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Il Mal d’Archivio: raccogliere, catalogare e classificare il maggior numero di informazioni possibile

Introduzione

Nel 1995 Jacques Derrida pubblicò un saggio dal titolo “Mal d’archivio: un’impressione freudiana” il cui titolo appare oggi di straordinaria attualità per descrivere quella sorta di delirio documentale in cui la società globalizzata di internet appare decisamente colpita. Oltretutto notizie recenti di cronaca hanno evidenziato la criticità della gestione di grandi archivi di dati personali. Lo sviluppo gigantesco delle reti è stato infatti accompagnato da una parallela esplosione di dati ed informazioni che devono essere classificate, catalogate e custodite all’interno di un numero altrettanto gigantesco di archivi. Quindi non abbiamo più a che fare solo con archivi convenzionali custoditi da istituzioni storicamente a ciò preposte, ma a un numero sempre crescente non solo di archivi istituzionali immateriali, ma anche di archivi “semi-professionali” e “amatoriali”. La tradizionale classificazione per categorie consolidate nel tempo da parte degli archivisti storici è stata travolta non da ultimo da una contaminazione linguistica e da un mutamento tecnologico continuo che hanno condotto alla costruzione dell’era del “tag”. Oggi tutto può essere taggato secondo i criteri più disparati e secondo gli approcci più soggettivi. La stessa natura di internet ha determinato la nascita di un’infinità di tag che corrispondono a combinazioni di frammenti di informazioni dotati ciascuno di un suo proprio indirizzo. Raccapezzarsi in questa giungla di frammenti e di tag appare come una sfida sotto molteplici punti di vista.

E’ certamente cambiata in modo radicale in primo luogo l’idea di classificazione perché sono esplose le parole chiave e la stessa attività di archiviazione è oggi così frenetica da sembrare quasi una patologia: un vero e proprio mal d’archivio. Non solo tutte le organizzazioni e le istituzioni pubbliche e private di ogni tipo (economico, finanziario, politico, sociale, ecc…) sono tutte impegnate a raccogliere, catalogare e classificare il maggior numero di informazioni possibile, ma gli stessi individui sembrano in preda ad una smania indiavolata di accumulare e stipare materiale di ogni tipo (informazioni più o meno personali, foto, video, file audio, ecc…) come se si rischiasse da un momento all’altro un gigantesco black-out cerebrale di massa capace di annebbiare la memoria di tutti. Si è creato insomma un impulso regressivo, una fame disperata di archiviazione che in alcuni casi sembra sfiorare la dipendenza. Sostenuta da un mix perverso di ossessioni e manie, la frenesia da archiviazione e da accumulo di conoscenza sembra una valanga incontrollabile capace di travolgere tutto, compresi gli stessi archivi chiamati a contenerli.

In questa smania indiavolata di archiviare da parte di singole persone e di enti di ogni genere, nulla è insignificante, nulla può essere scartato, nulla appare inutile in nome del “non si sa mai”: quello che sembra inutile oggi, potrebbe diventare importante domani. E’ più o meno quello che avviene per quegli “accumulatori seriali” che vediamo nei programmi televisivi le cui case sono sommerse da oggetti ormai inutilizzabili e irriconoscibili a livelli tali che queste case diventano inabitabili.

Archive Fever

Il “Mal d’archivio” di cui parlava Derrida nel suo saggio presenta implicazioni molto complesse e diventa quindi lo spunto per riflettere su una vasta gamma di questioni molto sfaccettate. Da un lato si delinea il mal d’archivio (o febbre da archivio – Archive Fever) come patologia sociale in grado di produrre una montagna spaventosa di informazioni e di dati che si accumula sopra le nostre teste. Qualsiasi cosa è degna di essere documentata, archiviata, classificata anche se magari meriterebbe di essere dimenticata perché fondamentalmente priva di qualsiasi valore.

L’accumulazione forsennata di dati e informazioni di conseguenza ha reso l’archivio/database, l’oggetto culturale e tecno-scientifico centrale dei nostri tempi dove sono conservati non solo le montagne di bits che ciascuno di noi incessantemente produce e lascia dietro di sè. Le grandi istituzioni pubbliche e private conservano un’infinità di dati che ci riguardano come cittadini, contribuenti, pazienti, consumatori, ecc… Tutti gli aspetti della nostra vita sono raccolti in archivi: la salute, la formazione scolastica, il lavoro, gli spostamenti, i nostri rapporti con la legge, le nostre proprietà (dalle automobili alle case, dai terreni agli animali domestici). Negli archivi sono raccolte le informazioni sulle imprese e sui movimenti finanziari. Un numero sempre maggiore di telecamere tengono sotto controllo strade, autostrade, piazze e vie, punti sensibili e bancomat. Con le immagini satellitari ogni minima porzione di territorio viene registrata e archiviata: senza poi considerare tutte le informazioni raccolte dalle varie “intelligence” per motivi di sicurezza.

Poi ci sono i dati sul clima, sulle foreste, sui mari, sulla fauna, sui ghiacciai, stato e composizione dei suoli, ecc… che finiscono “archiviati” in qualche modo da qualche parte. Un’enorme quantità di dati viene infatti raccolta ed elaborata dalla ricerca scientifica che archivia dai singoli minerali fino a tutte le espressioni del patrimonio culturale in apposite digital libraries. L’elenco insomma potrebbe essere decisamente molto lungo.

Il crescente volume di dati raccolti e archiviati elettronicamente è il frutto anche della crescente evoluzione tecnologica della capacità dei computer di stipare e gestire questa massa enorme di dati cosa che consente tra l’altro anche di realizzare ad esempio sofisticate simulazioni di fenomeni (atmosferici, ambientali, sociali, economici, ecc…) molto complessi e articolati. La possibilità di elaborare queste complesse simulazioni partendo da questi enormi archivi di dati deve essere considerata una dei traguardi più rilevanti prodotti dalla tecnologia in questi ultimi decenni (come nel caso delle previsioni nell’evoluzione del tempo e del clima): senza dimenticare poi il ruolo centrale che queste simulazioni giocano all’interno dei processi decisionali politici e manageriali. Il continuo processo di avanzamento tecnologico informatico presenta però alcune problematiche: i formati digitali e i programmi con cui vengono costruiti e gestiti questi archivi, banche dati e scenari di simulazione tendono a diventare obsoleti molto rapidamente e la stessa velocità di obsolescenza colpisce gli stessi computer che sono utilizzati in questi processi. C’è da chiedersi allora se i nostri nipoti saranno in grado di “leggere”, usare, salvaguardare e tramandare tutta questa marea di documenti digitali fintanto che non verranno adottate delle appropriate misure standardizzate a livello globale.

L’Effetto Archivio

Il Mal d’Archivio si collega direttamente all’Effetto Archivio ovvero alle modalità tecniche, tecnologiche e operative con le quali il passato irrompe nel presente. In pratica riflette la convergenza di due fenomeni: lo sviluppo di nuove tecnologie e il tradizionale impulso a raccogliere e preservare il passato. L’effetto archivio determina insomma l’equazione: più facile catturare dati in forma digitale, maggiore l’impulso ad archiviare. La digitalizzazione ha notevolmente alterato l’atto di archiviare poiché oltretutto si dispiega all’interno del processo di globalizzazione dell’informazione facendo sì che media tradizionali e nuovi si confondano, si mischino e ricircolino all’interno della rete fino ad alterare il senso stesso della Storia. L’effetto archivio ha infatti condotto ad una sorta di democratizzazione non solo nell’accesso, ma anche nella costruzione delle informazioni minando il controllo tradizionale della edificazione e della circolazione della conoscenza che un tempo era appannaggio del mondo accademico o del giornalismo tradizionale. Questo fenomeno di democratizzazione dell’informazione è in parte reale e in parte apparente poiché in pratica quel controllo elitario del sapere una volta gestito da un’elite accademica oggi è stato sostanzialmente trasferito ai grandi motori di ricerca. Questi motori di ricerca che gestiscono e controllano enormi archivi di dati non sempre agiscono con trasparenza. I loro “ranking algorithm” che controllano i miliardi di ricerche che vengono effettuate ogni mese nel mondo sono diventati lo strumento di controllo più pervasivo nella storia degli Archivi. Bisognerebbe chiedersi infatti su quali basi questi algoritmi filtrano le ricerche nelle banche dati e nei motori di ricerca non solo classificando i risultati in ordine di importanza, ma anche includendo o escludendo determinate informazioni con ripercussioni non secondarie sulla comprensione stessa dei risultati delle ricerche. Il controllo (da parte di pochi soggetti) di questi archivi (che spesso contengono le informazioni di tutti noi) pertanto ha un’influenza notevole anche sul modo in cui viene costruita la Storia per le generazioni future. E’ vero quindi che un numero sempre maggiore di materiali e dati sono diventati disponibili praticamente per un numero sempre maggiore di utenti, ma parallelamente cresce la dipendenza da un numero limitato di soggetti che alla fine determinano quali versioni, edizioni, fonti, ecc… possono essere consultate stabilendo sostanzialmente i “canoni” stessi della ricerca. La nostra relazione con un archivio diventa quindi configurata dalla quantità e qualità di un flusso di informazioni che emanano dal nostro computer o smarphone: questo flusso si fonda tuttavia su dei processi che implicitamente privilegiano delle cose su altre, dei dati su altri, delle immagini su altre, ecc… all’interno di un ambiente digitale, composto da archivi, che segue dei criteri e delle regole che sono ignote alla maggior parte degli utilizzatori.

Tutta questa massa di materiale, dati, informazioni ed i relativi archivi avrebbe dovuto aumentare la partecipazione dei cittadini (che ora diventano degli “utenti”) dato che le reti consentono una più facile condivisione di tutto questo magma di conoscenza. In effetti i dati e gli stessi archivi hanno un valore relativo: essi acquistano rilevanza nel momento in cui possono essere utilizzati. Un magazzino enorme dove tutto è ammonticchiato alla rinfusa può servire veramente a poco anche se è disponibile a tutti. Le classificazioni, la gestione dei tag, la creazione e gestione dei filtri creano invece un “ordine” che però può impedire l’accesso piuttosto che favorirlo. E’ vero che è inutile possedere bacini disorganici e caotici di dati senza forma; è altrettanto vero che poi servono le chiavi, gli strumenti, i codici per rendere leggibili e utilizzabili i dati in archivi strutturati, organizzati e indicizzati. Ma chi produce queste chiavi e chi le controlla?

Gli archivi non sono quindi solamente un luogo fisico-virtuale di catalogazione di informazioni, ma un “esercizio di potere”. Oggi non ci può essere potere (nel senso più esteso del termine) senza il controllo di questi archivi che sono modalità di capitalizzazione della memoria collettiva. Il grado di democraticità di un sistema passa quindi anche dal grado non solo di partecipazione e di accesso agli archivi, ma anche di condivisione degli strumenti per la loro lettura, interpretazione e gestione.

Se infatti un tempo tutto passava attraverso la burocrazia e l’autorità della “carta” e della “penna”, oggi i “dati aperti” contenuti nelle banche dati e negli archivi devono essere considerati un pilastro della trasparenza democratica e dello sviluppo economico.

Gli archivi diventano luoghi strategici di conoscenza nel momento in cui ciò che racchiudono può essere utilizzato: la mera informazione diventa un “dato sociale” e un “dato politico”.

Dal “cultural heritage” al “digital heritage”

La scienza e la cultura in generale non sono cambiate di per sé con l’avvento dell’età digitale: è il fatto di manifestarsi in forma digitale che fa sì che esse producano, ancor prima di conoscenza, molto più volume di informazione rispetto a quando venivano trasmesse solo in forma analogica. Inoltre la forma digitale dà la sensazione che tutti possano accedere in qualche modo a questa massa di dati, appunto attraverso specifiche modalità di archiviazione, organizzazione e fruizione, e che tutto possa essere preso, manipolato, spostato e messo da parte molto più facilmente al confronto di libri, riviste scientifiche cartacee, bollettini, schede e faldoni.

Il mal d’archivio come patologia sociale si riversa quindi sugli stessi archivi: gli archivi tendono quindi ad ammalarsi perché inevitabilmente degenerano in un caos ingestibile di detriti di dati e informazioni-ciarpame.

Gli archivi non si devono solo limitare a catalogare; devono in qualche modo filtrare le informazioni e i dati lasciandone alcuni all’oblio. Se gli archivi non hanno un “cestino” essi stessi diventeranno prima o poi un immenso e indistinto “cestino”.  La selezione diventa una condizione inevitabile per una serie di motivi. In primo luogo l’attività di archiviazione non può essere senza limiti a causa di vincoli finanziari, materiali e tecnici. Inoltre non tutti i bits prodotti meritano effettivamente lo spazio che richiedono negli archivi. Ci sono infatti molti bits spazzatura, duplicazioni e comunque materiale che fondamentalmente non interessa a nessuno. Servono quindi dei criteri che distillino ciò che è rilevante da ciò che è irrilevante, ciò che è degno da ciò che non è degno di essere archiviato, ciò che serve da ciò che non serve: insomma servono degli archivisti 2.0 capaci di selezionare nella sfera digitale i dati di “valore” e di smaltire i dati “spazzatura”. Anche se già oggi molti dati vengono sistematicamente eliminati dagli archivi, l’ondata montante di informazioni continua a crescere in tutte le direzioni possibili. Selezionare i dati, attribuire valore a informazioni e parti di informazioni rimane una sfida consistente per il prossimo futuro. Si tratta di stabilire dei criteri standard per la realizzazione di un’ecologia dell’informazione e di un vero e proprio “digital heritage” che comprenda quelle informazioni digitali che una società nel suo complesso considera di importanza fondamentale tali da essere mantenute e preservate per il futuro includendo in forma digitale elementi cruciali del patrimonio culturale, della conoscenza scientifica, della dimensione istituzionale, politica ed economica nonché informazioni personali. In breve il “digital heritage” raccoglie tutto ciò che una società digitale ritiene degno di sopravvivere al trascorrere del tempo, distribuito in archivi, musei, biblioteche, fondazioni, società di comunicazione, banche dati pubbliche e private, ecc….

I più comuni sistemi di filtraggio dei dati oggi in uso hanno una natura prevalentemente commerciale e sono diventati talmente “granulari” da poter essere indirizzati a livello individuale di ogni singolo consumatore. Il successo di questi filtri viene quindi valutato sulla base delle scelte finali del consumatore che alla fine ha effettuato le sue decisioni di acquisto principalmente sulla base di quei filtri che gli sono stati cuciti su misura e che gli fanno pervenire solo le informazioni ritenute a lui pertinenti. Ma come può essere utilizzato tutto ciò per gestire questa ecologia dei dati e la creazione di questo patrimonio digitale? Come affrontare i vari aspetti del mal d’archivio? Come fronteggiare questa forma ormai quasi forsennata per la memoria in una società interconnessa e globale tutta schiacciata sul presente in cui i ricordi sembrano paradossalmente dissolversi?

In effetti è la stessa sovrabbondanza di dati e di conoscenze a provocare questo paradosso: in pratica la “dimenticanza” appare come una vera e propria strategia adattativa che viene impiegata in tutte le circostanze. Insomma la grande archiviazione, le nuove e sempre più potenti tecnologie informatiche hanno determinato dei processi, centralizzanti e allo stesso tempo diffusivi e parcellizzati, in cui l’atto del “dimenticare” diventa quasi automatico e necessario: il ricordare viene delegato ad altri in un traboccamento di informazioni che, sia pur archiviate e quindi controllate da qualcuno, comunque appaiono facilmente accessibili.

Bisogna cominciare quindi a ragionare su come scremare tutta questa enorme massa di dati per poter costruire un “digital heritage” in cui sia possibile garantire una sopravvivenza, una leggibilità ed interpretazione nel futuro. Insomma bisogna costruire archivi digitali che contengano informazioni di valore e garantire a questi archivi una “long term accessibility” come contromisura per un’inevitabile “digital obsolescence”. Esiste quindi un problema di contenuti, contenitori e sopravvivenza di entrambi.

Conclusioni

Gli archivi non sono più delle raccolte di libri, faldoni di documenti, cartelline con pagine e pagine di documenti confinate in luoghi fisici ben determinati e identificati. Gran parte dei record che costituiscono un archivio oggi è costituito da informazioni digitali che confluiscono in flussi che invadono ogni aspetto del nostro lavoro e della nostra vita privata influenzando pesantemente i nostri modelli di consumo, le nostre scelte, i nostri stili di vita. Un tempo gli archivi erano sottoposti alla supervisione di grandi istituzioni pubbliche e private: oggi ciascuno di noi ha il potere di creare, organizzare, manipolare un proprio archivio digitale. Alla proliferazione di strumenti digitali e alla diffusione della tecnologia wireless ha corrisposto l’erosione dei confini fra mondo reale e mondo virtuale: grazie ai mobile devices in pratica siamo sempre in costante connessione con un archivio, immersi in un mare di dati, incapaci di separarci da una qualche forma di data base. Insomma gli archivi digitali hanno trasformato e stanno ancora trasformando le nostre vite poiché hanno sostanzialmente saturato i social network di cui oggi non possiamo fare a meno: nel momento in cui condividiamo informazioni, in qualunque forma, diventiamo parte di un archivio. Questa condizione da una parte modifica la natura stessa degli archivi dato che ciascuno di noi genera banche dati “navigando”, cercando informazioni e notizie, visualizzando documenti, ecc…  Ciò in primo luogo ci espone a vere e proprie forme patologiche di sovrapproduzione di dati e archiviazione compulsiva (mal d’archivio) e nello stesso tempo rende gli archivi estremamente fluidi. Questa fluidità (liquidità per dirla con Bauman) fa diventare gli archivi in qualche modo instabili sotto molteplici punti di vista. Il problema non è più realizzare un’uniformità di versioni, edizioni, traduzioni e adattamenti di testi come poteva essere un tempo. Oggi il problema è che qualsiasi documento digitale potrebbe essere alterato o cancellato o reso inutilizzabile perché in un formato reso obsoleto dall’evoluzione della tecnologia. Quello che viene archiviato oggi in forma digitale in teoria potrebbe quindi diventare un qualcosa di significativamente diverso domani. Questa instabilità è quindi un versante critico del mal d’archivio.

Il paradosso è che, mentre i computer sono in qualche modo l’ultimo strumento di memoria, fornendo la possibilità di archiviare e accedere a immensi bacini di informazioni, essi stessi producono forme nuove e complesse di vulnerabilità. Da una parte si pone il problema della sopravvivenza digitale di dati che possono essere considerati come potenzialmente compromettenti (informazioni personali, e-mail, foto, video, dati finanziari sensibili, cartelle cliniche, ecc…) dall’altra si colloca il problema della potenziale perdita di dati digitali, della vulnerabilità delle forme di registrazione digitale, della manipolazione, distorsione e cancellazione o perdita attraverso la concentrazione della produzione e gestione di hardware e di software. Il mal d’archivio si fonda quindi su un ossimoro: la tecnologia digitale promuove e minaccia gli archivi. Tutto ciò che ruota intorno agli archivi appare attanagliato pertanto da una forma di angoscia: accumulare una quantità sempre maggiore di informazioni, capire quale sia l’informazione digitale degna di essere salvata e da chi. Viviamo quindi in una condizione di incertezza perché non sappiamo ciò che dovrebbe essere salvato e archiviato e come salvarlo e archiviarlo. Il tutto avendo la consapevolezza che i motori di ricerca, che sono parte integrante degli archivi digitali, sono imprecisi e non sempre affidabili. Intanto si continua a produrre una montagna di informazioni e dati digitali potenzialmente accessibili ad un numero sempre maggiore di persone come mai avvenuto prima cosa che rende il problema della riservatezza delle informazioni private una questione critica ingigantita dalla globalizzazione, dalla scala smisurata delle enormi banche dati e dai siti Web di social networking. Tutto questo pone anche domande rilevanti per quanto riguarda la proprietà e la titolarità della conoscenza. Anche se il concetto di proprietà intellettuale può essere visto come una minaccia per la democratizzazione dell’accesso e la condivisione della conoscenza, se il “sapere” finisce con l’essere gestito e filtrato da algoritmi controllati da poche compagnie (con importanti ripercussioni sulla classificazione e filtraggio delle informazioni) questa stessa democratizzazione finisce con l’essere gravemente compromessa.

Gli archivi sono sempre stati vulnerabili, le biblioteche sono state bruciate, disperse e bombardate e un numero incalcolabile di documenti sono stati persi o distrutti. Se ci si pensa, solo una piccola frazione del volume del materiale archiviato sopravvive al passato: basta pensare alla Grecia classica o all’Antica Roma. Tuttavia con l’avvento del digitale, anche l’atto stesso di archiviare ha cambiato natura ed appare a rischio: il rischio dell’obsolescenza dell’hardware e del software e il rischio da soffocamento per l’enorme massa di materiale in forma digitale che appare e scompare dalla rete su base giornaliera. Il mal d’archivio diventa pertanto uno snodo critico per ragionare sia sull’ideale di preservare la memoria collettiva sia sulla realtà dell’impossibilità di una sua completa realizzazione.

A cura di: Carmelo Cannarella e Valeria Piccioni

Tecnologo del CNR-ISB - Istituto per i  Sistemi Biologici. Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione  e movimentazione di innovazione e conoscenza con particolare riguardo ai processi di sviluppo locale.

 

Tecnologo del CNR-ISB - Istituto per i  Sistemi Biologici. Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione con particolare riguardo ai rapporti fra ricerca e impresa.

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