie di piccola scala, che richiedano un uso limitato di risorse naturali e di energia, che siano a basso costo, capaci di soddisfare dei bisogni noti/latenti o di risolvere dei problemi. La tecnologia e l’innovazione per essere appropriate devono essere efficienti, devono associarsi a delle best practices e devono materializzare in qualche modo una vera e propria scelta giusta. Di contro l’innovazione o la tecnologia non appropriata è quella aggressiva per dimensioni, costi, complessità, difficoltà di implementazione, uso di energia, impatto sull’ambiente e sulla società nel suo complesso.

La tecnologia o l’innovazione non appropriata o aggressiva è quella che alla fine crea più problemi di quelli che dovrebbe risolvere.

Si potrebbe concludere che dovrebbe essere facile disporre di tecnologie e innovazioni appropriate, efficienti, adeguate a bisogni reali, magari capaci di restituire competitività e generare reddito e posti di lavoro. Invece la realtà di tutti i giorni ci mostra come non sia sempre così. Spesso si fa una gran fatica ad individuare, implementare e diffondere le tecnologie che dovrebbero essere appropriate, identificabili con la definizione data prima.

Il problema è che quello di appropriatezza non è un concetto assoluto, ma relativo. Ci possono essere mille ragioni per cui un imprenditore può non avere intenzione di adottare una certa innovazione, che magari appare ai ricercatori che la propongono come la più appropriata e adatta: per esempio ci può essere una ragionevole presenza di rischio e ciascun imprenditore definisce da sé cosa intende per ragionevole. Le difficoltà nello stabilire un contatto fra PMI e centri di ricerca, tra l’altro, si originano proprio dal fatto che spesso non si tiene in debito conto il nesso che esiste fra appropriatezza e adattamento di una determinata tecnologia e innovazione in un dato contesto e in un dato momento temporale: ciò che è appropriato oggi potrebbe non esserlo domani e ciò che è appropriato qui potrebbe non essere appropriato altrove perché non si adatta bene. Spesso poi non si vuole comprendere che il trasferimento tecnologico, la diffusione di innovazione, non sono mai una questione meramente tecnica: non sempre la tecnologia più appropriata, e quindi meglio adattabile, sia il risultato della migliore ricerca scientifica a monte del prodotto/servizio. L’economista austriaco Schumpeter rilevava nel 1924 che

“… la tecnologia è diretta ad elaborare metodi produttivi per una certa classe di beni. La realtà economica non spinge questi metodi alla loro logica conclusione e in una maniera tecnologicamente perfetta, ma sottopone la loro realizzazione ad un punto di vista economico. (…) La logica economica prevale su quella tecnologica. Per questa ragione è possibile vedere nella quotidianità funi consumate invece che cavi d’acciaio, animali vecchi invece di esemplari giovani, il più primitivo lavoro manuale invece di macchinari d’avanguardia, un’economia semplice fondata sulle monete invece che su altre forme di pagamento e così via. Le migliori combinazioni economiche non necessariamente coincidono con le più perfette realizzazioni tecnologiche e ciò non è semplicemente dovuto all’ignoranza o alla pigrizia ma perché in certe condizioni metodi tecnologicamente inferiori possono essere meglio adattati”.

Ciò può sembrare paradossale, ma adattamento e appropriatezza si legano a diverse visioni e considerazioni sul concetto di utilità: a questo si devono aggiungere, oltre a fattori socio-economici, anche quelli culturali e psicologici (diretti/indiretti) o elementi connessi ai processi di apprendimento che spesso possono scavalcare anche le stesse cost/benefit analises. Se ciò non è chiaro, allora diventa molto difficile poter immaginare qualsiasi iniziativa di trasferimento tecnologico. Del resto si spiega anche perché tanto spesso nascano dei veri e propri gap fra aspettative e risultati e forti contrasti fra ricercatori e imprenditori nei processi di trasferimento tecnologico. Si creano dei veri e propri conflitti come fra avversari che considerano molti aspetti della realtà dell’altro, non essendo subito evidenti e comprensibili, come questioni di basso profilo. Questo conflitto può diventare l’effetto della collisione di due visioni antitetiche in cui appunto il punto di vista operativo di un’innovazione non collima con il punto di vista puramente scientifico e tecnico. Questa discrepanza si traduce spesso in contrasti personali fra imprenditori e ricercatori dove innovazioni e cambiamenti sono suggeriti da uno e respinti dall’altro.

QUAL È LA TECNOLOGIA O L’INNOVAZIONE APPROPRIATA?

Girare con un gigantesco SUV fra i gli stretti vicoli del centro storico di un borgo medievale è un sistema, oltre che abbastanza sciocco, piuttosto sproporzionato e inadatto perché forse camminare a piedi o in bicicletta è il modo più efficiente, veloce e economico: insomma è il modo più appropriato.

Se spostiamo questa prospettiva alla nostra discussione è evidente che individuare la tecnologia o l’innovazione più appropriata significa avere la capacità, combinando ciò che è appropriato con un certo luogo e un certo momento, di determinare una sorta di intervallo in cui l’innovazione si deve collocare. Questo intervallo deve comprendere ciò che l’innovazione può fare bene distinguendolo chiaramente da ciò che farebbe meno bene. Si tratta di un ambito che non può essere statico e rigido, ma flessibile: una tecnologia o l’innovazione, per essere dotata di un elevato grado di appropriatezza, deve disporre di un adeguato grado di capacità evolutiva ovvero la capacità non solo di rispondere bene ad obiettivi e bisogni immediati, ma di continuare a farlo in una prospettiva di medio-lungo periodo.

L’individuazione di un prodotto tecnologico trasferibile ad adeguato grado di appropriatezza deriva dall’impiego di vere e proprie roadmaps tecnologiche ovvero percorsi logici e operativi attraverso i quali è possibile estrapolare dalle attività di ricerca (anche da quella cosiddetta di base) componenti o elementi appropriati che possono raggiungere i destinatari finali. E’ importante sottolineare che queste roadmaps consentono di combinare anche frammenti di attività di ricerca anche di settori diversi o apparentemente lontani ricomponendoli e strutturandoli in prodotti/servizi innovativi e originali.

Da ciò si evidenzia come il concetto di appropriatezza di una tecnologia esprima una sintesi fra efficienza tecnica, praticabilità economica, sostenibilità ambientale e accettabilità sociale relativamente a ben definite specificità spaziali e temporali. In breve una tecnologia è appropriata quando è ben proporzionata ovvero capace di esprimere una relazione di natura adeguata.

A prima vista sembrerebbero dei concetti e idee piuttosto ovvi: eppure l’individuazione e la diffusione di tecnologie proporzionate o appropriate appaiono ancora operazioni molto difficoltose. Perché?

Affinché una tecnologia od un’innovazione possa essere appropriata è indispensabile che essa possa essere messa in condizione prima di tutto di essere appropriabile e poi utilizzata sotto molteplici punti di vista. La teoria descrive questo processo di utilizzazione attraverso fasi incrementali o stadi (Figura 2). Il problema è che l’innovazione e le nuove tecnologie, per diventare appropriabili, hanno bisogno in qualche modo di consolidarsi e stabilizzarsi vincendo la condizione di incertezza, l’avversione al rischio e soprattutto quei comportamenti e mentalità che alla fine possono agire come una delle barriere principali al cambiamento e al recepimento anche di nuove tecnologie piuttosto semplici.

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Figura 2 Il processo di utilizzazione

Non basta quindi mettere a punto tecnologie avanzate, appropriate e adeguate perché anche la tecnologia considerata più appropriata, e che potrebbe essere oggetto di percorsi di trasferimento tutto sommato semplici, spesso ha bisogno di infrangere un muro di ostacoli piuttosto massiccio.

SFONDARE IL MURO: APPROPRIATEZZA E ADATTAMENTO

Le possibilità di sfondare questo muro massiccio si legano in primo luogo alla comprensione del fatto che nuove tecnologie o innovazioni in generale si compongono di una parte hardware (macchinari, impianti, infrastrutture, ecc…) e di una software (conoscenza, know how, esperienze, competenze, formazione, ecc…).

Di solito si tende a concentrare la maggiore attenzione sulla parte hardware dando quasi per scontata, in una posizione di secondo piano – come se seguisse automaticamente – la parte software.

Invece nella delicata fase di diffusione e appropriazione dell’innovazione, in quanto fasi cruciali per l’assestamento del grado di appropriatezza, entrambe queste parti entrano simultaneamente in gioco. Per comprendere la crucialità di questo aspetto per l’adattamento e di conseguenza per definire il grado di appropriatezza è opportuno ricordare la struttura di un ciclo innovativo standard (Figura 3).

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Figura 3 Struttura di un ciclo innovativo

Da questo grafico è possibile individuare delle fasi distinte aventi delle caratteristiche specifiche (Tabella 1). Tralasciando le caratteristiche delle fasi A e B, quello che qui interessa è evidenziare il ruolo critico della fase C. Durante questa fase si effettuano molte valutazioni sui rischi coinvolti, sulle dinamiche e caratteristiche del contesto operativo (all’interno e all’esterno ad esempio di un’impresa), sulle capacità di questo contesto di recepire l’innovazione e sulle possibilità di entrare all’interno di questo medesimo contesto. In breve si lavora sulle modalità di adattamento cioè come adeguarsi alle caratteristiche di uno specifico scenario di riferimento. In tutto questo processo il tempo diventa un fattore cruciale. Se si va troppo di fretta in questo periodo C è pressoché sicuro che emergeranno problemi di adattamento perché ad esempio non si è ben compreso lo scenario di riferimento con il risultato di dover fare i conti con un discreto numero di problemi, resistenze, inerzia, opposizioni. Se invece il tempo si allunga troppo, allora tutti i vantaggi della nuova tecnologia o dell’innovazione saranno, per definizione, erosi. La peculiarità della fase C consiste in realtà nella modificazione profonda della prospettiva complessiva di valutazione dell’innovazione: durante la fase A si tende a concentrare l’attenzione su aspetti tecnici o manageriali con le relative valutazioni dei costi e dei benefici. Il periodo B invece non può prescindere da valutazioni più pratiche, di mercato e operative.

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Tabella 1 Fasi e caratteristiche di un ciclo innovativo

Questo paradigm shift si dovrebbe realizzare durante la fase C. Se ciò non avviene il rischio di fallimento diventa molto elevato.

Nei processi di trasferimento tecnologico e di diffusione dell’innovazione, considerazioni economiche, settoriali e tecniche devono essere armonizzate con visioni, opinioni, mentalità che, grazie a precisi processi imitativi, finiscono con il determinare il contesto operativo di riferimento: i bisogni tecnici, le esigenze economiche e produttive dovrebbero rispondere ad un criterio di appropriatezza risultante da una precisa definizione del ruolo, scopo e funzione dell’innovazione stessa (Figura 4).

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Figura 4 Le dimensioni dell’appropriatezza

Ignorare queste correlazioni non aiuta di certo ad individuare metodologie, innovazioni e strategie appropriate: anzi si tratta del tipico sintomo di un processo di trasferimento unidirezionale e top down anche quando a parole si dice di sostenere il contrario (Tabella 2).

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Tabella 2 Le prospettive delle dimensioni operative

Questa tabella può essere utilizzata per effettuare una diagnosi autocritica sulla qualità dell’approccio che si sta utilizzando: spesso si tratta di diagnosi impietose i cui esiti possono anche essere sgraditi a molti esperti. Tuttavia può essere un piccolo contributo per una valutazione onesta e per un eventuale ripensamento delle modalità attuate per la diffusione dell’innovazione. Si tratta di precondizioni critiche per capire cosa si stia realmente facendo e per capire anche che i bisogni, le visioni, le aspettative di altri soggetti coinvolti in questi processi possono essere molto diversi e completamente razionali dal loro punto di vista.

CONCLUSIONI: DAL TECHNOLOGY TRANSFER AL BRAIN TRANSFER

Mettere la ricerca in azione in Italia è un obiettivo critico, il cui raggiungimento è purtroppo ancora ostacolato da molti ostacoli e difficoltà. In primo luogo, tante possono essere le ragioni per cui un imprenditore può decidere di investire o meno in specifiche innovazioni. Il rigetto o le difficoltà di diffondere innovazione non possono essere descritte come reazioni meccaniche a condizioni operative e di settore. La decisione di adottare o non adottare quasi mai appare come una scelta solitaria senza influenze da parte del contesto che può presentare notevoli ostacoli (difficoltà di accesso al credito, complessità amministrativa e burocratica, difficoltà di stabilire contatti con i centri di ricerca, ecc…).

E’ indispensabile quindi essere molto realisti: continuare ad ignorare questi avversi vicoli ciechi e le ragioni e le motivazioni della conseguente diffusa sfiducia e diffidenza, dando prevalenza soprattutto al punto di vista dei cosiddetti esperti, può essere una scelta molto costosa e controproducente. Proseguendo su questa strada fallimentare si può addirittura intensificare l’incertezza, la sfiducia fra gli operatori e amplificare l’ampiezza delle conseguenze di eventuali insuccessi dell’innovazione.

Innovare non è quindi quasi mai una questione di sostituire dei processi, servizi o macchinari con altri di nuova generazione perché sullo sfondo agiscono delle aspettative realistiche sul grado di cambiamento che questi grappoli di innovazione apporteranno. I processi di trasferimento e movimentazione della conoscenza devono pertanto fondarsi su una corretta localizzazione dell’innovazione e dei relativi processi all’interno di uno specifico ambiente culturale e cognitivo.

Il valore di una nuova tecnologia e di un’innovazione si lega non solo a fattori economici o tecnici, ma anche alla loro capacità intrinseca di essere convincenti, di ben adattarsi ad un contesto sociale e culturale locale che deve essere messo in condizione di accoglierle e recepirle. E’ indubbio che, date le condizioni di estrema criticità in cui versa l’intero tessuto produttivo nazionale, si tratta di ripensare approcci, metodi, strategie alla base della movimentazione della conoscenza e diffusione dell’innovazione.

Forse questo ripensamento dovrà muovere i suoi primi passi anche all’interno di questioni apparentemente banali e ovvie tali tuttavia da rendere accessibili e trasmissibili al mercato i risultati delle attività di ricerca che possano essere trasferibili.

La ricerca scientifica può avere un impatto molto positivo sulle imprese e sulla qualità della vita della società in generale, ma per fare questo bisogna fare in modo che ciò che oggi appare come molto complesso (tecnologie, metodologie, innovazioni, ecc… ) possa essere reso appropriabile sulla base di un criterio di massima usabilità.

Ciò vuol dire tornare ad essere creativi, rimodellando le tecnologie, adattando le innovazioni, migliorando metodi, tecniche e approcci. Si tratta pertanto di superare lo stesso concetto di technology transfer in direzione di un concetto più ampio e complesso di brain transfer ovvero disseminare innovazioni e nuove tecnologie non attraverso meri prodotti o servizi ma primariamente attraverso le persone cioè idee, capacità professionali, talenti, creatività, know how. Passare dal technology transfer al brain transfer significa dare spazio a quelle persone di talento capaci di immaginare e definire soluzioni con positive ricadute in termini di occupazione, competitività delle imprese e promozione di forme di sviluppo economicamente, socialmente ed ecologicamente compatibili.

A cura di Carmelo Cannarella e Valeria Piccioni, Consiglio Nazionale delle Ricerche Istituto di Metodologie Chimiche

Articolo pubblicato sulla rivista Leadership & Management – Gennaio/Febbraio 2015

Tecnologo del CNR-ISB - Istituto per i  Sistemi Biologici. Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione  e movimentazione di innovazione e conoscenza con particolare riguardo ai processi di sviluppo locale.

 

Tecnologo del CNR-ISB - Istituto per i  Sistemi Biologici. Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione con particolare riguardo ai rapporti fra ricerca e impresa.

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