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Ignoranza e gestione dell’ignoranza

Delineare e attuare iniziative di trasferimento tecnologico e diffusione dell’innovazione in scenari operativi caratterizzati da limiti nelle conoscenze o da ignoranza può diventare un compito molto problematico anche in considerazione del gran numero di criticità coinvolte.

INTRODUZIONE

La nostra società sta vivendo un periodo di crisi profonda che si riflette sul sistema economico, a livello nazionale e locale, e sull’articolazione stessa delle comunità che compongono il tessuto sociale. In questo scenario le conoscenze, i saperi, le competenze, le esperienze sono fattori fondamentali che svolgono un ruolo critico per poter affrontare e risolvere le condizioni di crisi. Diventano essenziali pertanto tutte le misure dirette al rafforzamento di un diffuso capacity building, al trasferimento tecnologico e alla diffusione dell’innovazione. Senza questo sforzo diventa difficilissimo anche il solo pensare di ricostruire l’ossatura portante del tessuto economico, sociale e politico che in questi decenni si è andato sfilacciando. Serve quindi una “nuova cultura”, alla base tra l’altro della stessa cultura d’impresa, ma questa cultura non cade dal cielo; si alimenta all’interno di un ambiente, di un clima. Se questo ambiente e questo clima sono carenti, distorti o aridi di idee e creatività, allo stesso modo apparirà ad esempio la corrispondente cultura di impresa di un intero territorio. Il tessuto imprenditoriale di un territorio è infatti il risultato dell’intersezione di un complesso reticolo di variabili tra cui la costruzione, disponibilità ed azione di un adeguato capitale intellettuale locale endogeno (CIL). Questo capitale intellettuale endogeno deve essere un elemento diffuso sul territorio e non limitato a poche “sacche” di specialisti. Allo stesso modo bisogna costruire delle condizioni favorevoli per attirare capitale intellettuale esogeno. Questo ragionamento vale sia a livello macro (nazionale) che micro (locale). Per capire l’importanza della disponibilità di capitale intellettuale basta pensare a come alcuni Paesi stranieri (gli Stati Uniti ad esempio) abbiano la capacità di sviluppare risorse umane altamente qualificate e allo stesso tempo di fungere da calamita per intelligenze e talenti che provengono da altri Paesi. Avere a disposizione risorse cognitive adeguate vuol dire disporre di quegli elementi basilari per creare un territorio intelligente dove la nuova conoscenza, l’innovazione, la creatività sono continuamente create e condivise, dove gli agenti locali imparano e sviluppano esperienze all’interno di un mercato della conoscenza e delle idee.

Tutti sappiamo però quanto sia difficile realizzare simili condizioni in Italia. Siamo tutti concordi nel dire che questi fattori sono cruciali ma la realtà concreta è fatta di grandissime difficoltà, ostacoli, inerzia. Sicuramente la scarsità di risorse economiche non semplifica il quadro complessivo ma in molti casi non si tratta solo di problemi finanziari. Molto spesso si sente la necessità di risorse cognitive adeguate, di ambienti cognitivi all’altezza delle sfide e delle necessità che ci troviamo a fronteggiare. Tutto questo si traduce in migliorate capacità di fare impresa, connesse anche all’innovazione, alla movimentazione di idee e conoscenze, in processi di trasferimento tecnologico efficaci, in una continua valorizzazione delle competenze e in una rinnovata capacità di riconoscere e impiegare in modo intelligente le risorse materiali ed immateriali territoriali. In sostanza, prima ancora del tessuto produttivo ed economico, è il tessuto sociale che deve essere posto in condizioni di essere competitivo ed adeguato con i nuovi assetti e dinamiche dello sviluppo. Un adeguato sviluppo territoriale non si basa solo sulla quantità/qualità delle risorse materiali o dalle infrastrutture disponibili, ma dipende in modo cruciale anche dalla ricchezza/povertà delle risorse cognitive territoriali che operano in un ambiente cognitivo area-specifico. La ricostruzione di una cultura innovativa, dello spirito di iniziativa, di nuove mentalità, idee, visioni, di uno sviluppo fondato sulla creatività non può certamente essere effettuata sulla base di una “strategia dell’emergenza”: si tratta di un impegno di lungo periodo e multi generazionale che non può essere affrontato solo tramite interventi di breve periodo.

IL PROBLEMA DELL’IGNORANZA

L’innovazione e il cambiamento non crescono in una condizione “ground zero”, non possono cadere dall’alto o non possono essere imposti per legge. L’introduzione e la diffusione di nuovi set di conoscenza e di innovazione si basano primariamente su precisi processi di apprendimento. Diversi fattori e variabili possono tuttavia intervenire nel determinare condizioni problematiche all’interno di un determinato contesto che possono tradursi in difficoltà nello sviluppo e nell’implementazione di processi innovativi: queste variabili possono avere cause, tipi e dimensioni di natura molto diversa. Tra queste, tutti quei fattori che erodono il local knowledge e che influenzano negativamente la qualità dell’ambiente cognitivo locale possono svolgere un ruolo non secondario.

Delineare e attuare iniziative di trasferimento tecnologico e diffusione dell’innovazione in scenari operativi caratterizzati da limiti nelle conoscenze o da ignoranza può diventare un compito molto problematico anche in considerazione del gran numero di criticità coinvolte. Quando si parla di ignoranza ci si imbatte in una serie di difficoltà anche metodologiche perché ad esempio è più semplice analizzare i meccanismi alla base della generazione della conoscenza piuttosto che quelli alla base della loro negazione. Allo stesso modo è più facile indagare le skills di fondo di un territorio, piuttosto che pensare a ciò che rende un territorio “ignorante”. L’ignoranza può avere profonde conseguenze a livello territoriale perché può impedire agli agenti locali ad esempio anche di riconoscere il valore intrinseco del capitale territoriale stesso. L’assenza di qualsiasi pianificazione, il degrado ambientale, la deforestazione, l’erosione del suolo, le risorse locali ignorate e devastate, la distruzione del know how tradizionale possono essere i sintomi più emergenti di una ignoranza di fondo diffusa tra gli agenti. Spesso il degrado ambientale ed economico è accompagnato e alimentato da un corrispondente decadimento della cultura del territorio, dal deterioramento dell’ambiente cognitivo e dall’ignoranza come humus negativo per la cattiva gestione di molti cluster di risorse locali. Uno sviluppo contaminato dall’ignoranza implica infine la distruzione sistematica dei fattori potenziali (in senso molto ampio) indispensabili per una ripresa economica e le basi per la stessa qualità della vita stessa.

L’ignoranza, come la conoscenza, è essenzialmente una funzione sociale, in quanto è creata da persone e diffusa tra gli individui e le entità sociali. Molte definizioni di ignoranza sono presenti in letteratura. La parola ignorante deriva dal latino: in-”gnarus” (“non a conoscenza”, inesperto, incompetente, impreparato) da cui proviene la definizione più comune di ignoranza ovvero mancanza di conoscenza, competenza o di informazioni su qualcosa e l’inconsapevolezza di determinate circostanze. L’ignoranza è comunemente definita in una prospettiva negativa come non-conoscenza. Eppure l’ignoranza è anche una condizione naturale, perché tutti informasiamo nati in uno stato di ignoranza: l’ignoranza “naturale” individuale è quindi maggiore all’inizio della vita e dovrebbe diminuire nel corso del tempo anche grazie alla formazione privata (ad es. l’insegnamento dei genitori) e l’istruzione sociale (scuola, università, ecc). In entrambi i casi una persona con il tempo diventa più consapevole di ciò che sa e di ciò che non sa: l’ignoranza razionale sostituisce l’ignoranza naturale. Paradossalmente la formazione e anche la stessa conoscenza scientifica, espandendosi e migliorando la precisione della conoscenza, aumentano l’ignoranza razionale perché evidenziano il limite del sapere individuale. Una carenza di informazioni determina pertanto un’ignoranza consequenziale.

Nei processi decisionali, poche e mal comprese informazioni limitano le capacità individuali di capire i problemi, rendono imprecise le stime sulla quantità/ qualità delle variabili coinvolte, determinano delle percezioni distorte sulla stessa natura dei problemi (sottovalutazione/sopravvalutazione). L’apprendimento e la formazione sono le risposte più ovvie all’ignoranza consequenziale che deriva dalla scarsità di informazioni. Il problema si pone di fronte all’ignoranza deliberata poiché, in alcune condizioni, certi individui possono scegliere di rimanere ignoranti. Questo tipo di ignoranza può avere varie cause: a volte ignorare certi fatti, informazioni o eventi può sembrare più semplice che dover affrontare una prospettiva realistica delle circostanze (Driver 1989). In certe situazioni essere consapevolmente ignorante può agire come una scusa per evitare azioni o decisioni che lasciano la responsabilità agli altri o agli esperti (“ignoranza deliberata rassicurante”). L’ignoranza deliberata può anche essere il risultato del fatto che l’individuo considera irrilevante un determinato sottoinsieme di dati, informazioni o cluster di conoscenza: i dati non sono considerati pertinenti, utili o sono percepiti come incomprensibili e non interpretabili.

L’ignoranza deliberata può essere stimolata da alcune condizioni particolari come ad esempio:

  • le informazioni sono considerate anomale o inusuali
  • l’insieme di dati è troppo complesso (o percepito come tale)
  • l’analisi delle informazioni richiede tempo
  • il tipo di conoscenza è considerato irrilevante, senza valore o importanza
  • ci sono poche informazioni e la comunicazione dei dati è scarsa, errata o mal gestita.

L’ignoranza deliberata mette un individuo nella condizione di essere strutturalmente incline a fare errori sistematici. Mentre l’ignoranza derivante dalla scarsità di informazioni può produrre errori non sistematici, cui si può far fronte con l’apprendimento, l’ignoranza deliberata presuppone un’alterazione nel modo di pensare dell’individuo perché non ha più nemmeno ben chiari quali siano i suoi stessi interessi. La catena di errori è pertanto sistematica perché: a) c’è una conoscenza incompleta e errata su quali dati siano effettivamente rilevanti per una data decisione; b) c’è un uso inadeguato e impreciso delle informazioni in possesso per fare le valutazioni su un dato evento; c) c’è un uso errato di tali valutazioni nel processo decisionale. Il paradosso è che l’individuo coinvolto ignora le stesse dinamiche di tale catena: un osservatore esterno potrebbe quindi vedere gli individui caratterizzati da ignoranza deliberata comportarsi irrazionalmente facendo errori continui non corretti nemmeno dall’esperienza perché sono alterate le stesse mentalità degli individui. Se, come detto, la carenza di informazioni può essere colmata con la formazione, l’ignoranza deliberata può essere affrontata solamente con cambiamenti profondi nelle mentalità ovvero nel modo in cui le informazioni sono interpretate dagli individui. Senza una corretta interpretazione, allargando la dimensione della potenziale base di informazioni, l’ignoranza potrebbe aumentare invece che diminuire. Accumulare conoscenza di per sé non significa necessariamente ridurre l’ignoranza. L’ignoranza vera e propria e la scarsità di informazioni sono pertanto due fenomeni diversi che richiedono diverse strategie di soluzione: un aumento nel volume del sapere personale è la risposta convenzionale alla scarsità di informazioni incomplete, mentre la creazione di nuove idee e approcci mentali è la condizione basilare per la soluzione di ignoranza. Il confondere l’ignoranza e la scarsità di informazioni può spiegare perché l’ignoranza tende a resistere anche in presenza di ingenti investimenti e sforzi in materia di istruzione e formazione.

DAL KNOWLEDGE MANAGEMENT ALL’IGNORANCE MANAGEMENT

Alcuni meccanismi sociali possono innescare fenomeni di ignoranza deliberata condivisa e diffusa tali da rendere l’ignoranza stessa un fenomeno socialmente accettato. L’attribuzione di irrilevanza e valori negativi a certi set di conoscenza può convincere le persone a ignorare insiemi determinati di informazioni. Si può infatti indurre artificialmente il rigetto, il rifiuto e l’indifferenza per provocare resistenze e mancanza di interesse: l’ignoranza, così come qualsiasi altro modello culturale, può essere trasmessa attraverso i gruppi sociali grazie al conformismo (la tendenza negli individui di acquisire la rappresentazione mentale più comunemente condivisa – modello quantitativo) e/o al prestigio (l’imitazione di individui particolari percepiti di successo – modello qualitativo). Alla fine alcuni tipi di conoscenza possono essere etichettati con attributi negativi: l’implicazione più paradossale di questa condizione è che gli individui tendono progressivamente ad essere inconsapevoli di essere ignoranti e questa ignoranza diffusa è accompagnata da mancanza di attenzione e di responsabilità ed alcune informazioni sono deliberatamente escluse dall’attenzione del pubblico perché considerate irrilevanti o psicologicamente distanti.

Le analisi sui processi di diffusione dell’ignoranza (Ignorance Management), prima ancora che la comprensione dei meccanismi alla base della diffusione della conoscenza (Knowledge Management) diventano così un presupposto fondamentale per comprendere l’ignoranza come fenomeno connesso alla distorsione nella razionalità nei processi decisionali. E’ arcinoto che le società complesse richiedano competenze, maggiore specializzazione, know-how specifici e flussi continui di informazioni. Ma mentre l’ignoranza, essendo espressione di “inattività cognitiva”, implica pochi sforzi psicologici/materiali, la creazione di conoscenza comporta alti costi istituzionali perché gli agenti devono imparare regole, pratiche, codici, competenze e tutto questo richiede tempo, denaro e sforzi. Questo spiega perché l’ignoranza si diffonde rapidamente essendo potenzialmente più contagiosa mentre la creazione e diffusione di conoscenza sono inevitabilmente processi lenti e complessi.

Avendo natura diversa, la diffusione della conoscenza e dell’ignoranza richiedono approcci molto diversi per la loro comprensione e gestione. Nel caso dell’ignoranza servono strumenti e strategie specifiche da adottare in contesti poco e mal compresi dagli individui, elevati costi sociali ed economici, informazione asimmetriche: il problema principale non è il trasferimento di nuove tecnologie o metodi ma piuttosto contenere l’ignoranza come principale ostacolo mentale allo sviluppo (figura 1).

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Figura 1: fattori che influenzano l’ignoranza

La presenza di spinte intenzionali verso l’ignoranza deliberata può stimolare la mancanza di volontà nel creare, sviluppare e rafforzare le competenze e le capacità personali: poco o nessun valore viene attribuito alla conoscenza e non se ne comprendono i vantaggi che da essa possono scaturire. L’obiettivo principale di qualsiasi programma di gestione dell’ignoranza deve quindi essere incentrato sul concetto di rilevanza con una rettifica sostanziale dell’intero processo di interpretazione delle informazioni (figura 2).

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Figura 2: campi e domini dell’Ignorance Management

Una quantificazione dei livelli di istruzione o il semplice numero di risorse umane scarsamente qualificate potrebbe non essere un indicatore efficace sull’incidenza di ignoranza. L’ignoranza trova un humus favorevole per la sua diffusione quando la cultura e la conoscenza hanno scarso valore o perché considerate inutili, troppo complesse e difficili. Inoltre se l’istruzione e la formazione sono considerate troppo teoriche, cose che richiedono troppo tempo e danno scarsa soddisfazione, sarà molto difficile innescare interesse a migliorare le competenze personali.

CONCLUSIONI

Adeguati investimenti in materia di istruzione, formazione e ricerca sono elementi essenziali per la creazione di processi di sviluppo flessibili con benefici positivi per la società nel suo complesso. In teoria un sistema socio-economico può operare meglio quando una base di informazioni adeguate diventa disponibile: ma ciò potrebbe non essere sufficiente. Il problema non è la quantità di informazioni o la creazione di nuove conoscenze, ma piuttosto l’uso inappropriato delle informazioni o uno scarso valore assegnato alle conoscenze già disponibili. Il numero di smartphones, tablet o connessioni Internet può dire poco sulla qualità, l’uso e il tipo di informazioni che questi dispositivi veicolano: aumentare le informazioni o potenziare le infrastrutture di comunicazione non implica necessariamente una rigenerazione dell’environment cognitivo perché l’ignoranza agisce principalmente su elementi qualitativi. L’ignorance management ha lo scopo quindi di restituire i valori corretti e la rilevanza giusta al capitale cognitivo: è importante però essere consapevoli che tutto questo implica un processo molto complesso ed un approccio multidisciplinare, molto tempo e molta pazienza.

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A cura di Carmelo Cannarella, Valeri Piccioni Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) Istituto di Metodologie Chimiche (IMC) Gruppo per le Analisi Ambientali e Valorizzazione Culturale del Territorio
carmelo.cannarella@cnr.it
valeria.piccioni@cnr.it

Articolo pubblicato sulla rivista Leadership & Management – Novembre/Dicembre 2015

Tecnologo del CNR-ISB - Istituto per i  Sistemi Biologici. Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione  e movimentazione di innovazione e conoscenza con particolare riguardo ai processi di sviluppo locale.

 

Tecnologo del CNR-ISB - Istituto per i  Sistemi Biologici. Si occupa di trasferimento tecnologico, divulgazione, facilitazione, disseminazione con particolare riguardo ai rapporti fra ricerca e impresa.

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