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Capitale umano il vero fattore abilitante

Per crescere occorre cambiare. Se pensiamo di poter riprendere un percorso virtuoso di sviluppo duraturo del paese seguendo le logiche del passato, il rischio di fallimento è alto. Industry 4.0 ci offre questa opportunità.

Cambiare significa innanzitutto innovare e la tecnologia è lo strumento che più ci aiuta a evolvere. Ma la tecnologia è il mezzo, non il fine.

In realtà tutto ciò che definiamo tecnologie abilitanti richiede di essere gestito e, non a caso, il Piano nazionale Industry 4.0 (2017 – 2020) intende agire su alcune linee chiave: gli investimenti innovativi, la spesa per R&D, le infrastrutture abilitanti, gli strumenti pubblici di supporto, e le competenze. Ed è su questa ultima direttrice che intendo soffermarmi: le competenze.

Eh sì, perché la tecnologia digitale entra nei processi, nelle relazioni, nel nostro modo di lavorare. L’uso massiccio delle tecnologie digitali espanderà il ruolo dell’automazione e della digitalizzazione delle imprese e impatterà rapidamente sui modelli organizzativi e sul lavoro.

Da sempre il capitale umano è la nostra vera forza. E quindi il nostro paese deve saper trovare un modello di sviluppo che sia capace di porre i robot come valorizzatori della capacità di produzione della persona.

Il punto di fondo è sostenere le centinaia di migliaia di PMI che saranno chiamate a raccogliere la sfida della rivoluzione digitale e che, altrimenti, rischiano di essere marginalizzate dal digital divide.

Il Governo intende puntare sui Digital Innovation Hub, una ventina sparsi in tutta Italia che dovranno fare da ponte con le imprese per sensibilizzarle sulle opportunità di industria 4.0, supportandole nella pianificazione degli interventi e indirizzandole ai Competence Center. Una sorta di azione ampia di tutoraggio che parte dall’awareness e si spinge a svolgere un vero e proprio supporto consulenziale per le PMI, come “advisory tecnologica”.

Si pensa di formare 200 mila studenti universitari e 3000 manager specializzati sui temi 4.0, di raddoppiare gli studenti iscritti agli istituti tecnici e di promuovere 1400 dottorati di ricerca con focus su Industry 4.0.

Sembrerebbe tutto logico in astratto, ma poco realistico. Veramente qualcuno pensa che le aziende investiranno pesantemente in tecnologie digitali anche approfittando degli incentivi previsti, senza che ci sia qualcuno in azienda che sia in grado di pianificare e sapere cosa fare?

Possiamo veramente aspettare che si formino 3000 manager quando, nel frattempo, perderemo ancora terreno sulla produttività e avremo formato persone che non hanno mai gestito un processo produttivo? E’ una visione miope che rischia di portare alla deriva un’importante occasione. Non lo possiamo permettere.

Occorre favorire l’investimento nelle persone, innanzitutto, prima che nelle infrastrutture tecnologiche. L’impresa prima individua il responsabile del progetto, poi investe nella strumentazione.

Per essere competitivi nell’era di Industria 4.0 occorre, quindi, fare sistema su tre direttrici: aziende più dimensionate, collaborazione continua tra imprese e Università, maggiore diffusione di manager adeguatamente formati e aggiornati.

Industria 4.0 è una grande opportunità: potrebbe favorire ancora di più la creazione di start up e innestare una dinamica di crescita delle nostre aziende, siano esse piccole, medie o medio grandi, ma non dobbiamo dimenticare i 10 milioni di lavoratori che operano nelle circa 3,6 ml di micro imprese, quelle con meno di dieci dipendenti, che rischiano una selezione darwiniana.

Dobbiamo essere concreti e pragmatici. Deve prevalere l’approccio evolutivo, investire non significa necessariamente ricominciare daccapo. Occorre governare con intelligenza la digitalizzazione, per esaltare l’eccellenza e la qualità del nostro saper fare, altrimenti la distruzione creativa del grande Joseph Alois Schumpeter sarà al lavoro ancora una volta……. Egli descriveva il cambiamento tecnologico come un processo che “incessantemente rivoluziona la struttura industriale dall’interno, distruggendo incessantemente la vecchia e, incessantemente, creandone una nuova”.

Dobbiamo unire le forze, affinché il risultato per il nostro paese sia a saldo positivo.

A cura di: Mario Cardoni

Mario Cardoni

Direttore generale Federmanager

Mario Cardoni ha svolto la sua attività nel Fipdai e nel Previndai. Dal 1998 è in Federmanager, dal 2009 con l’incarico di Direttore Generale.

Nato nel 1959, laureato in Economia e commercio, ha seguito alcuni master di specializzazione tra cui “Diritto e tecniche tributarie” presso la Libera Università di Studi Tributari, “Valutazione e controllo degli investimenti e Regime tributario degli enti non commerciali” presso l’Ipsoa, “Enti non commerciali e nuovo testo unico presso l’Istituto di Studi di Management”, “Prevenzione infortuni e igiene del lavoro” presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata.

È esperto in materia di lavoro e welfare nonché profondo conoscitore del ruolo del manager e del tessuto imprenditoriale. Partecipa come relatore a convegni sulle tematiche nominate.

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